Zoderer, “L’Italiana”

JOSEPH ZODERER – “L’Italiana” – Arnoldo Mondadori Editore

Zoderer ha scritto un romanzo che ha come protagonista l’estraneità, il senso della non appartenenza, l’isolamento al limite della totale segregazione, che appare tanto più irrimediabile quando viene avvertito in opposizione, in contrasto, alla socialità, alle reti di relazioni, apparentemente facili e “naturali”, in cui gli altri sembrano essere immersi. Zoderer ha scritto un romanzo che è nostalgia di quell’”heimat”, quella casa, quel luogo natìo, quel territorio in cui ci si sente a casa proprio perché vi si è nati, vi si è trascorsa l’infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti. La protagonista di “L’italiana” sperimenta lo sradicamento di chi non possiede neppure questa nostalgia ed è in grado solo di capire razionalmente il significato dell’heimat, ma non di sentirlo emozionalmente.

 Il pregio di questo romanzo sta, a mio parere, nella straordinaria possibilità che le difficili relazioni fra sudtirolesi di lingua tedesca e altoatesini di lingua italiana in Alto Adige hanno offerto al suo autore per declinare l’estraneità, per renderla evento quotidiano, per trasformarla in uno sguardo lucido, indagatore e sostanzialmente “freddo” nei confronti dell’altro da sé, ma, e questo è il valore universale del tema trattato, anche su di sé. Zoderer possiede una prosa asciutta, pungente, diretta, disadorna che, in molti punti affascina il lettore. Personalmente, ho apprezzato molto di più i passi in cui l’estraneità, invece di essere proclamata, detta, ripetuta, annuciata, si manifesta drammaticamente, in uno sguardo.

“Nel buio della notte, guardando dalla finestra del corridoio verso la legnaia, non riuscì a distinguere altro che una dozzina di macchie vagamente più chiare di diverse dimensioni, ma quando spense la luce in corridoio e, col buio alle spalle, fissò nell’oscurità attraverso la finestra del corridoio, riconobbe nonostante la foschia e l’assenza della luna quelle macchie confuse sul tetto della legnaia: erano pietre di varia dimensione che servivano a dare stabilità al tutto, una saldezza ottenuta mediante l’oppressione…”

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