René Crevel, “La morte difficile”

RENE CREVEL – La morte difficile – Einaudi

“Tutto quanto è affogato in una morbida lava e Pierre intuisce che la morte è il punto, nello spazio e nel tempo, dove confluiscono per distruggersi fra loro, a vicenda, gli sguardi, di persone, cose, istanti, luoghi, gesti, rimorsi, gioie, speranze, rabbie, urla, lacrime, risa. E ci rimane solo un buco più bianco del bianco, più nero del nero”.

“La morte difficile” è una ferita aperta e si legge con quel misto di istintiva cautela, di compassione e di impotenza che si proverebbe al cospetto della carne viva, quella di una lesione irreparabile. Una ferita che non può e, soprattutto, non vuole guarire; tanto aperta che nemmeno lo schermo della letteratura riesce in qualche modo a curare – chè questo non è mai il suo scopo – o a rendere almeno sopportabile, nonostante tutto il suo repertorio di incantamenti, trucchi, depistaggi, nonostante la fantasmagoria dei suoi giochi. “La morte difficile” è una ferita aperta su un corpo giovane, segnato all’origine da una macchia infamante che lo condanna a volerla ripetere e scontare per tutta la vita, che diventa così la difficile attesa della morte o la scelta, più facile, di anticiparla, di sceglierla.

Si legge il romanzo e ci si dimentica che il protagonista si chiama Pierre, le carte si mescolano in continuazione, la terza persona non è che un inutile paravento; si legge Pierre e si pensa René, René con il suo fascino fulminante, con la sua essenza tragica e selvaggia, la sua disperata scontrosità, con i suoi indescrivibili occhi, sgranati come in un cotinuo stato di panico o di estasi (dalla descrizione che Klaus Mann fa dell’autore, riportata nella Nota Introduttiva al volume, scritta dal traduttore e curatore Massimo Raffaeli). Tanto è crudelmente semplice l’offesa originaria, terribile e semplice come solo le fiabe sanno essere – “l’isteria omicida” della madre, anaffettiva e vendicativa e l’evanescenza del padre, impazzito nella finzione romanzesca, suicida per impiccagione nella realtà, comunque traumaticamente assente – quanto complesse, interminabili, contorte, dense di echi ricorrenti, sono le conseguenze sulla psiche del giovane protagonista del romanzo, cioè del giovane autore del romanzo, che Raffaeli definisce “un dannato della memoria”, costretto “a nutrire verso quelle ombre un odio perfetto e mortale”.

Quello che Crevel riversa sulla pagina è il sangue che sgorga inarrestabile dalla sua sensibilità ferita, toccata in sorte, per eccesso di sfortuna – perché l’inconsapevolezza avrebbe potuto lenire la sofferenza – ad una intelligenza acuta, portata alla speculazione, alla introspezione e all’autoanalisi. “Gli esseri che m’hanno ossessionato l’hanno sempre fatto come fossero pensieri”, scrive, e in fondo “La morte difficile” è il pensiero raccontato, o meglio, il racconto del travaglio di un pensiero, per sua natura integro e orgoglioso, che si erge su tutto ciò che è basso e volgare, che rifiuta il perbenismo ipocrita della sua origine borghese, rigoroso nei giudizi, irruente e ironico, ma drammaticamente vulnerabile nel suo desiderio, sempre frustrato, perché ferito a morte nelle sue radici, dell’amore assoluto, quello che solo può donare pienezza, bellezza e libertà. Il romanzo di Crevel è un lungo – lungo per la sua intensità che travalica il numero delle pagine – travaglio sentimentale, una educazione sentimentale condotta in una disarmante solitudine interiore, perennemente in bilico tra autoinganno e disincanto, abbandoni passionali e crudeli offese, in balia di una tensione psichica di cui il protagonista – l’autore – ben conosce l’origine, senza però riuscire a vincerla o, almeno, a limitarne gli effetti. L’educazione impossibile di un cuore inadeguato alla vita: “Pierre affetto dal suo cuore mai a posto, o sempre troppo caldo o troppo freddo, un cuore dove un non so che di fisico, di quasi vivo, dentro, lo sommuove come il basamento d’una roccia, ma mica perché è duro, ma proprio perché esagera, come se non sentisse la temperatura ambiente, che così d’inverno gela al punto da spaccarsi e d’estate surriscalda e brucia”.

Tutto ciò amplificato, costretto a lievitare – in un crescendo che è una mirabile costruzione che ha le sue fondamenta nella parodia, le travi portanti nel dramma e il compimento, la copertura che dà un senso al tutto, nella tragedia – dal luogo e dal tempo in cui si compie: la Parigi degli anni Venti, quella in cui Crevel si trova a vivere la sua inquieta giovinezza. La Parigi dei dadaisti, dei surrealisti, delle avanguardie, della creatività sfrenata e avida di nuove forme, della trasgressione e della sperimentazione, delle orchestrine jazz e dei locali malfamati e malfrequentati in cui Crevel si immerge e che René percorre nella sua ansia allucinata. Una Parigi bellissima e dannata, amata e maledetta, il terreno più adatto a nutrire “pensieri mutilati, desideri sfigurati, segreti troppo acuti”, quasi sempre notturna, quasi sempre freddissima, quasi sempre percorsa a piedi: “Camminava, ma non trovava il sogno senza nome e senza volto in cui s’era deciso a perdersi. Camminava. Nessuno sguardo rispondeva al suo. Una luce fioca, sul terreno umido, moltiplicava la tristezza. Camminava, il freddo faceva come un’altra maglia sotto i panni e il vestito. Batteva i denti. Solo lo scheletro soffriva, tutto quanto, perché lo scheletro aveva già mangiato la sua carne”. L’esterno è la solitudine della notte, dove si perde un’umanità che sa “di follia, di paura e di lacrime” e dove i passanti “hanno occhi da belve”. L’interno è la scena allucinata, grottesca e asfissiante dove si compie il gioco al massacro che conduce Pierre allo “slancio di morte”. E la splendida, vivace e lirica scrittura di Crevel ci conduce con la sua intensità emotiva ancora di notte, ancora per le strade di Parigi, tra globi rossi, gialli e viola, “farfalle di morte”, verso l’inevitabile compimento: “La notte, il freddo, la morte, la libertà”.

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