Jachym Topol, “Artisti e animali del circo socialista”

JACHYM TOPOL – Artisti e animali del circo socialista – Einaudi

“E cominciai a bere. Pensai a lungo ai ragazzi della nostra casaCasa, e poi mi resi conto che ero seduto con gli occhi gonfi di pianto su una strada di guerra dove non passava nessuno, circondato dal Bosco dei Mercanti, e che altro non mi rimaneva se non diventare un bandito solitario in una terra di morte che io stesso, con tutte le mie forze, avevo contribuito a nutrire di esseri umani”.

Il titolo, bellissimo, di questo romanzo ceco – profondamente ceco, nelle atmosfere, nel passo, nella visionarietà e nella felice proliferazione di una narrazione che travalica i paletti strutturali e moltiplica gli scenari sotto gli occhi del lettore, disorientandolo e insieme legandolo con una sorta di filo d’Arianna – è dotato di una propria forza attrattiva e funziona egregiamente come indicatore di poeticità. Connota quel tanto di meraviglioso e inconsistente, evanescente e miracoloso, ma anche stranamente triste e malinconico, per la sua natura labile e volatile, nemica del tempo e della ordinaria quotidianità, sradicata da ogni luogo, impossibile da replicare o trattenere, che è indissolubilmente legato all’immaginario circense. E per noi, lettori occidentali, evoca anche l’eccezionalità e l’esoticità, il rigore dell’addestramento, la perfezione nell’esecuzione, la natura quasi filosofica di una mentalità che fa del circo uno stile di vita così affine alla profondità dell’anima slava.

Un titolo che quindi predispone, senza però nulla rivelare di quello che lentamente, molto lentamente, si inizia a intravedere nel disegno di una trama che sembra emergere dal fondo di una materia densissima e avvolta su se stessa, generosissima nell’invenzione, che elargisce colpi di scena, cambiamenti di prospettiva, che appare insieme genuinamente popolare ma anche densa di echi letterari, non so quanto voluti o consapevoli nelle intenzioni dell’autore e quanto invece emergenti da un sostrato profondo, esito di depositi antichi, di echi e voci consolidatisi nel subconscio letterario del lettore. Topol attinge a piene mani dal repertorio più tradizionale della fiaba, ne estrae i tasselli che gli sono necessari per innalzare la sua costruzione narrativa, per contaminarla, per costringerla ad una stretta convivenza con il racconto d’avventura, con il romanzo di formazione, con l’immaginazione distopica che trae la sua linfa da un passato storico riconoscibile ma reinterpretato e portato ad esiti imprevedibili, per condurre la sua vicenda e le sue storie seconde sull’onda dell’epos e della leggenda, manovrando strumenti narrativi che sembrano già predisposti per l’elaborazione di una saga.

“Artisti e animali del circo socialista” è una lunghissima fiaba crudele e, come tutte le fiabe utilizza l’orrore stemperandolo attraverso il gioco magico della narrazione, attraverso la concatenazione degli eventi, che se non consola e non spiega, promette però la consolazione e la spiegazione, lo scioglimento e la pace. Come tutte le fiabe sa di abbandono crudele e, cosa più crudele ancora, di infanzia crudelmente abbandonata e ciononostante costretta in qualche modo a crescere, di segregazione e terrore, di violenza quotidiana e di sogni e immaginazioni notturne; come succede in tutte le fiabe, anche Topol muove i suoi personaggi su strade incerte, su percorsi confusi attraverso luoghi oscuri, anche il suo mondo incantato è delimitato da un bosco, il “Bosco dei Mercanti”, limite invalicabile, luogo di orrori e meraviglie; anche nel suo romanzo il protagonista, il giovane Ilja, deve compiere il suo durissimo percorso di crescita, deve combattere, e non solo metaforicamente. Perché in questo lunghissimo racconto la storia incontra la Storia, l’immaginazione si modula intorno agli eventi che la nazione ceca è stata costretta a subire nel Novecento, non può sfuggirli, e allora il topos tradizionale della prova si trasforma e assume le sembianze dell’azione bellica. Ilja non vaga nella foresta come Pollicino seminando sassolini, ma si costruisce un nido nella corazza anteriore di un carro armato: “stringendomi alla corazza anteriore aspettavo che l’infanzia finisse”.

Il bosco allora, da luogo magico, incarnazione di paure e teatro di avventure, diventa, insieme ai paesi che circonda e nasconde, un vero e proprio scenario di guerra, terra di imboscate, saccheggi, stragi e crudeli esecuzioni e il romanzo da favola crudele diventa la storia leggendaria di un paese che difende la propria identità, crea i suoi simboli e incarna i suoi ideali: “E i nostri uomini, Cechi e Slovacchi, a bordo di carri armati, cannoni senza rinculo e jeep, avevano eroicamente attraversato i confini occidentali per raccontare al mondo la verità sulle atrocità commesse dai comunisti, perché il mondo libero si desse finalmente una mossa e la smettesse di restare a guardare inerte la valorosa resistenza della Cecoslovacchia in quell’oceano di brutale sovietizzazione, solo che della Cecoslovacchia il mondo se n’era infischiato, sbattuto, se n’era fregato altamente”.

Ed è ancora il bosco che nasconde ciò che resta del Circo di Stato della Repubblica Democratica Tedesca Hygea, con i suoi artisti e i suoi animali, un’invenzione narrativa che amplifica ulteriormente la visionarietà del romanzo, quando ormai il lettore si è illuso di averlo compreso e di poterlo controllare e incasellare. In un bosco che insistentemente richiama alla mente la selva ariostesca dove tutti sono destinati a perdersi e a reincontrarsi tra magie, artifici e stupefacenti apparizioni, gruppi di cavallerizze-amazzoni di straordinaria bellezza attraversano fulminee le macchie fuggendo dai soldati russi e dai partigiani cechi, cadaveri di animali esotici e sconosciuti vengono fatti a pezzi, orsi vengono cucinati allo spiedo, una grande gabbia custodisce un lupo morente, due zingari trasportano una vasca in cui nuota una sirena, cammelli, nani e attrazioni varie compaiono sul terreno degli scontri bellici, rinnovando di continuo la meraviglia, il desiderio e la malinconia. Meraviglia perché la loro apparizione dà sostanza ai sogni, desiderio perché tutti loro appartengono al mondo senza prezzo del gioco, dell’illusione e della poesia, malinconia perché ciò che ancora di essi è in vita è un evidente superstite di una distruzione già avvenuta. Ogni apparizione circense, anche la più desolata perché morente o orrida perché vittima di una violenza estrema che mentre uccide smembra come segno di dileggio e di disprezzo, agisce nel romanzo con grande forza poetica e allusiva e dona alle sue pagine, anche alle più dure, un’aura intensa e vibrante, come quella che solo i “più raffinati trucchi scenici” e le “più umane tecniche di ammaestramento di animali esotici” sanno provocare sul pubblico estatico.

2 responses to “Jachym Topol, “Artisti e animali del circo socialista”

  1. un altro autore che non conoscevo e che sembra ricordare il favoloso Hrabal. Lo leggerò a partire da L’officina del diavolo. Grazie per la scoperta che doni

  2. Per ora mi sembra che solo una sorta di felice e geniale imperfezione e una incontenibile sovrabbondanza avvicinino questo autore al grande Hrabal. Ma anch’io leggerò qualche altro suo libro. Grazie a te!

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