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Gottfried Benn, “Morgue”

GOTTFRIED BENN – “Morgue” – Einaudi

benn-morgue“Era un ciclo di sei poesie che affluirono e s’avventarono tutte nello stesso momento, esistettero, prima di esse non esisteva nulla; allorchè lo stato crepuscolare fu al suo termine, restai vuoto, affamato, barcollante e me ne uscii in silenzio dal grande sfacelo”.

Così scrive lo stesso Benn rievocando quella sorta di furia compositiva che sembra avere accompagnato la stesura di questa raccolta, costituita da versi che appaiono al loro autore come relitti scampati, o forse originati, dal grande sfacelo del mondo. In “Morgue” si avverte la giovinezza, l’intransigenza e l’irriducibilità della giovinezza, come si avverte la familiarità con gli aspetti più prosaici della corruzione dei corpi, della malattia, della morte e della decomposizione. Ma, soprattutto, si avverte la consuetudine con un uso perentorio e totalizzante della parola poetica che, nelle mani dell’autore diventa, letteralmente, un bisturi affilato che si apre deciso la strada verso la più nuda e spoglia e desolatamente orrida realtà delle cose. Perché la poesia o è totalizzante o non è, la poesia non media e si nutre di essenza, a qualsiasi altezza o in qualsiasi abisso essa si nasconda. La poesia forza le serrature imposte da convenzioni, regole sociali, cliché letterari, gusti del pubblico. La poesia sovverte, apre finestre su scenari che forse si preferirebbe non vedere e, intanto, abbaglia e affascina. I versi di Benn lo fanno “urtando” il lettore, obbligandolo a fissare l’interno della Morgue, perché è lì che finiscono i relitti della vita, lì si raccoglie ciò che rimane.

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