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Mario Benedetti, “La tregua”

MARIO BENEDETTI – La tregua – nottetempo

la tregua“Poi, all’improvviso, ho avuto coscienza che quel momento, quel frammento di quotidianità, era il grado massimo del benessere, la Felicità. Mai ero stato tanto pienamente felice come in quel momento, tuttavia avevo la dolorosa sensazione che mai più lo sarei stato, almeno con quella forza, con quell’intensità. L’apice è così, esattamente così. Come se non bastasse, sono certo che l’apice duri solo un secondo, un breve istante, la durata di un lampo, e non si ha diritto a proroghe”.

Quello che leggiamo in queste pagine è il diario di un anno, di un lungo e brevissimo anno, un tempo su cui l’amore ha impresso il suo sigillo, che è insieme medaglia e ferita, segno distintivo di straordinaria eccezionalità e dolore che scava nella carne e che rende miracolosamente anche l’anima un organo vivo e corporeo che respira e palpita, soffre e sanguina. Il diario di un ultimo amore, uno di quelli che “più degli altri strazia”, perché “lo va nutrendo crudele il ricordare” e, ancora di più, forse, la lucida consapevolezza della sua irripetibilità, e non ha importanza se questa è meramente legata allo scorrere del tempo, al suo farsi giorno per giorno più breve, o alla semplice convinzione che nella quotidianità l’evento miracoloso, quando è veramente tale, quando sollecita il tempo e agisce come intensificatore di attimi, se accade, è per sua natura unico.

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