Copertina di “Fuga senza fine” di Joseph Roth (Adelphi)
Letteratura austriaca
Roth

Fuga senza fine

Editore
Adelphi
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Dalla quarta di copertina, un consiglio di lettura irresistibile:

 “…abbandonatevi al corroborante piacere di ascoltare il più intelligente, il più leggero, il più penetrante racconto della Distruzione inventato tra le Due Guerre”. (Alfredo Giuliani)

 Capita, raramente ma a volte capita, di imbattersi nella quarta di copertina di un libro a lungo atteso, in una parola illuminante che sia nello stesso tempo guida alla lettura e progressiva conferma, se non addirittura superamento, delle proprie aspettative. Nel caso di questo straordinario racconto, questa parola è per me “distruzione”. Conosco Roth come cantore di un mondo ai suoi epigoni, ma mai come in questo testo, mi è apparsa evidente la sua capacità di trasmettere al lettore la poesia della fine. Perché è sull’orlo della dissoluzione che per un attimo, un breve attimo si può cogliere tutta la portata e la potenzialità dello straniamento, lo sguardo sul mondo agli epigoni diventa rivelatore, persino cantore di questo mondo, a cui si può guardare con ironia, ma anche con affetto complice, con comprensione e con crudeltà, o, persino, con la curiosità del cronista.

Una negazione che affascina, come lo straordinario Franz Tunda, lo sradicato che, con maestria, Roth insinua per sempre nell’anima del lettore con questa impareggiabile chiusa:

“Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”.

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