Calvino, “Le città invisibili”

ITALO CALVINO – “Le città invisibili” – Oscar Mondatori

E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E’ lo stesso Calvino, in una conferenza da lui tenuta il 29 marzo 1983 agli studenti della Columbia University di New York, a raccontare la genesi di questo romanzo e a delinearne una preziosa presentazione (che introduce la presente edizione). Un romanzo che in realtà oscilla fra il racconto filosofico e quello fantastico-allegorico, in linea con il clima culturale dello strutturalismo, corrente letteraria che tendeva a spiegare la complessità del mondo e dei suoi eventi fisici rappresentandoli in figure ed emblemi.

Che cosa possiamo trovare in questo breve libro? Innanzitutto descrizioni di città, cinquantacinque descrizioni di città, tutte con un nome di donna: Diomira, dalle cupole d’argento e un teatro di cristallo, piena di tutte le bellezze che il viaggiatore ha già visto in altre città e che qui sono riunite, Isidora, la città dove i vecchi guardano passare la gioventù e dove i desideri sono già ricordi, Dorotea dove le donne hanno bei denti e guardano dritto negli occhi e dove il viaggiatore sente che non c’è bene della vita che non possa aspettarsi, Zaira dagli alti bastioni che contiene il suo passato come le linee d’una mano scritto negli spigoli delle vie, Anastasia, città bagnata da canali concentrici e sorvolata da aquiloni, Tamara, la città dei segni dove l’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose, e poi ancora Fedora, la città di pietra grigia, Zenobia, che sorge su altissime palafitte, Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio, e via di seguito. Una carrellata di città inventate, ognuna con le proprie caratteristiche architettoniche unite ad un effetto del tutto unico e particolare che provocano al viaggiatore che le raggiunge. Sono, di volta in volta, città tristi e città contente, città dal cielo stellato e città piene di spazzatura, piene di spazi, sensazioni, genti diverse.

Lo stesso Calvino, nella conferenza sopra citata, racconta che queste pagine erano all’origine ricordi di viaggio, memorie di città visitate, annotazioni spesso poetiche di impressioni ricevute in un dato momento e in un certo luogo, a seconda dei suoi stati d’animo. Solo in un secondo momento tutto questo materiale è diventato un libro, con una sua precisa struttura. I singoli pezzi sono stati ordinati in undici serie: Le città e la memoria, Le città e il desiderio, Le città e i segni, Le città sottili, Le città e gli scambi, Le città e gli occhi, Le città e il nome, Le città e i morti, Le città e il cielo, Le città continue, Le città nascoste. Tutte queste pagine non formavano ancora un romanzo. Calvino immagina allora che un grande viaggiatore, il più grande della letteratura, Marco Polo, presenti a Kublai Kan, imperatore dei Tartari, una serie di relazioni sui suoi viaggi in Estremo Oriente, ognuna delle quali introdotta e seguita da un dialogo in corsivo tra i due. Quello che alla fine risulta evidente è lo straordinario valore che la città riveste per Calvino. Sono le sue parole il commento migliore a questo romanzo atipico: “Che cosa è oggi la città, per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e “Le città invisibili” sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi. Il mio libro s’apre e chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”.

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