“Bevo perché bevo. Bevo perché mi piace. Bevo perché ho paura. Bevo perché ho una predisposizione genetica al bere. Tutti i miei antenati bevevano. Bevevano i miei bisnonni e i miei nonni, beveva mio padre e beveva mia madre. Non ho nè sorelle nè fratelli, ma sono sicuro che, se ne avessi, tutte le mie sorelle berrebbero e pure tutti i miei fratelli. Bevo perché ho un carattere debole. Bevo perché mi si è spostata una rotella nel cervello. Bevo perché sono troppo tranquillo e voglio rianimarmi. Bevo perché sono troppo nervoso e voglio calmare i nervi. Bevo perché sono triste e voglio rallegrare l’anima. Bevo quando sono felicemente innamorato. Bevo perché cerco invano l’amore. Bevo perché sono troppo normale e ho bisogno di un po’ di follia. Bevo quando scolo il primo bicchierino e bevo quando scolo l’ultimo, allora bevo ancora di più perché l’ultimo bicchierino non l’ho mai bevuto”.
Un libro difficilissimo da reperire. Una chicca. Un autore che ricorda Venedikt Evrofeen e Charles Bukowski, definito da Milosz la speranza della letteratura polacca. Un personaggio istrionico e dimesso, un filosofo etilico esperto nella tecnica del bere, che si definisce il principe dell’inafferrabilità, comandato da una lingua avida di immortalità.



