Parise, “Sillabari”

GOFFREDO PARISE – “Sillabari” – Adelphi

Avvertenza

Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.

Gennaio 1982                                                                                       Goffredo Parise

 

Nella presente edizione sono raccolti i racconti pubblicati da Parise dal 1971 al 1980 sul Corriere della Sera. Cesare Garboli, suo amico e recensore, cerca di definire la natura di questi scritti che non possono essere considerati semplicemente racconti, ma nemmeno apologhi o operette morali. Garboli li definisce romanzi virtuali, cioè testi costituiti da pochi, insignificanti particolari che contengono in sé, virtualmente, delle architetture complesse, degli intrecci, dei rapporti romanzeschi. Sono come cellule da cui potrebbero scaturire innumerevoli romanzi.

E’ lo stesso Parise a raccontare la genesi dei Sillabari. Un giorno, sul finire degli anni Sessanta, vede nella piazza sotto casa un bambino con in mano un sillabario. Gli si avvicina e legge “L’erba è verde”. Parise, che già da anni lavora come giornalista ed è consapevole dei tempi politicizzati in cui vive, resta colpito da quella pagina limpida e colorata che acquista il significato di un monito, un richiamo all’essenzialità della vita e della poesia. Nasce così l’idea di una serie di brevi racconti (o romanzi in miniatura o poesie in prosa) dedicati ai sentimenti umani essenziali che, disposti in ordine alfabetico, compongono una sorta di dizionario. Il risultato è il libro migliore di Parise, quello dove la sua scrittura è più felice perché scaturisce da quella condizione di armonia e di energia che lo scrittore aveva sempre cercato, “una specie di limbo, di lieve e soffusa esaltazione, in cui nel suo complesso ti piace la vita e ne hai al tempo stesso nostalgia”.

Sono racconti controcorrente, frutto di una fulminante concentrazione, o meglio riduzione agli elementi primi della realtà; appaiono nitidi e assoluti, chiusi in una nervosa perfezione, eppure capaci di evocare, al pari di un sillabario, un intero mondo perduto. Come ha scritto Cesare Garbali, nei “Sillabari” Parise “distilla la pietra filosofale del raccontare. Ma non racconta, fa qualcosa di più. Invoglia a pensare che il mondo sia raccontabile, e che la sua raccontabilità sia una meraviglia da scrutare attraverso un foro minuscolo”. Parise traccia nella sua raccolta personaggi, luoghi e situazioni che potrebbero vivere ovunque, tanto universale è la loro esistenza, tanto appaiono vaghi e indefiniti nella loro pur minuziosa descrizione e nel loro passaggio attraverso i racconti: pagine comuni a chiunque affronti la propria avventura umana. Poi i racconti procedono lungo l’arco dell’alfabeto e nei ricordi dell’autore; crescono e si aprono, diventano sempre più rarefatti ed onirici, al punto che spesso il titolo di un racconto si trova ad essere in antitesi con il suo stesso contenuto.

Scrive ancora Garbali: “E’ scrittore colui che sa dare corpo a una meteora, a una cometa psichica, a un modello del mondo che non apparirebbe mai dal fondo del cielo senza le sue parole. Così è oggi l’opera di Parise: esposta, abbandonata nelle mani del futuro come un pezzo di vita che noi, che gli siamo stati contemporanei, non avremmo mai vissuto senza di lui”.

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