Platonov, “Lo sterro”

ANDREJ PLATONOV – “Lo sterro” – Marsilio

Ho letto “Lo sterro” guidata e accompagnata da due affermazioni che possono essere considerate come sua premessa, ma anche come sua conclusione, oltre a costituire valide motivazioni per accostarsi all’opera di Platonov. La prima è di Iosif Brodskij: “A leggere Platonov, mai pubblicato nella Russia sovietica, si ha il senso della spietata, implacabile assurdità insita nel linguaggio… vi trovate in gabbia, sperduti, abbagliati”. L’altra è di Ivan Verc, docente di Lingua e Letteratura russa presso l’Università di Trieste, curatore della presente edizione: “E’ il sonno della memoria che crea mostri: questo, forse, il testamento che Platonov ci ha lasciato”. Proprio di questa edizione vorrei sottolineare l’accuratezza e la completezza. Fa parte della collana di classici russi “Le betulle” (della Letteratura universale Marsilio), diretta da Vittorio Strada e offre al lettore non solo la possibilità di conoscere un testo e un autore non certo tra i più noti in Italia, ma anche una serie di strumenti che permettono una lettura più consapevole e completa. Mi riferisco alla presenza del testo in lingua originale con traduzione a fronte, al saggio iniziale “Il riscatto della memoria” di Ivan Verc, all’ampia cronologia relativa all’autore e all’opera, al ricchissimo apparato di note al testo che, da sole, costituiscono una piccolo dizionario della propaganda sovietica, indispensabile per comprendere il linguaggio di Platonov e, infine, alla Bibliografia conclusiva. In questo modo la lettura del romanzo non si esaurisce e non si conclude, ma diventa un’opportunità di nuovi e consapevoli percorsi di lettura. Un gioiello insomma, in un panorama editoriale spesso deludente.

 Platonov iniziò a scrivere “Lo sterro” nel 1929 (il secondo anno del primo piano quinquennale) e lo terminò nel 1930. Il libro fu pubblicato per la prima volta all’estero nel 1969, e in Urss solo nel 1987. Sono date che fanno facilmente comprendere l’ostilità del regime staliniano nei confronti di un autore fortemente critico e capace di usare l’arma della satira contro le menzogne della propaganda di regime. L’anno 1929 è quello in cui si svolge la vicenda narrata dal romanzo, quello in cui l’autore inizia a scriverlo e anche quello in cui inizia il suo conflitto con la censura staliniana (che impedisce l’uscita del suo romanzo “Cevengur”, già stampato e pronto per la distribuzione). Lo stesso Gor’kij, scopritore e sostenitore di Platonov, investito da Stalin del compito di vigilare la produzione degli scrittori russi e di indirizzarne la creatività verso le linee del partito, non lo difende dall’accusa di aver scritto un romanzo controrivoluzionario. Negli anni della collettivizzazione forzata delle campagne e della liquidazione violenta dei kulaki, i contadini che si opponevano alla riforma agraria, Platonov scrive e cerca di pubblicare racconti e romanzi fortemente satirici e critici, che denunciano le violenze, ma anche la tragica disorganizzazione della vita rurale di cui il regime si è reso responsabile. Ciò decreta la scomparsa di Platonov dalla vita letteraria russa. Corrispondente di guerra dal fronte durante gli anni del secondo conflitto mondiale, dopo aver contratto la tubercolosi curando fino alla morte un figlio gravemente ammalato, muore a sua volta nella miseria più assoluta nel 1951. Ciò che immediatamente colpisce leggendo “Lo sterro” è il suo apparente impianto ideologico, perfettamente in linea con “l’edificazione socialista” così come espressa e sostenuta dal regime, tanto che persino il lessico usato dall’autore richiama quello utilizzato dagli opuscoli propagandistici del tempo (piani quinquennali, ritmo, crescita, edificazione, brigate d’assalto – sono solo esempi ricavati dalle note, che, con precisione riportano significati, fonti ed interpretazioni storiche di ogni termine o espressione, non escluse citazioni tratte da discorsi di Lenin e di Stalin). Nella prima parte del romanzo, l’ambientazione dell’azione è, appunto, lo sterro, collocato all’interno di un cantiere finalizzato alla realizzazione di un enorme complesso industriale e abitativo; nella seconda parte, l’azione si sposta all’interno di un kolchoz (cooperativa agricola collettivizzata) che sta procedendo alla trasformazione della campagna circostante mediante la eliminazione della tradizionale economia contadina basata su piccole proprietà a conduzione familiare, e alla contemporanea cattura ed eliminazione violenta dei contadini contrari alla collettivizzazione. Lo sfondo linguistico, culturale e storico su cui si muovono i personaggi di Platonov è talmente preciso e aderente alla realtà dell’epoca che, come dice Verc, “può essere considerato come una vera e propria enciclopedia  di un segmento particolare della vita russa della fine degli anni venti e un’eccellente fonte storica per la comprensione di quell’epoca che in Urss fu conosciuta come realizzazione del primo piano quinquennale, volto verso l’industrializzazione e la collettivizzazione forzata del paese”. La genialità di Platonov sta proprio in questa apparente totale adesione al mondo che rappresenta, perché tanto più sincera e disponibile appare la sua adesione alla costruzione del socialismo, tanto più dirompente sarà la constatazione del suo fallimento. E tutto ciò avviene grazie al protagonista del romanzo, Voscev, il personaggio che rappresenta nel racconto la voce dell’autore, ma, anche, le caratteristiche più profonde e vere dell’anima russa, il suo bisogno di trascendenza, il suo essere fondamentalmente metafisica e speculativa, la sua profonda spiritualità, il suo bisogno di senso. Voscev è alla ricerca del senso della vita e ingenuamente lo cerca sulle strade che il partito gli indica, in sostanza cerca nel materialismo la risposta ai suoi bisogni spirituali. Lui che è stato licenziato dalla fabbrica perché meditava nel bel mezzo dei ritmi generali del lavoro, rallentandoli, si rivolge ai proletari, sperando di trovare presso di loro la chiave di lettura di tutte le cose, ma trova solo la fatica e l’abbrutimento; si rivolge allora alla scienza, rappresentata dall’ingegner Prusevskij, per sapere come si è costituito il mondo, ma la risposta è confusa e deludente (e lo stesso ingegnere sta meditando di porre termine alla sua vita); si rivolge all’universo e alla natura, per scoprire che la via lattea è solo “una torbida massa priva di vita”. “Lo sterro” è una lenta constatazione di fallimento: fallimento del proletariato, della scienza, della speranza per il futuro, della edificazione del mondo socialista. E allora Voscev distoglie lo sguardo dal futuro e lo rivolge al passato, ad ogni inezia che un giorno è stata viva, ad ogni morto inventario, ad ogni indizio di esistenza, nella speranza che un giorno possa essere riportato in vita per rivelare finalmente la verità di tutte le cose: “In nome della vendetta socialista aveva raccolto nel villaggio tutti gli oggetti miserabili, reietti, ogni inezia d’una vita anonima e tutto ciò che s’era perso nella memoria. Quelle vecchie cose logore e pazienti un tempo erano state a contatto con la carne della razza dei braccianti, in quelle cose s’era impresso per l’eternità il peso d’una vita a testa china, sperperata senza averne trovato il senso consapevole e finita senza gloria da qualche parte sotto la paglia di segala della terra. Senza rendersi esattamente conto di quanto stesse facendo, Voscev raccoglieva avidamente nel sacco ciò che era rimasto della gente perduta, vissuta come lui senza verità e morta prima della fine vittoriosa. Ora egli presentava al potere e al futuro quegli indefessi lavoratori eliminati per sempre, affinchè chi giaceva in silenzio nelle profondità della terra potesse finalmente ottenere vendetta con l’aiuto di chi organizzava il senso eterno degli uomini”.

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