Carver, “Racconti in forma di poesia”

RAYMOND CARVER – “Racconti in forma di poesia” – Minimum fax

“Ecco la poesia che volevo scrivere/ prima, ma non l’ho scritta/ perché ti ho sentita muoverti./ Stavo ripensando/ a quella prima mattina a Zurigo./ Quando ci siamo svegliati prima dell’alba./ Per un attimo disorientati. Ma poi siamo/ usciti sul balcone che dominava/ il fiume e la città vecchia./ E siamo rimasti lì senza parlare./ Nudi. A osservare il cielo schiarirsi./ Così felici ed emozionati. Come se/ fossimo stati messi lì/ proprio in quel momento.”

Raymond Carver (1938 – 1988) è un grande scrittore americano, da molti considerato il padre del “minimalismo”, cioè del modo di pensare l’arte dello scrivere in termini di essenzialità espressiva. Gli intrecci narrativi dei suoi racconti si sviluppano in piccole scene di vita quotidiana e rifuggono dai grandi spazi aperti del romanzo americano classico. Carver porta dentro di sé un’inquietudine che gli deriva dalle difficoltà materiali patite durante una giovinezza contrassegnata dalla povertà e dal dolore. Era nato nell’Oregon e cresciuto nello stato di Washington, accanto a una grande riserva indiana. Suo padre era operaio in una segheria, sua madre cameriera in un ristorante. A causa della povertà fu ben presto costretto a mettersi a lavorare, accettando ogni tipo di lavoro. Non smise mai di coltivare la sua passione per la letteratura; leggeva soprattutto Isaak Babel, Ernst Hemingway e Anton Cechov. Iniziò anche a scrivere, in condizioni a dir poco problematiche, strappando al lavoro, come egli stesso ebbe a dire, un’ora qui e un’ora là. Scriveva sul tavolo in cucina, in garage, nell’automobile parcheggiata. Non era mai soddisfatto dei risultati: sottoponeva i racconti ad un lavoro di rifinitura intensa. Li limava, li tagliava, li ricuciva ossessivamente, nell’intento di sgombrare il centro tematico su cui si fondava il racconto da tutto quello che riteneva superfluo. Da qui deriva l’impressione di sobrietà, di secchezza, di essenzialità estrema che si ricava leggendo i suoi scritti. Tra molteplici difficoltà oggettive, nel 1963 Carver riuscì a laurearsi. Pochi anni dopo iniziò a bere e, ormai alcolizzato, finì più volte in cella per ubriachezza. A salvarlo dalla deriva a cui era avviato fu l’incontro con la poetessa Tess Gallagher che divenne in seguito sua moglie. Grazie a lei si disintossicò dall’alcool, ottenne la cattedra di Letteratura inglese presso la Syracuse University e si dedicò, finalmente in tutta tranquillità, alla scrittura. All’inizio del 1984, all’indomani della pubblicazione di “Cattedrale”, la sua più nota e fortunata raccolta di racconti, Carver si trovò all’improvviso a fare i conti con le conseguenze più irritanti e alienanti che la notorietà poteva avere per un uomo schivo e introverso come lui. Così smise di scrivere e si ritirò per un periodo di meditazione e di solitudine a Port Angeles, nello stato di Washington, in una casa costruita alla confluenza di due fiumi con il mare dello stretto di Juan de Fuca. La casa, progettata e costruita dalla sua compagna Tess Gallagher, sarà il luogo in cui si svolgerà uno straordinario periodo di ispirazione poetica. Questo libro raccoglie le poesie scritte da Carver in quel luogo magico. Tess ha lasciato questa testimonianza scritta che meglio di qualsiasi altra ulteriore parola dà l’idea dei tesori contenuti in questa raccolta: “In quei giorni Ray si muoveva in uno sciame di poesie, come un apicoltore in estasi che se ne va in giro circondato da una nuvola di api: cerca di vedere il mondo, ma lo vede attraverso le api (ovvero le poesie) e ogni volta che vuole dire qualcosa a qualcuno gli esce fuori una poesia. Era una specie di re Mida delle poesie. Ogni cosa che toccava o guardava si trasformava in una poesia, che per lui era come l’oro. Ma a differenza di re Mida, non soffriva di questa contaminazione. Piuttosto era come se il mondo gli si avvicinasse sempre più intimamente parlando la lingua a lui più cara: la lingua della poesia, che dava al mondo l’importanza che meritava, ma allo stesso tempo, per via del rifiuto di Ray di elevare troppo il tono, lasciava al mondo il suo mistero, la distanza e la dignità di restare semplice e intatto come la neve che si posa su un ramo di abete.”

2 responses to “Carver, “Racconti in forma di poesia”

  1. Visitando il blog della McMusa, che tratta molto di letteratura americana, ho scoperto questo autore, che mi piacerebbe al più presto leggere… Pensavo proprio di iniziare con i racconti di Cattedrale. Tu l’hai letto?

  2. dietroleparole

    Sì, ho letto i racconti di Carver, possiedo una raccolta che comprende anche “Cattedrale”, forse il suo più famoso. Come avrai capito, non sono molto esperta (e nemmeno molto amante) della letteratura americana contemporanea, però Carver mi piace. I suoi racconti sono disadorni, molto allusivi, molto “parlati”, di una sottile malinconia, soffusi di una poeticità insieme profonda e rassegnata. Io però continuo a preferire la sua poesia, in particolare questa raccolta, che trovo fantastica. Grazie per la tua graditissima attenzione. Un caro saluto.

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