Gogol’, “Racconti di Pietroburgo”

NIKOLAJ GOGOL’ – “Racconti di Pietroburgo” – Adelphi

 Un barbiere si sveglia di buon’ora, si alza dal letto, spezza il pane appena sfornato, vi scorge dentro “qualcosa di biancheggiante”: un naso. Prende così avvio uno dei racconti più celebri della letteratura di tutti i tempi, affiancato in questa raccolta da altri quattro, non meno significativi e famosi: “Il ritratto”, dove un dipinto porta con sé, nel trascorrere degli anni, tutto il male che era nell’animo del personaggio rappresentato; “La Prospettiva”, storia di incontri e di passioni fatali o fugaci sullo sfondo mutevole, e talora inquietante del Nevskij Prospekt; “Il giornale di un pazzo”, diario di un uomo solo e del suo precipitare nella follia; “Il mantello”, dramma di un povero impiegato che subisce il furto del cappotto nuovo, acquistato costringendo una vita già misera a ulteriori, patetiche, restrizioni.

Ciò che rende questa raccolta unica, anche a prescindere dalla bellezza dei racconti che contiene, è tuttavia il nome di chi ha tradotto i testi dal russo e ha scritto l’introduzione al volume: Tommaso Landolfi, uno dei grandi scrittori del Novecento italiano. Landolfi, laureato a Firenze in Lingua e Letteratura russa, con una tesi su Anna Achmatova, fu traduttore magistrale dal russo, dal francese e dal tedesco, oltre che profondo conoscitore delle letterature di tali lingue. Fu anche traduttore di opere di Puskin, Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Lermontov, Tjutcev e Leskov.

Nell’introduzione al volume, Landolfi inquadra i presenti racconti all’interno della produzione del loro autore e dà a questi testi una interpretazione critica, sottolinenando forse gli aspetti che maggiormente li avvicinano alla propria produzione letteraria. I quattro racconti risalgono, per quanto riguarda la loro composizione, agli anni compresi tra il 1935 e il 1940. Essi possono quindi rappresentare una fase di passaggio tra la produzione dell’estrema giovinezza dell’autore e “Le anime morte”, il capolavoro della maturità. Landolfi si discosta dal luogo comune che vuole Gogol scrittore realista, o naturalista, o addirittura primo esponente di quella letteratura sociale o a sfondo sociale che in seguito fiorì in Russia. Gogol’ segue la linea di una tradizione, in particolare quella puskiniana, ma, nello stesso tempo ne inaugura una nuova. “Gogol’ rivendica lo spaventoso privilegio della sua disperazione, della sua conscia impotenza, della sua inadattabilità all’assurdo e vuoto mondo degli uomini”. Secondo Landolfi, persino Gogol’ credette per un momento nella possibilità di un’esistenza, dell’esistenza in generale. Così, dalle opere della prima gioventù, ancora in qualche maniera abbandonate e bene o male sotto il segno della speranza, si passa a quelle sempre più cupe degli anni posteriori; fino a quell’estrema soglia che sono “Le anime morte”, fino alla cosiddetta crisi di misticismo, fino al gelo, all’annichilimento, alla morte. I racconti che costituiscono il presente volume sono appunto da riferirsi a questa seconda e conclusiva fase. Qui lo scrittore si trova più direttamente a confronto con la sua vera materia, col suo incolmabile vuoto, cui cerca invano di attribuire consistenza formale, come invano seguiterà a fare sino alla fine. “E, nonostante il suo piglio più o meno disinvolto, nonostante i conforti della sua natura di spettatore, di minuzioso osservatore, di morboso enumeratore, e, finalmente, di romantico accozzatore di fantasie, si sente invaso dal freddo e lo sgomento prende a stringerlo nella sua diaccia morsa”. D’altra parte questi testi contengono anche, alla rinfusa, tutti i tipici elementi romantici e tutto il bagaglio propriamente letterario che per un certo tempo alimentarono l’illusione di Gogol e che costituirono poi l’oggetto della sua delusione. “Perché, in compenso della realtà e del commercio umani che perennemente dovevano sfuggirgli, fu a Gogol’ concessa altra, più terribile ma ugualmente plausibile realtà: quella dei morti e dei fantasmi. Questi suoi personaggi immersi in una luce crepuscolare, lividi o torvi, amorfi talvolta o difformi, vagano tuttavia ormai per il mondo, né il mondo saprebbe ignorarli”. Per un conoscitore dell’opera di Landolfi, non sarà difficile ritrovare in queste frasi la descrizione di un mondo poetico, che non è solo proprio dello scrittore russo, ma che è anche quello, raffinato, lunare, vitale, inesauribile in invenzioni e suggestioni dell’autore italiano.

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