Zweig, “Sovvertimento dei sensi”

STEFAN ZWEIG – “Sovvertimento dei sensi” – Corbaccio

Ogni volta che mi imbatto in una pagina di Stefan Zweig mi scopro nuovamente immersa nel fascino del suo stile un po’ aulico, ma innegabilmente efficace, irretita nelle sue abilissime costruzioni avvincenti di drammi interiori che agitano le anime di personaggi borghesi e agiati, senza d’altra parte apparentemente condurre a mutamenti decisivi nel loro stile di vita. Non stento allora a credere che negli anni Venti e Trenta del Novecento Zweig sia stato uno degli scrittori in lingua tedesca più conosciuti e più tradotti. Un autore brillante quindi, di successo, definito così da Ladislao Mittern nella sua “Storia della letteratura tedesca”: “Superficialissimo divulgatore, riuscì col suo stile brillante e sempre facile a essere l’autore prediletto della vastissima massa di lettori semicolti desiderosi di completare e specialmente di aggiornare la loro cultura”. Un giudizio impietoso, che trova molte voci concordi tra letterati contemporanei all’autore. Ma, innegabile, il fascino dei suoi racconti, almeno per me, rimane.

Forse è solo una questione di carattere, di riconoscibilità della sua scrittura, di capacità di gestire ritmi narrativi basati quasi esclusivamente su eventi interiori, della dote naturale, che solo i narratori di razza possiedono, di raccontare “dominando” la loro storia, creando intrecci che non si esauriscono in se stessi, ma che alludono a un mondo che li contiene, li giustifica e dà loro consistenza. Resta il fatto che lo stesso Magris, in quel suo saggio memorabile sulla letteratura mitteleuropea del 900 che è “Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna”, nel quale analizza la produzione di autori grandissimi come Schnitzler, Hofmannsthal, Kraus, Rilke, Roth, Musil, parte proprio da alcune pagine di Zweig, tratte da “Il mondo di ieri”, per delineare un ritratto del mondo della vecchia Austria asburgica e per descrivere quella età dell’oro della sicurezza, dalla cui frantumazione si è generato il mito asburgico con tutto il suo carico di nostalgia, insicurezza ed affannosa ricerca di nuovi equilibri. Zweig si è trovato cronologicamente a vivere nei tempi drammatici, ma artisticamente e letterariamente esaltanti che hanno visto crollare le certezze dell’ordine costituito dell’impero, sorgere la consapevolezza della insondabilità dell’animo umano (a Zweig va riconosciuto il merito di aver introdotto in letteratura e letterariamente divulgato il pensiero di Freud e le sue analisi dell’inconscio) e, infine, l’Europa precipitare nel gorgo del nazismo e dell’antisemitismo. Nella produzione di Zweig, l’autobiografia “Il mondo di ieri” ha proprio il compito di narrare il destino di una generazione che ha vissuto e subito eventi tanto drammatici e, come ha ben intuito Magris, può essere considerata “il ritratto incantato della felix Austria”. I racconti compresi in “Sovvertimento dei sensi” sembrano invece prescindere da un’ambientazione storica o sociale, anzi, sembra quasi che Zweig, scegliendo protagonisti appartenenti ad una classe privilegiata, voglia metterli nelle condizioni migliori per trasformarli in oggetti da osservazione. Nessuna preoccupazione esterna li deve disturbare, nessun pensiero che non sia quello del loro equilibrio interiore. Che, ovviamente, viene messo in crisi da un evento incomprensibile, imprevedibile e incontrollabile, che lo sovverte e lo sconvolge e che proviene da qualcosa di sconosciuto che evidentemente da sempre viveva, nascosto, in ognuno di loro. Zweig chiama “sensi” l’origine del sovvertimento, il lato oscuro. Nelle vicende raccontate, il sovvertimento è quasi sempre temporaneo, l’equilibrio infranto si ricostituisce, ma resta, per sempre, la consapevolezza che non esistono sicurezze, che l’interiorità è un territorio infido e oscuro e che nessuno può dirsi al riparo da turbamenti e sconvolgimenti. “Ma come la malattia esiste prima di manifestarsi apertamente, così il destino non comincia solo quando diventa realtà visibile e concreta. Esso impera nello spirito e nel sangue assai prima che dall’esterno arrivi all’anima. Riconoscersi è già difendersi e per lo più è invano”.

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