Jahnn, “La nave di legno”

HANS H. JAHNN – “La nave di legno” – Archinto

“Quasi fosse uscita dalla nebbia, si rese d’un tratto visibile la bella nave.” Inizia così, con un incipit sincopato e maestoso questa favola marina che è dramma del destino. E il respiro si prepara ubbidiente a seguire il ritmo di un linguaggio denso e preciso, mentre la mente, l’anima e la fantasia si predispongono alla partenza per un lungo e incerto viaggio per mare. Ogni vero lettore sa bene quale sia il fascino dei romanzi ambientati sul mare, ce l’hanno insegnato Stevenson, Melville e Conrad e molti altri, ci hanno insegnato che l’avventura, quando si svolge sul mare, assume molteplici sfumature, fa vibrare le corde più nascoste dell’anima, allude alle più segrete oscurità del cuore, alle paure ancestrali, racchiude significati profondi, sollecita il senso del mistero e dell’orrore. Jahnn attinge a questa tradizione letteraria per farla sua, stravolgerla, reinterpretarla, creando una macchina narrativa a suo modo perfetta, cioè perfettamente rispondente alla sua logica interna, per iniziare a scrivere l’immensa opera della sua maturità. “La nave di legno”, pur essendo un romanzo perfettamente compiuto, rappresenta infatti il prologo della lunghissima trilogia “Fiume senza sponde” e Gustav Anias Horn, il giovane che qui vediamo immerso nello sconcerto di un’inquietante avventura giovanile, è il futuro compositore protagonista del romanzo conclusivo dell’opera di Jahnn.

Ho conosciuto questo autore leggendo le sue bellissime “13 storie inospitali” che mi hanno permesso di cogliere il pathos della sua scrittura altamente innovativa, densa di tutte le fascinazioni, le astrazioni, le oscure allusioni, le preziosità ornamentali dell’epressionismo tedesco e che, ora ne sono consapevole, mi hanno preparato a questo “viaggio di esplorazione ai ghiacciai dell’anima” (è la bellissima definizione che lo stesso Jahnn dava dell’arte). Perché, già dalle prime pagine, risulta evidente che anche questa nave è un luogo inospitale, dove nulla è come deve essere, dove nessuno è quello che sembra, dove al lettore non viene concessa la tregua consolatoria di una aspettativa soddisfatta e finisce per diventare un passeggero in più sulla bella nave, clandestino anche lui, come Gustav e, come Gustav, incapace di dominare spazi ed eventi. “La nave di legno” contiene tutti i tòpoi narrativi della letteratura marinara, l’avventura, la presenza dominante, mutevole, misteriosa, affascinante e pericolosa del mare, l’incognita del viaggio, la vita innaturale e straniante dei passeggeri costretti a condividere uno spazio limitato, la tempesta, l’ammutinamento, la violenza, il sospetto, il naufragio, ma Jahnn, come in fondo fanno tutti i grandi, pur affondando le sue radici in una tradizione saldamente costituita (che gli permette, tra l’altro, di “catturare” da subito l’attenzione del lettore) la reinterpreta e sostanzialmente la ricrea, costruendo una storia che è fatta da una serie di violenze alla norma. Una trama lineare che nasconde una realtà molteplice, così come il veliero, descritto con la precisione di chi sa bene di che cosa sta parlando (Jahnn veniva da una famiglia di costruttori navali, il nonno costruiva velieri, il padre possedeva una carpenteria navale, lui stesso era costruttore e restauratore di organi), nasconde nelle sue labirintiche profondità, una infinità di camere segrete, di cunicoli nascosti, di spazi speculari e ingannevoli. E così, poche ore dopo la partenza, già si scopre che la nave non è il luogo sicuro, delimitato e conosciuto da contrapporre all’ignoto, infinito e infido mare. Perché non si domina la realtà, non esiste un luogo ospitale, tutto è mistero che le immagini di Jahnn non vogliono chiarire, ma, anzi, rendere evidente, restando in bilico tra conscio e inconscio, sull’orlo che separa la norma dalla sotterranea follia. Se questo è il palcoscenico, se la nave è un simbolo, il dramma che qui si svolge non può essere che un enigma, l’enigma dell’uomo. Tutto il nucleo narrativo del romanzo ruota intorno al mistero, che si fa via via sempre più tenebroso e inquietante, fino a trasformarsi in vero e proprio orrore, del carico trasportato dalla bella nave di legno, è un gorgo che attrae a sé tutto e tutti e che, piano piano, trasforma la nave in un vero e proprio manicomio galleggiante, fino a causarne l’ovvia fine, l’affondamento nel gorgo ancora più grande, profondo e insondabile, del mare. L’ultima immagine della nave di legno, indimenticabile per la sua bellezza, che Jahnn regala al lettore, è quella della polena che lentamente scompare tra i flutti: “A perpendicolo sull’acqua, ritta, rivolta alle scialuppe che s’allontanavano, per un mezzo minuto, fors’anche un minuto intero, apparve la polena. Tutti gli sguardi le si appuntarono. Nessuno ricordava di averla vista prima. Un’immagine come di giallo marmo. Una donna. Il simulacro di una dea sfavillante, ruvida di pelle. Venere Anadiomene. Le braccia, arcuate all’indietro, si confondevano col legno bruno avvolto di fumante schiuma, le voluttuose cosce stringevano il fiero tronco della chiglia. Un possente, seducente canto, indirizzato agli uomini di là dall’acqua. La sfrontata promessa di turgidi seni. Indi la visione sparì”.

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