Nijinsky, “Diari”

VASLAV NIJINSKY – “Diari” – Adelphi

“Mi hanno detto che sono pazzo. Io pensavo di essere vivo.”

Questi “Diari” racchiudono i pensieri, i sentimenti, le ossessioni e i deliri di uno dei più grandi ballerini di tutti i tempi, l’anima e il cuore dei Balletti Russi di San Pietroburgo. In questa edizione integrale sono pubblicati i primi due quaderni, intitolati da Nijinsky “Vita” e il terzo, intitolato “Morte” (il quarto, contenente solo poesie e lettere, non è qui riprodotto). E’ doveroso accingersi alla lettura di queste pagine rinunciando alla pretesa di poter giudicare il loro valore letterario (anche se contengono richiami alla letteratura e spesso suscitano nel lettore echi e suggestioni letterarie), senza però provare la sensazione di penetrare indebitamente nel mondo personale e segreto del loro autore, perché, fin dalle prime righe, appare chiaro che Nijinsky scriveva, anche se in modo ossessivo, compulsivo e incalzante, perché voleva essere letto, con l’intento chiaramente espresso di pubblicare e quindi di rendere accessibili a tutti i suoi scritti. I quaderni sono stati redatti fra il 19 gennaio e il 4 marzo 1919, mentre Nijinsky si trovava con la famiglia in Svizzera. Qui verrà sottoposto a numerose visite e successivamente ricoverato in vari ospedali psichiatrici, per una forma di schizofrenia, dove rimarrà rinchiuso fino alla morte, avvenuta a Londra nel 1950.

 Queste informazioni biografiche permettono di capire quanto sia stato significativo l’anno 1919 nella vita di Nijinsky e, di conseguenza, quanto valore abbiano questi diari. A soli ventinove anni questo genio della danza concluderà la sua carriera, dopo aver scritto questi quaderni non danzerà più e, cosa ugualmente drammatica, in queste pagine si assiste alla inarrestabile discesa nella follia della mente di un uomo dotato di immensi tesori di sensibilità e di creatività che l’hanno reso grande e insieme fragile. Queste righe convulse e ossessive, che così spesso cedono al delirio, contengono però tutta l’essenza di un’anima e, in alcuni miracolosi momenti, la regalano al lettore. A tratti si ha l’impressione di “leggere” una musica dissonante e caotica entro la quale risuonano temi ossessivamente ripetuti, come melodie note, capaci di commuovere e di stupire il lettore. Ritornano in queste pagine, tra interminabili deliri di onnipotenza, litanie compulsive (che l’autore chiama poesie), attacchi ad uomini politici, astrusi programmi di future attività lavorative, accorate espressioni d’amore e di odio nei confronti dei familiari (e molto altro), bellissimi momenti in cui Nijinsky parla della sua arte, di ciò che, fino a pochi mesi prima costituiva tutto il suo mondo ed altri in cui racconta il suo passato, le sue origini, l’apprendistato, faticoso e persino crudele, a cui ha dovuto sottoporsi in nome del suo amore per la danza e del suo amore per quella che ritiene sua patria di elezione, la Russia. Ecco, ritengo che queste siano pagine da ricordare per rendere omaggio a un genio, per trattenerlo, ancora un po’, sull’orlo della follia che sta per inghiottirlo. “Io lavoro con le mani e i piedi e la testa e gli occhi e il naso e la lingua e i capelli e la pelle e lo stomaco e le budella”. Concludo con un brano che mi ha personalmente commosso. Io che ho conosciuto la letteratura russa e ho iniziato ad amarla leggendo “L’idiota” di Dostoevskij, mi sono sentita vicina a questo genio sfortunato leggendo queste sue parole: “Io leggevo Dostoevskij. Dostoevskij mi riusciva più facile, perciò lo leggevo d’un fiato. Leggerlo d’un fiato era una gran cosa perché quando leggevo “L’idiota” sentivo che l’Idiota non era un idiota ma una brava persona. Non potevo capire “L’idiota” perché ero ancora giovane. Non conoscevo la vita. Adesso capisco “L’idiota” di Dostoevskij perché prendono anche me per idiota”.

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