Vaculik, “Le cavie”

LUDVIK VACULIK – “Le cavie” – Garzanti

“Le cavie” è l’opera letteraria amarissima ma insieme acuta, scanzonata ed estremamente intelligente di uno scrittore del dissenso, emarginato dalla vita culturale del suo paese dopo la violenta repressione della Primavera di Praga ad opera delle truppe sovietiche. L’opera di un intellettuale e giornalista fondamentalmente politico (non a caso, dopo il crollo del regime comunista, nel 1990, ricoprirà, anche se per pochi mesi, la carica di viceministro degli Interni della Repubblica Ceca) che, nelle sue pagine, non può fare a meno di riflettere sui comportamenti dell’uomo quando, più o meno volontariamente, si trova a dover interagire con i suoi simili, che verifica tali comportamenti in situazioni diverse, che li raffigura e li descrive dopo averli osservati in modo apparentemente distaccato, senza ombra di coinvolgimento emotivo, giungendo persino a punte di perversa crudeltà.

 Un esperimento, è questo che Vaculik vuole raccontare, ma sarebbe forse meglio dire relazionare, in queste pagine; la relazione di un esperimento che dovrà, lo dice la stessa voce narrante del romanzo, fornire il materiale per redigere un librettino di scienze naturali. L’esperimento, che riguarda la vita delle cavie, fornisce l’asse intorno al quale è costruito l’intero romanzo e possiede, ovviamente, un chiaro significato di metafora sociale. L’io narrante e protagonista della vicenda, impiegato presso la Banca Nazionale di Praga, vive infatti due realtà ben distinte, quella privata e familiare che ben presto ruota tutta intorno alle abitudini e ai comportamenti delle cavie, e quella pubblica, lavorativa, fatta di rapporti in gran parte conflittuali e poco chiari con i colleghi e superiori, all’interno di una struttura, la Banca, che assume progressivamente l’aspetto di un organismo di potere oppressivo e lesivo delle libertà personali, contro il quale i dipendenti lottano con le armi dell’inganno e del furto. I due piani della narrazione si alternano, si intersecano, mantenendosi ben separati ma, inspiegabilmente, anche collegati e indispensabili l’uno all’altro; ma mai, in nessun punto, l’autore cede alla tentazione di svelare la metafora, di instradare il lettore verso una qualsiasi spiegazione o chiave di lettura. Di sicuro Vaculik possiede il dono della leggerezza capace di alludere alla profondità, dono raro negli scrittori, meno raro negli scrittori cechi. Così il lettore si lascia coinvolgere in due giochi appassionanti: il gioco privato condotto dall’osservatore delle cavie, inizialmente incuriosito, poi sempre più affascinato dalla consapevolezza del proprio potere nei loro confronti, che finisce per esercitare con una crudeltà sempre più raffinata ma pur sempre distaccata. E, fuori casa, il gioco pubblico, dove il narratore è solo una pedina coinvolta in una realtà incomprensibile, fatta di avvenimenti misteriosi, di figure dai contorni sfuggenti, dalla cupa e pericolosa presenza di un potere nascosto che sembra prendersi gioco degli affannosi tentativi dei singoli individui di prendere iniziative o di ribellarsi, o, persino, di capire. Perché, sembra dire Vaculik, sempre di potere si tratta, esercitato o subito, e anche se lo dice sorridendo, incuriosendo il lettore e, spesso, facendolo divertire o, addirittura, irretendolo con una sorta di enigma poliziesco, le sue parole hanno le loro radici in una sconsolata amarezza: “L’uomo, com’è noto, può essere un principe oppure l’ultimo dei suoi servi. In uno stato moderno, diremo segretario di stato o l’ultimo dei suoi non elettori. Non c’è bisogno di dilungarsi su quale dei due è più probabile che sia. La condizione del poveraccio che si trova ai gradini più bassi della scala sociale è caratterizzata da un’assoluta impotenza. Chi è più in basso è triste perché è sottomesso a tutti e nessuno lo è a lui. Se, invece, ha sotto di sé anche un solo essere, il mondo per lui cambia. Gli sembra che la struttura sociale si dilati e che il suo estremo limite si allontani da lui d’una lunghezza di cavallo, d’una altezza di mucca, d’una grossezza di cane. Chi si è sentito per tutta la vita un cane, dal giorno in cui gli viene regalato un cane ha l’occasione di dare ordini a qualcuno, di prendere a calci un altro. E siccome può perfino ucciderlo, è del tutto verosimile che lo terrà da conto per molto tempo”.

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