Bompiani, “Le specie del sonno”

GINEVRA BOMPIANI – “Le specie del sonno” – Quodlibet

“Niente è per l’uomo più difficile che guardare un albero senza amore, una campagna senza gelosia, un brandello di schiuma senza desiderio; niente gli è più alieno che l’assenza di lacerazione tra diverse specie di amore; voglie e nostalgie si contendono i suoi passi come mendicanti spagnoli appesi alle vesti; e se, con un gesto negligente, li scrolla da sé, ecco apparire all’orizzonte un nugolo di polvere (cavalieri? bufali? mulinelli?) che subito affretta il suo passo e lo trascina, innocente, verso una morte perversa”. (pag. 46)

Riporto uno dei tanti passi di questo libro che racchiude in sé l’essenza della prosa della Bompiani: alta, quasi aulica, armoniosa, basata su una scelta lessicale colta e insieme densa, attenta al ritmo, mai scontata, curata nelle sue mille sfumature.

 Leggendo si ha l’impressione che tutto, nei brevi brani che compongono il libro, sia l’esito di un lavoro di limatura e di cesello. Una prosa adatta all’argomento trattato che attinge al repertorio della mitologia classica, certo, ma anche, ritengo, frutto di una scelta precisa dell’autrice che, anche formalmente, ha voluto immergere il lettore nella natura evocativa della narrazione. Questo libro è protetto da formidabili numi tutelari: introdotto da Italo Calvino, chiuso, nella quarta di copertina, da una riflessione di Giorgio Agamben, dedicato ad Anna Maria Ortese per mezzo di una citazione tratta dal suo libro “In sonno e in veglia” e, nella seconda parte, a Josè Bergamin, il poeta, scrittore e filosofo spagnolo autore dei due bei saggi “La bellezza e le tenebre” e “Frontiere infernali della poesia”. Calvino ravvisa nella precisione introspettiva il fine della scrittura di Ginevra Bompiani e individua nella grazia e nella meditazione simbolica i due poli entro i quali si muove la sua ispirazione. Agamben colloca invece questo libro nel solco della produzione che, nella narrativa italiana, nasce dall’incontro tra letteratura e mito e trova il suo posto ideale tra “I dialoghi con Leucò” di Pavese, dove il mito ha “il sapore aspro del sangue e della morte” e le trame fiabesche dell’Ortese, nate dall’intreccio “del Meraviglioso e dell’Inquietante”. L’approccio della Bompiani al mito è insieme narrativo e interpretativo, non ha però l’intento di umanizzare il mito, né di utilizzarne la materia per piegarla ad esiti narrativi diversi da quelli classici. L’autrice ha la capacità di mostrare attraverso la natura degli esseri mitologici (nella prima parte) e nelle vicende dell’eroe per eccellenza, Ercole (nella seconda parte) come l’assoluto sia già contenuto nella natura umana e abbia però nella narrazione l’unica possibilità di venire alla luce, di acquisire senso, di trovare punti di riferimento, sia pure illusori, ma condivisi. Ecco allora che si staglia nelle pagine della Bompiani, come contenuto in un ideale repertorio dell’umano, reso prezioso dal suo dire raffinato ed elegante, ma, ancora di più, dalla sua natura evocativa, ciò che il tempo trascina via e banalizza nell’inconsistenza quotidiana: la malinconia, il sonno infantile, il dispetto, l’immane stanchezza, la disperazione, il pianto, il sogno estenuato, la memoria, la sorpresa e la pietà, l’altrove e il taciuto, l’ombra e l’azzardo, il palpito leggero dello scompiglio, l’insolente allegria, il senno e la frenesia, la decisione e la sventatezza. Perché il mito contro la paura non può fare nulla, “se non ingannarla, una, due, dodici volte, come si fa coi bambini che piangono nel buio accendendogli la luce per mostrargli che il buio non c’è, non esiste, o non è per loro. Sapendo bene che il buio c’è, esiste, ed è per loro, anche se rimandato di poco”.

Leave a Reply