Zzywwurath, “Diario della letteratura perduta”

ADAN ZZYWWURATH – “Diario della letteratura perduta” – Manifestolibri

Ho conosciuto Adàn Zzywwurath, pseudonimo di Franco Porcarelli, per aver letto di lui e del suo libro in quella collezione ordinata e catalogata di scrittori che è “I demoni e la pasta sfoglia” di Michele Mari. Qui si parla di un talento narrativo lussuoso e di letteratura fantastica allo stato puro. L’edizione in mio possesso (il libro non è di facile reperibilità) comprende sia “Il matrimonio del mare e dell’inferno” che la raccolta di racconti “Diario della letteratura perduta”. Il romanzo si colloca all’interno della tradizione della narrativa di mare, anzi, come dice Mari, testimonia “un consenso quasi religioso ai topoi della narrativa di mare”, non solo traendo spunto dai contenuti classici dei romanzi di Conrad, Stevenson, Melville e Verne, ma ricreandone anche ambientazioni ed atmosfere. Non mancano incursioni nei territori dell’orrore che suggeriscono debiti dai mondi letterari di Poe e di Lovecraft.

Pur comprendendo e in un certo senso ammirando il tentativo dell’autore di inserirsi in una tradizione letteraria codificata, forse per testimoniare l’affetto e la soggezione per i testi e gli scrittori che ci hanno costruiti tutti come lettori, non ho potuto fare a meno durante la lettura di stabilire dei confronti (non si dovrebbe fare, ma in questo caso penso fosse impossibile evitarlo) con “L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares e con  il respiro ben più ampio e profondo con cui l’autore argentino sa trasportare il lettore ben oltre al mero meccanismo narrativo: superare la corruttibilità della vita, sconfiggere il tempo qui assurgono a temi universali ed epici. A questo romanzo mi sembra si addica meglio la bella definizione di Mari: “letteratura come discorso teologico sulle cose che non sono”. La raccolta di racconti si può invece leggere come un omaggio a Borges, per il gusto dell’apocrifo, della falsa biografia, per la vertigine metaletteraria, per l’invenzione inesauribile che attinge a false letterature, a manoscritti ritrovati, ad opere perdute, a citazioni provenienti da culture scomparse, fino a perdersi in una vertigine in cui diventa difficile raccapezzarsi. Apprezzabilissima nell’autore la freschezza dell’inventiva, l’intelligenza, l’arguzia e la tenuta del ritmo narrativo, tutte doti necessarie a creare meccanismi ludici funzionanti. Solo i grandi però, come Borges, sanno utilizzare tutto ciò per ricreare “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto” (Magris).

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