Filip, “Il caffè sulla strada del cimitero”

OTA FILIP – “Il caffè sulla strada del cimitero” – Garzanti

Per chi ama la letteratura ceca del Novecento, il bel saggio di Claudio Magris “Praga al quadrato”, riportato in “Alfabeti”, rappresenta una guida ricca e di agevole lettura, in grado di illuminare almeno alcuni degli aspetti di quella cultura mitteleuropea resa così affascinante e inconfondibile dal suo essere sintesi fra lo stile “autunnale e burocratico” dell’impero e la “dolente interiorità” ebraica. Magris propone una sorta di viaggio nella produzione poetica e narrativa di molti autori noti e di moltissimi meno noti di quello che chiama “il mosaico plurinazionale mitteleuropeo”, compilando una sorta di bibliografia della letteratura ceca che, pur rappresentando per il lettore italiano un’indiscutibile ricchezza, rende anche consapevoli di quanto sia difficile reperire molti di questi testi (o perchè non tradotti, o perchè non più ristampati). Personalmente sono sempre alla ricerca di questi libri e sono sempre felice quando, grazie alla rete, riesco a reperirli.

 E’ il caso di questo romanzo di Ota Filip che ho letto nella vecchissima edizione Garzanti del 1968. Magris accomuna nel suo saggio la produzione di Ota Filip a quella di Ladislav Fuks e di Jiri Kolar, prendendole a esempio della rifioritura del mito praghese nella letteratura del secondo dopoguerra, riscontrando nelle opere di questi autori alcune costanti tradizionali della cultura ceca: l’umorismo cimiteriale (Fuks), la libertà onirica (Kolar) e l’epica cordiale e picaresca (Filip). Va subito detto che “Il caffè sulla strada del cimitero” è un libro-fiume, di un’abbondanza che sconcerta e che può sembrare addirittura eccessiva. Un romanzo di formazione che si svolge nell’arco temporale che va dall’invasione nazista della Cecoslovacchia, alla fine della II guerra mondiale e che rappresenta per il giovane protagonista il passaggio dall’adolescenza all’età adulta (o meglio, ad una giovinezza dolente e consapevole). A mio parere, la materia del romanzo risulta così ampia e complessa perchè l’autore porta avanti diversi temi narrativi, senza riuscire ad abbandonare o a privilegiare nessuno di loro. Quella che Magris chiama “epica picaresca” ruota intorno all’ambiente del caffè e della sua pittoresca clientela, che, sempre presente nel romanzo, o come realtà, o come sogno e simbolo del rimpianto di un tempo felice, rappresenta forse più concretamente la realtà sociale tradizionale ceca, quella che l’invasione e la guerra distruggono irrimediabilmente. Sono le pagine più vive del romanzo, pervase da una sottile ironia e da una impalpabile leggerezza. L’impianto storico ed epico e l’introspezione psicologica, sofferta e drammatica, ma a volte al limite della retorica, purtroppo finiscono per appesantire, creando nel lettore l’impressione di essere di fronte ad un eccesso di temi.

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