Samonà, “Casa Landau”

CARMELO SAMONA’ – “Casa Landau” – Garzanti

Dopo aver letto “Fratelli” nell’edizione Sellerio, che comprende anche il racconto “L’esitazione”, e “Il custode”, con “Casa Landau” completo la conoscenza della purtroppo esigua produzione narrativa di Carmelo Samonà. (Mi restano da cercare, per completezza oltre che per necessità, il testo teatrale “Ultimo seminario” e le ultime prose “Cinque sogni”). Tre romanzi brevi ed un racconto che sono ampiamente sufficienti per rendere Samonà riconoscibile agli occhi e alla memoria del lettore, sia per tematiche ed atmosfere, che per l’impronta di una prosa linguisticamente ricca, allusiva ed evocativa. Un’opera unitaria quindi, dove situazioni, personaggi, racconto e scrittura costituiscono i lineamenti di una personalità e di uno stile originali e inconfondibili.

Samonà predilige aggirarsi in spazi angusti e inospitali, fisicamente claustrofobici, doppiamente limitanti, sia perché privi di reali vie di evasione, sia perché teatro dell’incontro e della relazione con un personaggio determinato e abitato dalla malattia mentale. All’interno di questi recinti angusti, Samonà crea i propri spazi letterari, sfruttando luoghi inaspettati, creando trame dal nulla, evocando voci dai silenzi più impenetrabili. E’ il trauma dell’incontro con la malattia mentale, con l’oppressione e il senso di instabilità che la accompagnano, ma anche con la sua capacità di rompere schemi, abitudini e ipocrisie, a guidare la narrazione, a renderla ricca di stimoli e, persino, a suo modo, avvincente. “Casa Landau” è l’ultimo romanzo di Samonà, quello a cui stava affannosamente lavorando, per concluderlo, prima della morte che sapeva imminente. E’ rimasto, purtroppo, incompiuto, anche se quel che rimane degli ultimi capitoli fa presagire quale ne sarebbe stata la conclusione. Fin dalla prima pagina, il lettore di Samonà ha l’impressione di inoltrarsi in un territorio noto: questa volta lo spazio circoscritto, teatro privilegiato dell’azione narrativa, è casa Landau, la grande villa in decadenza che ancora porta i segni del suo passato splendore, regno incontrastato del vecchio professore (che Cesare Segre in “La vita, la follia, i modelli in Casa Landau di Carmelo Samonà”, ha definito “uno dei personaggi più straordinari della letteratura moderna”). Qui farà la sua apparizione la “donna misteriosa”, prima supposto fantasma e poi reale creatura afflitta dalla follia. Ma ciò che realmente caratterizza questo romanzo, differenziandolo dai due precedenti, è la figura del protagonista ed io narrante, un ragazzo adolescente che, attraverso l’ossessione del mondo che la villa e i suoi abitanti rappresentano, attraverso l’incontro con la follia e la scelta di farsene carico, assumendosene in un certo senso la responsabilità, oltrepasserà il termine dell’infanzia, e si avvierà verso l’età adulta. In questo strano e splendido romanzo di formazione (curioso e anche commovente, conoscendo la biografia dell’autore, questo far coincidere l’età adulta con l’accettazione della responsabilità nei confronti della malattia mentale), un ruolo particolare ha la letteratura, che fornisce al giovane protagonista una sorta di salvacondotto, un repertorio e una scorta di punti di riferimento e di trame, una galleria di personaggi definiti e riconoscibili, per far fronte ad una realtà sempre più inquietante e incomprensibile. Il gioco letterario, che già in parte compare in “Fratelli”, qui va oltre, diventando per il ragazzo prima pratica consolatoria, poi mania e, infine, ossessione. E’ “la teoria dell’inveramento”, la capacità di popolare la realtà con personaggi e trame dei romanzi più noti e amati, fino al punto di infrangere il confine che separa la finzione della scrittura dal dominio concreto dei sensi, che permette al giovane di affrontare la paura dell’ignoto armato dall’illusione di poter determinare il corso degli eventi. Quando la realtà irrompe e illumina la donna misteriosa con la luce sconvolgente e malinconica della malattia, il gioco finisce ed il giovane entra nell’età adulta. E’ sorprendente quanta strada, in così poche pagine, l’autore abbia saputo far percorrere al suo protagonista e a noi lettori, sempre più coinvolti nel gioco dei rapporti tra il vecchio professore, il suo allievo e la figlia malata, quanti significati abbia nascosto (ma mai del tutto) dietro le tende, tra le suppellettili accatastate della vecchia villa, quante parole inespresse abbia sottinteso nei suoni flebili e opachi, nei sussurri e nei lamenti provenienti da stanze lontane. Ma questa è la letteratura.

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