Zabrana, “Tutta una vita”

JAN ZABRANA – “Tutta una vita” – :duepunti edizioni

Ancora un gioiellino della casa editrice :due punti, e ancora Patrik Ourednik, questa volta come curatore di un estratto dell’immenso diario di Jan Zabrana (decine di quaderni e taccuini datati e numerati ritrovati dopo la sua morte avvenuta nel 1984). Non ho bisogno di trovare le parole giuste per definire queste pagine, perché lo fa lo stesso autore, in modo assolutamente efficace, unendo allo sconforto e alla rassegnazione la levità della poesia: “Che cosa sono questi appunti, queste note a margine, queste parole prese a caso, appuntate in un quaderno come farfalle? Un’opera sospesa.” E ancora: “Queste note non sono un diario ma una diagnosi. La mia”. Zabrana è lo scrittore senza opera, che vive dolorosamente la consapevolezza di aver perduto, a causa dell’oppressione del regime comunista in Cecoslovacchia, la possibilità di scrivere.

“Ci si può chiedere che cosa rimpiangeremo di più di fronte alla morte: ciò che non avremo vissuto o ciò che non avremo fatto”. In queste pagine c’è l’odio per gli oppressori, il disprezzo per la loro stupidità, l’intransigenza di chi non scenderà mai a patti, la condanna dell’ipocrisia di chi si abbassa a servire il regime pur di pubblicare, ma c’è, soprattutto il dolore, vivo e lancinante, di chi sa di essere nato per scrivere e non può farlo, di chi vede passare gli anni della propria vita e sente di vivere nella “storia falsificata”. “L’oscurità non mi ha zittito ma la notte mi copre il viso”. Sono pagine amarissime perché la disillusione, la mancanza di speranza finiscono per contagiare ogni aspetto della vita, persino i rapporti con le persone più vicine. Sul suo lavoro di traduttore: “Dopo quasi trent’anni di mestiere posso tradurre perfino quello che nessuno ha mai scritto”. Sull’amore: “Per quindici anni colare gli stessi due corpi l’uno nell’altro… Come cera colata in uno stampo, come uno stampo pieno fino all’orlo di cera calda: calda, ancora, per via di un rimasuglio di vita. Finchè di quel che non è avvezzo all’attaccamento, creato in origine per non attaccarsi, non resta niente”. La voce di Zabrana diventa però invettiva vera e propria quando denuncia l’ottusità e la crudeltà di un regime che perseguita gli scrittori e i poeti, vieta la pubblicazione delle loro opere, creando una letteratura di regime, asservita e propagandistica. Nelle pagine del suo diario chi ama la letteratura russa e ceca può così trovare una sorta di elenco di poeti, prosatori e saggisti che, invisi al regime, sono riusciti, pagando spesso con la vita, a scrivere le loro opere. Zabrana parla di Mandel’stam (e anche delle bellissime “Memorie” di Nadezda), di Solzenicyn, di Orten, Richard Weiner, Babel, Platonov, di Josef Skvorecky (l’amico che lui chiamava Errol), di Vladimir Holan e, inevitabilmente, di Hrabal. Sono orgogliosa di avere nella mia libreria almeno un libro di ognuno di loro. Di molti altri (Radicev, Caadaev, Halas, Kliuvev, Vasil’ev, Klima, Reynek, Blatny, Cep, Hostovsky, Cerny, Dvorak, Kolar) credo che ben poco sia disponibile in traduzione italiana, ma la caccia è aperta e non dispero.

“Il necrologio della mia generazione (ovviamente l’ultima, in tal caso) potrebbe essere – forse, che ne so: La tua fede ti è stata fatale. D’ora innanzi sopravviverà solo chi non avrà fede in nulla o sarà pronto a rinnegarla in qualsiasi momento, a ricusarla, sacrificarla, rigettarla”. E’ uno degli ultimi frammenti di Zabrana.  Chissà che cosa avrebbe pensato di un mondo in cui nessun regime vieta la pubblicazione dei libri, ma dove il libro è sempre più considerato alla stregua di un qualsiasi bene di consumo e come tale soggetto alla legge di mercato, con tutto quel che ne consegue? Di un’epoca in cui si vanno estinguendo gli editori consapevoli di avere un dovere etico nei confronti dei lettori? Il dovere di rendere accessibile ciò che vale, di sostenere ciò che vale? Ma è un lungo e dolente discorso. Complimenti da una comune lettrice a questa coraggiosa casa editrice.

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