Adriaens-Pannier, “Léon Spilliaert”

ANNE ADRIAENS-PANNIER – “Léon Spilliaert” – Somogy Editions D’Art

“Ma Spilliaert si collega anche a un altro autore, del tutto diverso: Thomas Bernhard. Quando venne il momento di pubblicare il primo dei cinque volumi dell’autobiografia di Bernhard, ricordo che non sapevo bene dove rivolgermi. Perché Bernhard appartiene, in grado eminente, a quegli autori per i quali è molto difficile trovare un’immagine da mettere in copertina (e di fatto, presso Suhrkamp, i suoi romanzi hanno avuto sempre copertine tipografiche). È come se la sua altissima idiosincraticità si estendesse al regno delle figure, respingendole. Finalmente la scelta cadde su uno Spilliaert: un lungo, basso muro dietro il quale si espande un cielo giallo-rossastro e, di lato, si profila un albero dai fitti rami secchi. Non avrei saputo dire perché quell’immagine mi sembrasse adatta per L’origine, libro centrato su Salisburgo, città barocca infettata da nazismo e bigotteria. Ma non ne ero scontento. Due anni dopo toccò al secondo volume dell’autobiografia, La cantina. E anche questa volta mi fissai su uno Spilliaert: vari tronchi, nudi, su un terreno spoglio. Poi venne il momento del terzo volume, Il respiro – e fu un altro Spilliaert: un grande albero che svettava, con molti rami secchi. A questo punto si era creata una complicità e un’alleanza segreta fra l’autobiografia di Bernhard e gli alberi di Spilliaert. Per il quarto volume, Il freddo, in copertina si vede ancora uno Spilliaert: un viale d’inverno, bordato da alberi con i rami secchi. Giunto all’ultimo volume, Il bambino, tornai a sentirmi quanto mai incerto.

Forse non trovavo altri alberi in Spilliaert, ma alla fine la scelta cadde comunque su un suo quadro: mostrava alcune scatole colorate, appoggiate una sull’altra. Era una copertina stranamente adatta per quel libro, con qualcosa di infantile e anche allegro, senza ragione e senza bisogno di ricorrere alla figura di un bambino.

Ho incontrato Bernhard poche volte, tutte memorabili. La prima a Roma, con Ingeborg Bachmann e Fleur Jaeggy, all’inizio degli anni Settanta. Bernhard aveva letto un suo testo all’Istituto Austriaco. Ci raccontò che il direttore dell’Istituto si era subito premurato di dirgli, con cerimoniosità viennese: «Il letto dove Lei dormirà è quello dov’e morto qualche mese fa Johannes Urzidil». Quella sera Bernhard rimase muto fino a mezzanotte passata. Poi, provocato a dire qualcosa, parlò senza interruzione per qualche ora, raccontando una serie di storie esilaranti e per lo più macabre, fino all’alba. Gli argomenti?

Irlandesi, cimiteri, pasticche (contro l’insonnia), contadini. Quando lo riaccompagnammo all’Istituto, faceva ormai giorno. Vari anni dopo, a Vienna, gli consegnai un volume della sua autobiografia, che era appena uscito. Lo sfoglio, osservò attentamente la stampa, sembrava piacergli. Poi disse che la carta era buona. Non una parola di più. E si passò a discorrere d’altro. Devo aggiungere che fra noi non abbiamo parlato mai di libri, tanto meno dei suoi libri. Fu quella l’ultima volta in cui lo vidi. A distanza di poche settimane dalla sua morte, nell’autunno del 1989, mi arrivò dall’editore Residenz il volume di Bernhard In der Hlhe. Forse l’autore non aveva fatto in tempo a vederne una copia finita. Il libro mi colpì come un déjà-vu. In copertina: rami secchi, su un fondo pallido, con poche, delicate chiazze di colore. Non era un’opera di Spilliaert, ma avrebbe potuto esserlo. La copertina non era in carta lucida, come quella di tutti i libri Residenz, ma opaca, del tipo usato da noi. L’impostazione tipografica della pagina era uguale a quella della collana («Narrativa contemporanea») dove erano apparsi, da Adelphi, i primi volumi dell’autobiografia di Bernhard.

Telefonai a Residenz, chiesi come si spiegasse quel cambiamento per cui quel libro era dissimile da tutti gli altri della casa editrice. Mi dissero che era stata una precisa volontà di Bernhard. Anzi, aveva posto come condizione che il libro si presentasse in quel modo. Lo presi come un saluto.” ROBERTO CALASSO

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