Capek, “L’ombra della felce”

JOSEF CAPEK – “L’ombra della felce” – Poldi libri

“L’effimera fretta del tempo”

“Terribilmente gravoso e crudele colse Vasek il pensiero di dover essere solo una delle mille identiche marionette imprigionate nell’insensata molteplicità delle stelle e forse anche l’ultima fra tutte, innumerevoli e ugualmente dolenti, nessuna delle quali sa se è proprio lei ad avere la colpa e la responsabilità dell’infelicità di loro tutte.”

 Una prosa epica e lirica che a tratti assume il ritmo di una ballata popolare, a volte quello di una preghiera, poi diventa lamento, poi invettiva e maledizione. La prosa raffinata di uno scrittore che è stato prima di tutto pittore e che ha vissuto con intensità la vita culturale della Praga di Kafka.

. L’ombra del bosco boemo, ritratto nelle sue forme infinite e mutevoli, un bosco magico, armonioso e crudelissimo e che sembra appena uscito dalle pagine di un erbario (o da una delle pagine di Karel, il fratello di Josef). Nel bosco si compie la storia, che solo in apparenza racconta di un delitto e di un castigo. In realtà si tratta, dall’inizio alla fine, di impotenza, impotenza di fronte al destino. Il destino di Josef Capek si è compiuto nell’aprile del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove ha scritto le sue ultime opere (le ultime di una ricchissima produzione purtroppo non ancora tradotta in Italiano), una serie di poesie riunite dopo la guerra nella raccolta “Poesie dal campo di concentramento” dal poeta Vladimir Holan. Spero, un giorno, di imbattermi ancora nelle sue parole.

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