Bernhard, “Teatro V. Il Presidente. Il teatrante. Elisabetta II”

THOMAS BERNHARD – “Teatro V. Il Presidente. Il teatrante. Elisabetta II” – ubulibri

Nella mia esperienza di lettrice, non ho ancora trovato un autore nella cui opera sia possibile constatare una così straordinaria contaminazione di generi, direi quasi assimilazione, quanto in Bernhard. La sua narrativa monologante sconfina nella teatralità, ogni suo dramma, così essenziale nell’azione scenica, ma così denso e pregnante nella scelta delle parole, possiede la forma evocativa della poesia, i suoi testi poetici (purtroppo conosco solo i pochi che sono disponibili in traduzione per i lettori italiani) hanno il sapore di volta in volta dell’invettiva, del ragionamento condotto alle estreme conseguenze, del delirio e della provocazione, che il lettore ben conosce per averli tante volte sentiti pronunciare dai protagonisti lucidi e desolati dei suoi romanzi. Sarà forse per questo che, giunta alla fine della lettura del quinto volume dei testi teatrali di Bernhard, pubblicati dalla ubulibri (di un possibile sesto volume ho perso le speranze, pur essendo stato annunciato dalla casa editrice) mi sono resa conto di aver raggiunto quel senso di “assuefazione” che ritengo ideale per poter apprezzare pienamente la bellezza di questi testi.

Ritengo necessario precisare, ma questa è solo una mia opinione, che, pur essendo nati per il teatro e pur necessitando quindi della rappresentazione scenica per rivelarsi pienamente, i drammi bernhardiani rappresentano un’esperienza di lettura apprezzabilissima, e direi addirittura necessaria, per chi già conosca lo stile del loro autore. Queste opere nascono infatti da un’operazione di condensazione, di distillazione (Eugenio Bernardi direbbe – riprendendo un’espressione dello stesso autore – di esagerazione) dei contenuti intorno ai quali Bernhard ha costruito il suo progetto letterario. Sono i tempi stessi del teatro, i ritmi imposti dall’azione scenica, pur ridotta all’essenziale, ad imporre ulteriore rigore a testi che già nascoo con questa esigenza. Ma torniamo all’assuefazione: Bernhard è un provocatore, nel senso che nella prosa, e ancora di più nel teatro, “attacca” il lettore – o lo spettatore – con quella che Bernardi chiama “veemenza stilistica”, un affollarsi di pensieri e un proliferare di associazioni mentali, che si accavallano, si ripetono, irritano, in un certo senso, come se l’autore volesse a tutti i costi confondere lo spettatore, impedirgli di individuare una “storia”, riassumibile in una trama. E’ l’assuefazione a tali meccanismi che permette di apprezzare pienamente il teatro bernhardiano e di scoprire, inoltre, affinità e richiami entro testi diversi. Perché, a ben vedere, tutto il teatro di Bernhard ruota intorno a due tematiche, l’arte e il potere, creando però infinite variazioni sul tema, e solo chi conosce bene il tema può apprezzare le variazioni. I personaggi bernhardiani protagonisti di questi tre drammi sono: il Presidente, l’uomo politico scampato ad un attentato terroristico e in vacanza con la sua amante-attrice nel Portogallo della dittatura; il teatrante, drammaturgo fallito e megalomane che porta in tournè per paesini di campagna il suo dramma insieme ad una compagnia costituita dai membri della sua stessa famiglia, da lui tiranneggiati, e il grande industriale ebreo, fabbricante di cannoni, un boss paralizzato, disgustato dalla folla mondana, che lui stesso ha radunato nell’attesa dell’arrivo della regina, ma anche dall’intera umanità. Sono personaggi grotteschi, addirittura moralmente ripugnanti, quasi delle caricature, spesso ridicole, dotati della capacità di suscitare nello spettatore un misto di disgusto e di ilarità, ma, dietro alla caricatura si nasconde il rammarico che questa sia l’umanità ed un’improvvisa, quasi ingenua meraviglia all’idea che nulla di diverso sia possibile. Personaggi incapaci di formulare un discorso logico, ma solo singoli enunciati in modo autorevole, anche quando affermano solo pure banalità. “Disgregare i pensieri dei personaggi, abbandonarli alle loro dissociazioni e stare a guardare quali conseguenze ne traggono, senza pronunciare un giudizio”. Come dice Eugenio Bernardi nell’introduzione al volume, “Thomas Bernhard e l’arte dell’esagerazione”, questo è per il grande autore austriaco lo scopo essenziale della letteratura.

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