Jakobson, “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”

ROMAN JAKOBSON – “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti” – SE

Voglio essere capito dal mio paese,
ma se non sarò capito, che fare?
Attraverserò il paese natale in disparte
come una pioggia obliqua d’estate.

Pasternak, nel suo libro autobiografico “Il salvacondotto”, dedica pagine commosse alla rievocazione del suicidio di Majakovskij, suo amico e coetaneo, e si pone come difensore della sua memoria e della sua opera di cui ben comprende l’immensità e l’unicità, proprio per evitare al poeta una seconda morte, provocata da una popolarità postuma programmata, fuorviante e strumentalizzante. “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti” è una voce ulteriore che si leva a proteggere e a preservare la verità della vita e della poesia di Majakovskij. E’ ancora la voce di un amico, Roman Jakobson, e questo scritto costituisce una sorta di necrologio. E’ stato infatti composto il 5 giugno 1930, a poco più di un mese dal suicidio di Majakovskij (14 aprile 1930) e possiede un singolare valore perché trae ispirazione dalla commozione umana per la perdita di un amico e dalla profonda comprensione che deriva al suo autore dall’appartenere alla stessa generazione del poeta. Si tratta quindi della voce di un testimone che, in più, si avvale delle capacità intellettuali del grande linguista, in grado di dare una lettura sistematica e globale della poesia di Majakovskij. Vittorio Strada, nella bella Postfazione a questo scritto, informa il lettore che le pagine di Jakobson rappresentano il primo tentativo di considerazione letteraria globale di Majakovskij, un tentativo attuato con intelligenza amara e pacata, forse già consapevole che la Russia staliniana avrebbe cercato di ridurre il poeta ad una bandiera e di immiserire le cause del suo suicidio, imputandole ad un supposto ed insanabile conflitto interiore tra il poeta della propaganda e dell’ode epica e quello intimista della lirica e della poesia del cuore. Jakobson afferma, fin dalla prima pagina, che la poesia di Majakovskij è qualitativamente diversa da tutto quello che nel verso russo c’è stato prima di lui e che è la struttura stessa della sua poesia ad essere profondamente originale e rivoluzionaria.

La contingenza storica, la rivoluzione bolscevica, alla quale Majakovskij negli anni eroici ha aderito con tutto l’impeto del suo furore giovanile, non deve essere confusa con quella altrettanto radicale rivoluzione letteraria che ogni verso del poeta contiene. Jakobson, scrivendo il necrologio dell’amico, intende omaggiare una intera generazione di poeti che il destino o l’ottusità dei tempi hanno dissipato, tutti morti precocemente, tutti senza lasciare eredi o seguaci: Gumilev, fucilato, Blok, finito dopo una lunga agonia spirituale e insopportabili tormenti fisici, Chlebnikov, morto tra crudeli privazioni e sofferenze immani, Esenin e Majakovskij, morti suicidi. Una generazione di giovani poeti, consapevoli di essere condannati. La voce di Jakobson si fa carico del dovere di commentare il verso di Majakovskij, le sue immagini, la sua composizione lirica, e quindi in definitiva, l’essenza della vita di quello che, tra tutti i giovani poeti della sua generazione, ha avuto la ventura di conoscere personalmente. Proprio per contrastare l’opinione comune, l’autore fonda la sua analisi sulla considerazione che “La creazione poetica di Majakovskij, dai primi versi fino alle ultime righe, è una e indivisibile”. I suoi versi sono una costante variazione di due motivi: il tormento nell’angustia del limite e la volontà di superare i confini e le imposizioni della vita quotidiana. E proprio da qui nasce l’intima unità tra la poesia di Majakovskij e il tema della rivoluzione. Nella mitologia del poeta, la letteratura è rivoluzione: “A chi serve che la letteratura occupi un suo angolo particolare? O occuperà tutto il giornale ogni giorno, in ogni pagina, o non ce n’è affatto bisogno. Mandate al diavolo una letteratura che viene servita come dessert”. La rivoluzione, a sua volta, è rivalutazione dell’irrazionale, ma il principale tema irrazionale di Majakovskij è l’amore, come irrazionale è l’immagine dell’immortalità, che è immutabile nella sua poetica: “Risuscitami./ Almeno perché,/ da poeta,/ ti ho atteso,/ rifiutando le balle di ogni giorno./ Risuscitami,/ almeno per questo!/ Risuscitami:/ voglio finire di vivere il mio!”. Jakobson si chiede come sia possibile non sentire che i libri di un poeta sono una sceneggiatura secondo la quale egli recita il film della sua vita, e conclude amaramente: “Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola”.

Leave a Reply