Szczygiel, “Fatti il tuo paradiso”

MARIUSZ SZCZYGIEL – “Fatti il tuo paradiso” – nottetempo

“Negli inni del mondo si avanza, si incede, si marcia, si conquista e si impugna la bandiera. In quello ceco probabilmente si sta sdraiati a pancia in su. Del resto, cos’altro si può fare in paradiso?”

Mariusz Szczygiel è prima di tutto un giornalista e “Fatti il tuo paradiso” è un reportage, un libro inchiesta che si propone di fornire al lettore notizie, documentazioni e il quadro più chiaro possibile di una realtà geograficamente circoscritta, della cultura di un popolo e, soprattutto, di individuare e comunicare le ragioni di una passione: quella per gli abitanti della Repubblica Ceca. Un libro particolare quindi, che si muove lungo i confini della letteratura, dell’arte in generale, della cronaca, della documentazione storica; che si avvale di diversi mezzi espressivi, che spaziano dal puro articolo di cronaca alla intervista, da veri e propri elzeviri giornalistici alle inchieste di costume e che non si allontana mai del tutto, e queste sono le pagine che preferisco, dall’intento autobiografico, perché tutto il materiale di cui è costituito, è filtrato e illuminato dalla storia personale dell’autore e dalla sua passione per il mondo ceco. Un libro in un certo senso apparentato a “Vado a vedere se di là è meglio” di Cataluccio (che non a caso l’ha presentato in Italia), che appartiene alla stessa tipologia e, a tratti, ne condivide lo stile. Inevitabile, almeno per me, il confronto.

Il taglio di Szczygiel, pur affondando la sua inchiesta in salde radici culturali, è prettamente giornalistico e le sue puntate nell’ambito letterario, argute e promettenti, alludono ma in definitiva deludono un po’ (ovviamente solo i “malati di letteratura”). Si tratta comunque di un libro talmente denso di personaggi, fatti, considerazioni, che il lettore può scegliere di apprezzare e di trattenere quello che maggiormente sente più vicino al proprio mondo culturale, alle proprie passioni e, perché no, alle proprie curiosità. Inaspettatamente, a pag. 38, trovo, per esempio, un riferimento al mio scrittore preferito, a proposito della propensione dei cechi per la risata (più precisamente per “la disperazione della risata”) e scopro che: “Le tragedie di Thomas Bernhard (la coscienza dell’Austria) vanno regolarmente in scena al Teatro Commedia di Praga. Il polacco [cioè l’autore stesso di questo libro] è andato a vederne qualcuna, e ha notato come nei momenti in cui c’è ben poco da ridere, e ci sarebbe anzi da spaventarsi, gli spettatori si aggrappano avidamente a una battuta o all’altra, pur di farsi una risata. Il problema è che ciascuno ride in un momento diverso, come brancolando nel buio. E così nella platea scoppiano di continuo risa solitarie, qualche volta ridono due persone. A ogni istante la disperazione della risata si leva da una fila diversa”. Potrei anche non proseguire nella lettura, basterebbe questo a motivare la mia innata propensione verso la letteratura di un popolo capace di ridere per disperazione. Ovviamente, e questo me l’aspettavo, in queste pagine si incontra Bohumil Hrabal (Szczygiel fa riferimento soprattutto a due suoi romanzi, “Treni strettamente sorvegliati” e “Un tenero barbaro”). Perché non si può amare i cechi, prescindendo da lui. S. aiuta il lettore ad addentrarsi nella sua visione del mondo, nell’inganno che sta alla base dei suoi racconti, nei quali tutto ciò che capita ha un che di miracoloso, dove tutto, anche ciò che è stupido, deforme o infame, si rivela bello. E’ un inganno, dice l’autore, ma anche questo inganno è bello e necessario. Perché Hrabal vede le cose con occhi incantati. Rivelatore in questo senso è il contenuto di una citazione tratta da un’intervista di L. Szigeti allo stesso Hrabal (pag. 76): “Tutto ciò che mi viene incontro, è sempre più forte di me, e io ho sempre bisogno di riprendermi, di resuscitare da quel lieve deliquio; e non solo per via della gente. Anche la luna, per esempio, quando balza sui prati nuovi mi sconcerta a tal punto che non sono capace di osservarla, devo guardare prima a destra, poi a sinistra, e solo dopo, infinitamente eccitato, la posso guardare dritta negli occhi, per abbassare dopo un atitmo le palpebre, come se lì a guardarmi ci fosse una bella donna che, se mi avesse rivolto la parola, io avrei iniziato a delirare. E mi ci vuole un bel po’ di tempo per riprendermi dal deragliamento della favella”. Chi ha incontrato Egon Bondy nel romanzo “Un tenero barbaro” apprezzerà in modo particolare il capitolo a lui dedicato intitolato “Il letto ha preso fuoco”, che è insieme la cronaca di un incontro (avvenuto il 15 marzo 2004), un’intervista e il resoconto di una vita, e anche di una morte (grazie a S. apprendiamo infatti che Bondy è morto il 9 aprile 2007, bruciato nel suo letto a causa di una sigaretta rimasta accesa – la stessa morte di Ingeborg Bachmann). Inevitabile il riferimento ad Honza, la compagna di Bondy, anche lei presente in “Un tenero barbaro”, la figlia di Milena Jesenskà, la Milena di Kafka (l’unica pagina del libro in cui compare il nome di Kafka – e mi chiedo come si possa respirare l’aria di Praga prescindendo da lui). L’inchiesta di S. raggiunge il suo scopo, quello di individuare le caratteristiche peculiari del popolo ceco, che lo rendono così amabile agli occhi dell’autore: la smania di ridere (la disperazione della risata), la grandiosità che non nutre pretese di grandezza, la capacità di trasformare il patetico in antipatetico e gli eroi in antieroi, l’ironia come nobile forma di evasione, la capacità di vedere le cose con occhi incantati, il rapporto disinvolto con il sacro, l’umiltà interiore, la necessità di preservare il proprio benessere, la fiducia nel mondo, la capacità di imbavagliare mediante la risata il trauma della morte. Chiudendo il libro, mi accorgo che questi sono anche alcuni dei motivi che mi fanno tanto amare la letteratura ceca.

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