Otrosenko, “Testimonianze inattendibili”

VLADISLAV OTROSENKO – “Testimonianze inattendibili” – Voland

“Tutto sarà scritto. E tutto sarà scritto così come deve essere scritto”

Prima di tutto uno sguardo alla produzione di questo prosatore russo contemporaneo, vivente, in piena attività e, per fortuna, autore di opere tradotte in italiano e agevolmente reperibili. Si tratta di tre raccolte di racconti, ognuna costituita in realtà da vari episodi di uno stesso intreccio narrativo, in cui ogni testo rimanda in modo più o meno chiaro, attraverso tratti evidenti e rimandi a volte accuratamente nascosti, a tutti gli altri. La prima, “Il cortile del bisnonno Grisa”, è stata pubblicata in italiano nel 2004 insieme all’ultima opera dell’autore, “Didascalie a foto d’epoca”, mentre “Testimonianze inattendibili” si colloca cronologicamente tra le altre due. Otrosenko è un russo del sud, proviene dalla steppa attraversata dal fiume Don, prossimo alla sua foce. E’ nato a Novocerkassk, l’antica capitale dei cosacchi, il centro del Distretto dell’Armata del Don della Russia zarista e prerivoluzionaria. Questa è la terra in cui sono geograficamente ambientate le storie che racconta, è da qui che si dipartono e qui ritornano, questa terra è l’unico punto di stabilità nell’incrocio spesso non districabile di versioni contradditorie, di invenzioni, di testimonianze inattendibili, appunto, di cui sono fatte.

Nel primo dei tre racconti che costituiscono la presente raccolta, “Il congedo dell’archivista”, si legge: “Tutto è possibile. Tutto è mutevole. Non esiste nessun ordine eterno nell’universo”. E, a ben vedere, forse in queste tre brevi frasi è nascosta la chiave di lettura dell’opera di Otrosenko, il fascino che emana dalle sue pagine, ma anche lo sconcerto che a tratti provoca l’immersione nella vertigine delle sue scatole cinesi o, per restare in tema, delle sue matrioske. Ovviamente, l’autore sceglie la forma narrativa che meglio si adatta alla sua necessità di creare intrecci plausibili lasciando però, nelle gabbie della struttura, mille vie di fuga, diverse possibilità interpretative e, persino, la sovrapposizione di diverse identità. La forma più adatta è l’insieme di racconti collegati da infiniti rimandi. Mario Caramitti, curatore del volume e autore della postfazione a questa raccolta e a “Didascalie a foto d’epoca”, spiega così, con una efficace dimostrazione, il metodo compositivo di Otrosenko: “Provate anche voi a sedervi comodamente alla scrivania e a dar di piglio a una lettera privata o a un rendiconto fiscale, nel quale, al momento di trarre le conclusioni, inserirete invece un testo ineluttabile. Basta interrompere bruscamente il corso dei vostri pensieri e lasciar spazio a un qualsiasi concetto, purchè assurdo, inverosimile, paradossale, in tutto casuale e arbitrario, assolutamente il primo che vi passi per la testa. Poi vi sforzerete, con l’eloquenza di un principe del foro, la capziosa perseveranza di un disputatore scolastico e l’irruenza di un imbonitore televisivo, di giustificare a tutti i costi quello che avete affermato, cercando tortuose connessioni logiche col contesto interrotto, costruendo fantasiosi castelli di prove e intorbidando più che potete le acque”. Otrosenko è quindi uno scrittore che gioca con il lettore, che deve partire dal presupposto che tutto in questi tre racconti può essere improvvisamente smentito e addirittura capovolto, lo attira mediante la sua capacità di creare tensione emotiva e infine lo sfida ad individuare segnali, lapsus e allusioni nascoste nel testo e lo stupisce sempre con un colpo di scena finale. Ci si perde in questo delirio di finzioni, svelamenti, riconoscimenti e si capisce ben presto quindi che il gioco, in realtà, è serissimo, perché in palio ci sono non solo il tempo e lo spazio, ma anche la coscienza di sé e l’identità. La vertigine è esistenziale e l’esito di questo “grandioso gioco mistificatorio” rischia di essere il nulla, è il nulla. Gli echi che risuonano in queste pagine sono quindi forti e potenti, sono i motivi centrali della Letteratura del Novecento, ma la voce da cui provengono è pur sempre russa. E così, ogni volta che il gioco ha inizio, il lettore non può che cadere nell’inganno, nella “poetica fotografia d’altri tempi” di personaggi che per un po’, per il breve lasso di tempo in cui è loro dato di vivere prima del dubbio, dello smascheramento, del capovolgimento, hanno un’anima e si muovono nel loro piccolo mondo, nel vicolo Krinicnyj, per esempio, dove “…i cespugli fremevano e ronzavano, cautamente assediati dalle api e trafitti a volo dai calabroni; panciute libellule andavano a sbattere contro i vetri della finestra, cadevano sul pellicciotto nero e sul viso grigio della vecchia, e da lì subito volavano via, trasformando in un istante  in bagliori evanescenti le ali rinfrancate”. Questo pirotecnico scrittore, capace, in pochissime pagine, di creare, capovolgere, estinguere mondi, riserva nell’ultimo racconto, una borgesiana lezione sui testi ineluttabili. Si dimostra innanzitutto capace di eleggere la finzione letteraria a spunto narrativo, gioca con popoli, lingue, letterature inventati, si muove con agilità tra falsari e smascheramenti finchè, all’improvviso, in mezzo al fumo da lui stesso sollevato, emergono i primi due postulati di un inesistente trattato su quelli che lui chiama i testi ineluttabili:

1)      “Esistono testi ineluttabili, che per la loro particolare natura possono essere scritti due, tre o molte volte da autori che non hanno la benchè minima relazione l’uno con l’altro”;

2)      “Ogni possibilità di smarrimento del testo ineluttabile, di una sua impropria interpretazione o di una inesatta esecuzione della volontà superiore da parte dell’autore prescelto, comporta un’ulteriore apparizione del testo ineluttabile in altro luogo, in altro tempo, in un’altra lingua e con il contributo di un altro autore”.

Attendo da Otrosenko i prossimi postulati, e intanto mi metto alla ricerca dei testi ineluttabili, ma forse lo sono già, da un po’.

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