Siegfried Lenz, “Lezione di tedesco”

SIEGFRIED LENZ – Lezione di tedesco – Neri Pozza

“Lezione di tedesco”, pubblicato in Germania nel 1968, è l’ultima opera presentata nella miscellanea “Il romanzo tedesco del Novecento” (la prima è “I Buddenbrook” di Thomas Mann, 1901), il volume pubblicato da Einaudi nel 1973 e redatto a cura di Giuliano Baioni, Giuseppe Bevilacqua, Cesare Cases e Claudio Magris, al fine di rendere omaggio a Ladislao Mittner, in occasione del suo settantesimo compleanno. Omaggio e attestazione di stima nei confronti di colui che viene considerato il nostro massimo germanista, l’autore di quella summa che è la sua “Storia della letteratura tedesca”. I saggi che costituiscono la raccolta, alcuni scritti dagli stessi curatori (G. Baioni si occupa de “Il castello” di Kafka, C. Cases de “La promessa” di Durrenmatt, G. Bevilacqua de “I turbamenti del giovane Torless” di Musil e C. Magris de “La marcia di Radetzky” di Roth e di “Perturbamento” di Bernhard, curiosamente tradotto “Perturbazione”), ma, per la maggior parte, affidati ad altri studiosi, italiani o tedeschi, culturalmente o spiritualmente vicini al festeggiato, presentano e analizzano i più importanti romanzi del Novecento tedesco, ordinati cronologicamente in base alla data della loro prima pubblicazione.

Ovviamente l’esito di questo lavoro costituisce per il lettore appassionato di letteratura tedesca una vera miniera di indicazioni, suggerimenti, approfondimenti e suggestioni. E’ anche ovvio che, come affermano gli stessi curatori nella Premessa al volume, un lavoro del genere non possa che essere, entro limiti però molto ristretti, arbitrario nella scelta degli autori e dei romanzi da prendere in considerazione. Probabilmente per questo motivo, tra gli autori del secondo dopoguerra non è stato incluso Arno Schmidt. Dal 1947, anno di pubblicazione del “Doctor Faustus” di T. Mann, de “La morte di Virgilio” di H. Broch e del “Romanzo del fenotipo” di G. Benn, si passa direttamente al 1954, anno di pubblicazione di “Stiller” di M. Frisch. Ma un grande pregio di questo libro risiede nella sua capacità di incoraggiare il lettore a considerarlo come un autorevole punto di riferimento per le sue ulteriori letture, di offrirgli la possibilità di comprenderle meglio, inserendole in un contesto ricco e in un percorso in grado di renderle, se possibile, ancora più significative. Sono quindi felice di poter completare la cronologia, inserendo, sempre in base all’anno di pubblicazione, i grandi romanzi di A. Schmidt, che ho potuto leggere e apprezzare e che ritengo fondamentali, addirittura rivoluzionari per il loro impatto formale ed emotivo, per comprendere le nuove strade sulle quali si avvia il romanzo tedesco nel dopoguerra, strade che conducono direttamente a Grass, Boll, ma anche a U. Johnson e a T. Bernhard. Il “Leviatano” di Schmidt è dunque del 1949, “Brand’s Haide” e “Specchi neri” sono del 1951, “Dalla vita di un fauno” del 1953 e “Paesaggio lacustre con Pocahontas” del 1955. Impossibile inoltre per il lettore, una volta giunto all’ultimo saggio, quello scritto da Ursula Arese Isselstein, relativo a “Lezione di tedesco” di S. Lenz, edito nel 1968, evitare di costruirsi una propria personale continuazione di questa straordinaria galleria di capolavori, tentando di aggiornarla con i romanzi usciti successivamente nei quali il caso, la buona stella o la caparbietà nella ricerca  gli abbiano permesso di imbattersi. Nel mio caso, ritengo di dover per ora aggiornare l’elenco, riservandomi successivi aggiustamenti e completamenti, con “Tadelloser & Wolff” di Walter Kempowski, edito nel 1981, e con “La torre” di Uwe Tellkamp, uscito nel 2008.

La biografia di Siegfried Lenz lo colloca all’interno di quella generazione di scrittori tedeschi cresciuti ricevendo l’impronta della ideologia nazionalsocialista per poi vivere drammaticamente, mediante l’esperienza della guerra, una durissima maturazione e una presa di coscienza critica nei confronti del proprio paese, e per mutare, di conseguenza, la propria fede indiscussa in una desolata disperazione. Per intenderci, Lenz, che appartiene alla generazione di G. Grass e di W. Kempowski e che è di un decennio circa più giovane di A. Schmidt e di H. Boll, ha sette anni all’avvento di Hitler, tredici allo scoppio della guerra, è un soldato a diciassette anni e un disertore a diciannove. Una cronologia che è fondamentale per capire “Lezione di tedesco”, un romanzo che possiede una evidente impalcatura concettuale, perché Lenz lo scrive per imparare a comprendere gli anni della sua adolescenza e lo spirito di un’epoca, per isolare i germi infetti ed individuare il momento in cui tutto ciò che di meglio risiede nell’anima tedesca ha potuto soggiacere e corrompersi, mettendosi al servizio di una ideologia disumana e distruttiva. Lenz possiede una grande capacità di dominare l’intreccio e una raffinata tecnica narrativa e dispiega entrambe le sue doti in questo romanzo, riuscendo a portare avanti una doppia narrazione, l’azione principale e quella dell’ampia cornice in cui è inserita, che si motivano, giustificano e reggono vicendevolmente. Ed è indicativo che la cornice, che dà inizio al romanzo, che lo conclude e che quindi lo contiene, si svolga in un luogo di detenzione, un riformatorio, e che sia il racconto dello svolgimento di un compito dato per punizione. Detenzine e punizione sembrano essere le uniche condizioni che rendano possibile alla voce narrante del protagonista il ritorno ad un passato personale doloroso – ma dramma e dolore si allargano nel racconto fino a coinvolgere tutta la sua famiglia, la sua piccola comunità d’origine e, come un’eco lontana, tutta la Germania. Siggi, il protagonista, nel 1953 ha vent’anni ed è rinchiuso in una casa di correzione per ragazzi difficili, situata su un’isoletta alle foci dell’Elba, vicino al confine con la Danimarca, perché dieci anni prima ha nascosto in un vecchio mulino le opere di un pittore suo amico, un artista espressionista i cui quadri, ritenuti un esempio di arte corrotta dai nazisti, rischiavano di essere sequestrati e bruciati, ed ha poi continuato a rubare quadri, per una sorta di “compulsione psicologica”. Nel chiuso della sua cella, il giovane deve svolgere un tema intitolato “Le gioie del dovere” e, per punizione, non essendo riuscito a scrivere nulla in classe insieme agli altri, dovrà restare recluso fino alla conclusione del suo compito. Ci metterà 105 giorni: il contenuto del tema, il racconto degli avvenimenti accaduti dieci anni prima, è anche la narrazione principale del romanzo. Autobiografia come punizione dunque, un reato che si sconta raccontando le motivazioni e gli accadimenti di un precedente reato. All’impalcatura concettuale che sostiene il romanzo se ne aggiunge un’altra, potente, che si potrebbe definire psicologica. Sì, perché Siggi, al quale viene richiesto di scrivere intorno alle gioie del dovere, non può che raccontare di quel tipico esemplare di uomo tedesco, così ligio nello svolgimento dei propri compiti, che è suo padre. Il poliziotto del distretto, Jens Jepsen, è un uomo ottuso, autoritario e manesco, che conosce solo il dovere e quindi la cieca obbedienza alle autorità naziste. E’ in nome del dovere che perseguita il pittore, una volta suo buon amico, da lui ritenuto un sovversivo all’ordine costituito, consegna alle autorità militari il figlio maggiore, automutilatosi per non andare in guerra, e scaccia di casa la figlia, accusandola di immoralità. Siggi, nel suo tema, raccontando di suo padre, non fa che tratteggiare il ritratto di un’intera generazione di padri tedeschi, di uomini tedeschi, emblema della “gioia del dovere”, nei quali il rigore assoluto, la cieca osservanza di regole imposte dall’alto, di ordini da eseguire in modo acritico, indipendentemente dalla loro disumanità, diventano prima una ossessione e poi, progresisvamente, una vera e propria patologia. Le colpe dei padri ricadono sui figli – si legge tra le righe del romanzo di Lenz – così la paura dell’inquietante fanatismo del padre nell’adempimento del dovere assume gradatamente nel figlio tratti paranoici: infatti Siggi, sotto l’influsso di allucinanti ossessioni, comincia a rubare, prima i quadri del suo amico pittore per salvarli dalla distruzione e poi, in preda al suo distorto stato mentale, tutti i quadri in cui si imbatte e che considera in pericolo. Lenz è abilissimo nell’utilizzare i due piani del romanzo per un reciproco approfondimento contenutistico. Così Siggi scrive un tema sulle gioie del dovere che serve all’autore per condurci nel punto in cui la narrazione si distende e fiorisce, nel cuore lirico, poetico ed emozionale del suo libro, che riserva molte sorprese. Perché, sotto molti aspetti, “Lezione di tedesco” è  un libro di denuncia sociale, un libro che rinnega i guasti dell’anima tedesca, che individua nella grettezza, nella omologazione, nel perbenismo, nell’ottusità, le fessure attraverso le quali ha potuto penetrare e attecchire l’ideologia nazista, e lo fa con tutto l’impeto e la passione dell’invettiva: “Vorrei sapere perché da noi disprezzano chi è malato e perché incontrando qualcuno che, come dicono, ha le visioni si sentono rabbrividire o hanno paura. Chi evoca il buio e la foschia, chi fa bollire la poltiglia vischiosa delle paludi, chi attira sulla piana la nebbia, chi fa gemere le travi del tetto, chi zufola con le marmitte e chi interrompe il volo delle cornacchie facendole cadere sul campo: questo vorrei sapere. E mi chiedo perché lascino il forestiero fuori dalla porta e disdegnino il suo aiuto. E perché non possano tornare sui propri passi e cambiare idea: anche questo mi chiedo. […] E vorrei sapere perché da noi la gente ci vede meglio la sera che il giorno e perché tutti si accaniscono tanto nel portare a termine qualunque compito venga loro assegnato. Interrogo anche la loro muta avidità di cibo, il loro senso della giustizia e il loro culto della terra nel quale si beano. Interrogo pure la loro andatura, il loro modo di stare in piedi, i loro sguardi e le loro parole e non potrò accontentarmi di ciò che verrò a sapere”. Ma, a mio parere, l’anima di questo romanzo, ciò che lo rende a suo modo straordinario, è in altri luoghi: è sulle spiagge del Mare del Nord battute dal vento, è nello studio di Max Ludwig Nansen, in mezzo ai suoi quadri che interrogano, sollecitano, interpretano la realtà e la fanno fiorire. E’ il Mare del Nord a dettare il ritmo lento, solenne, quasi ieratico, delle pagine di Lenz, è questo paesaggio dell’anima che nobilita e consola, è lui che unisce i due piani della narrazione e che li amalgama, è lo stesso mare che assiste alle convulse fughe di Siggi bambino e alle dolenti riflessioni di Siggi giovane ventenne che è costretto a ricordare. E’ in questa “schiacciante superiorità dell’orizzonte” che va cercato ciò che rende epico questo romanzo e che lo colloca, finalmente pacificato, al di là del dramma storico, nella grande tradizione della letteratura tedesca. E, infine, il cuore della lezione di tedesco è anche l’arte, i quadri pericolosi e maledetti che devono essere “verboten und verbrannt”, proibiti e bruciati, perché in grado di corrompere e di suscitare pensieri distruttivi, quadri che inquietano perché nulla di ciò che rappresentano è riconoscibile e prevedibile: una grande ruota che muove l’acqua di un fiume nero senza confini precisi, gli occhi di un vecchio che non conoscono né la pensosa gentilezza né la disponibilità al dialogo, ma che sembrano indicare qualcosa di particolarmente irritante che si trova davanti a lui, un girasole senza foglie con il disco di un grigio terroso, la sezione ingrandita del tronco di un albero nel punto in cui la corteccia si gonfia dopo l’innesto, un viso femminile buttato all’indietro con la bocca spalancata in un grido che nessuno udrà, ecc…. I quadri diventano nel romanzo simbolo della libertà, della individualità, della irripetibile originalità e ricchezza della singola personalità, diventano la via di fuga dalla ideologia. Ed è proprio questa che il pittore indica a Siggi, quando gli insegna a vedere: “Sai che cosa significa vedere? Moltiplicare, significa. Vedere è penetrare e moltiplicare, o anche inventare. Per assomigliare a te stesso devi inventarti di continuo, a ogni sguardo. Solo se inventi concretizzi. Qui in questo azzurro nel quale niente oscilla, nel quale non c’è inquietudine, non si concretizza niente. Niente si moltiplica. Se vedi, nello stesso momento anche tu sarai visto. Lo sguardo ti torna indietro. Vedere, eh già! Può significare anche rischiare il tutto per tutto o attendere il mutamento. Tu hai davanti a te tutto, gli oggetti, il vecchio, ma queste cose non sono niente se non fai intervenire te stesso. Vedere: ma non è solo registrare. Bisogna essere pronti a ritrattare. Te ne vai e poi torni e intanto qualcosa è mutato. E non parlarmi di verbali. La forma deve fluttuare, tutto deve fluttuare. La luce non è poi saggia come la si immagina”.

6 responses to “Siegfried Lenz, “Lezione di tedesco”

  1. Francesco Luigi Bovi

    Questa volta, cara Anna, non ti sei prodigata per una semplice recensione. Sei partita sic et simpliciter da una celebre miscellanea per compiere innanzitutto una meravigliosa traversata a volo d’uccello nella letteratura tedesca del ‘900. Hai ripreso infatti tra le mani con maestria e padronanza della materia un’opera venusta ed irripetibile, eppure oggi introvabile se non interrogando i sistemi bibliotecari, scritta da un manipolo di insigni germanisti nostrani e d’oltralpe, quando il nostro Reitani era ancora un pischello, per celebrare il settantesimo genetliaco del loro ‘decano’, Ladislao Mittner. Un’antologia di critica letteraria – così un tempo sarebbe stato definito nei nostri licei “Il Romanzo Tedesco del Novecento” – che ora ripresenti al tuo pubblico esaltando proprio il suo carattere di “opera aperta”, un’autentica work in progress il cui testo è ‘riscrivibile’ dal lettore-fruitore stesso, che si sente libero di interagire e di segnalare addenda di aggiornamento, come tu stessa hai già dato esempio, iniziando ad implementare l’indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli.
    E finalmente, quando passi ad esporre il tuo giudizio su “Lezione di tedesco” di Siegfried Lenz, sei tanto affascinata dalla possibilità di mandare avanti e indietro chi legge attraverso un ‘random walk’ narrativo, da manifestare subito la tua volontà di rifuggire dalla forma statica di una bella prosa, per optare invece per una mappa ipertestuale attraverso la quale l’utente lettore potrà perlustrare a piacere differenti cammini di lettura di questo romanzo, concatenati ma non sequenziali. Non avrei dubbi nell’affermare, inoltre, che hai saputo creare un neo-spazio letterario post blanchotiano, nel cui interno è possibile rinvenire un bellissimo aforisma di Emily Dickinson: “Non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane”.

  2. dietroleparole

    Grazie Francesco. Ti confesso che per me è stato determinante essere riuscita a recuperare “Il romanzo tedesco del Novecento” (in rete, venduto a un prezzo stracciato, per un vero colpo di fortuna). E’ la mia guida per inoltrarmi in quello splendido viaggio che è la prosa tedesca del secolo scorso e ovviamente anche un sicuro punto di partenza per riordinare e apprezzare meglio anche le opere di autori a noi più vicini. E’ realmente un testo ricchissimo, che non ho ancora sfruttato completamente (e mi chiedo se ci riuscirò mai), un invito alla ricerca di opere in via di estinzione nell’editoria italiana (altre ahimè non sono state tradotte e chissà se lo saranno in futuro). Solo per farti un esempio, è grazie al suo saggio su “Il castello” di Kafka presente nella raccolta, che ho potuto incontrare quel grande critico che è Giuliano Baioni e quindi reperire il suo libro “Kafka romanzo e parabola” che è un capolavoro di analisi e un attestato di amore e che è uno dei miei libri più preziosi. Se riesci a trovare “Il romanzo tedesco del Novecento” nei tuoi giri libreschi non lasciartelo scappare!

  3. Francesco Luigi Bovi

    Carissima, mi scuserai se mi sono espresso in un linguaggio un po’ criptico, non lasciando capire se io abbia letto o no “Il romanzo”. Fortunatamente sono riuscito anch’io a scovarlo, lo scorso anno, sicuramente dopo di te … Entrando in una storica libreria romana ho sperimentato il fenomeno “serendipity”, sulla cui esistenza ero fino al quel momento decisamente scettico. Hai ragione, è un’opera sempervirens, intramontabile, che non sarà mai esautorata e, credo, insuperabile per la capacità informativa e formativa dei singoli contributi, con i quali ci si potrebbe corazzare “contro lo sciabordio dell’ignoranza villana”, come direbbe il nostro Mari. Non vorrei a questo punto sembrarti un infantile quanto fanatico compagno di giochi libreschi, sempre pronto ad esclamare “io pure ce l’ho!”, perché ti devo annunciare di aver attinto anch’io al libro di Giuliano Baioni che citi. E, per dirtela tutta, non ho ancora trovato però il coraggio di leggere “Kafka: letteratura ed ebraismo” che già da un tempo languisce nella mia biblioteca, un sacrilegio il mio, ma non dimenticare, cara Anna, che sei tu la vera letterata, essendo la mia formazione soprattutto ‘scientistica’, ed è bellissimo quando le mie sparute letture ‘romantiche’ si incrociano inaspettatamente con i tuoi interessi e gusti letterari.

  4. dietroleparole

    Solo lettrice, buona lettrice, per diletto e necessità. Aspiro ad essere solo questo.. Ma complimenti, davvero, per le tue sparute letture “romantiche”. Quanto a Kafka, chissà quando riuscirò a parlarne, per davvero. Per ora mi limito a pellegrinaggi nei suoi territori. Un saluto, grato per i tuoi interventi.

  5. Romanzo bellissimo “Lezioni di tedesco”. Molto acute le tue riflessioni sull’importanza del panorama del Mare del Nord. Qualche anno fa ero ad Amburgo e un’amica tedesca mi ha portato in una specie di castello ora trasformato in albergo-ristorante poco fuori la città. Siamo saliti sulla torretta da cui era possibile ammirare il panorama sul delta del fiume Elba con varie isolette. Una delle quali doveva essere proprio quella del riformatorio descritta nel romanzo. Era sera, c’era un vento teso e il sole stava tramontando e ti confesso che ho provato un’emozione fortissima nel ricordare le pagine del libro mentre stavamo lì su quella torretta.

  6. dietroleparole

    Grazie per la condivisione di questo bel ricordo. I libri, quando sono grandi, dispensano intensità a chi li sceglie. E i paesaggi dell’anima permangono anche grazie a loro.

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