Arno Schmidt, “Leviatano o il migliore dei mondi”

ARNO SCHMIDT – Leviatano o il migliore dei mondi – Mimesis

“Saluterei con gioia la fine dell’umanità; ho fondata speranza che entro – beh – fra i 500 e gli 800 anni si saranno annientati del tutto; e sarà cosa buona”

Accolgo ogni uscita in traduzione italiana di un libro di Arno Schmidt con enorme gratitudine per chi abbia deciso di intraprendere l’ardua fatica di una trasposizione linguistica al limite dell’impossibile. Tanto più se, come nel caso presente, questa è accompagnata da un commentario che è molto più di un apparato di note, configurandosi come una vera e propria chiave interpretativa, indispensabile per penetrare in un testo potentemente allusivo, costruito su una messe infinita di citazioni e riferimenti, che sembra procedere tra equilibrismi e affondi in una cultura vastissima, percorsa da Schmidt con la naturalezza e la sicurezza del padrone di casa, che si permette ogni sorta di appropriazione e di trasposizione, giocando tra i veli delle metamorfosi linguistiche e conducendo il lettore in labirinti che rendono necessaria una guida sicura. La gratitudine del lettore italiano va quindi a Dario Borso, traduttore e curatore della presente edizione, il quale fornisce nella Premessa le informazioni necessarie per inquadrare il testo all’interno della produzione e della vita dell’autore. Il “Leviatano” è costituito da una quarantina di pagine, fitte, dense, concentrate, tese e meravigliose che possono conquistare qualsiasi lettore, ma tanto più coloro che già hanno avuto l’opportunità di farsi coinvolgere dalla prosa personalissima di un autore che di sé diceva: “Non sono un poeta. Mi manca la facilità. Il vero poeta compone come respira”.

 Il testo si configura come un diario che registra annotazioni comprese tra le ore 14,16 del 14 febbraio 1945 e le 8,20 del 16 febbraio dello stesso anno, fissate dalla penna di un soldato tedesco in fuga verso Ovest insieme ad un gruppo di sbandati slesiani, nello sfacelo di una Germania invasa dalle truppe russe e sottoposta dagli Alleati a bombardamenti a tappeto (il bombardamento aereo di Dresda da parte di inglesi e americani avvenne il 13-14 febbraio 1945, come ricorda Borso, e la scelta cronologica di Schmidt non può essere casuale). E’ l’apparato critico che permette di cogliere i riferimenti autobiografici di cui è disseminato un testo con il quale Schmidt sembra dare un suggello alla sua drammatica esperienza bellica, proclamando insieme il suo odio feroce verso il nazismo, l’orrore nei confronti di ciò che è “… per lui l’incarnazione integrale del Leviatano, del brutto potere ascoso che opprime e distrugge l’uomo” (Cesare Cases, “Arno Schmidt e il Leviatano” in “Saggi e note di Letteratura tedesca”). Schmidt, sergente artigliere, viene catturato dagli inglesi sul fronte occidentale il 16 aprile 1945 e internato in un campo di prigionia vicino a Bruxelles. L’anno successivo viene liberato e, in qualità di profugo slesiano, lavora come interprete in una scuola di polizia ausiliaria in Bassa Sassonia. Qui, tra il 3 e il 22 ottobre 1946, scrive il suo racconto di guerra. Stringe sempre un po’ il cuore il pensiero dell’estrema miseria in cui questo geniale intellettuale era costretto a vivere e a scrivere, delle incredibili difficoltà economiche che rendevano per lui problematico persino reperire la carta su cui scrivere. Stringe il cuore l’immagine di Arno Schmidt che vaga in aperta campagna in tandem con la moglie, nutrendosi di erbe e radici, trascinando con sé un sacco riempito di libri; o che vive in una stanza non riscaldata, con un pezzo di lavagna come tavolo e scatoloni di cartone come libreria; o che, nel 1951 si presenta a ritirare il premio come migliore scrittore dell’anno, assegnatogli dall’Akademie der Wissenschaften und der Literatur di Magonza, e consegnatogli dal presidente della giuria Alfred Doblin, senza camicia sotto la giacca, tenendo chiuso il colletto con una mano, senza calzini, senza cappello e paltò, rabbrividendo di freddo e di goffaggine. Questo è il volto di colui che Hermann Hesse, all’uscita del “Leviatano”, riconosce come “un vero poeta che ci sputa in faccia il suo ribrezzo”, “un giovane intellettuale che non solo approva di cuore il tramonto dell’occidente, ma anche desidera ardentemente, e per l’immediato futuro, il tramonto dell’umanità”. Tutti i riferimenti geografici contenuti nel “Leviatano” derivano direttamente dalla biografia dell’autore e il commentario di Borso ne rende conto con puntualità e precisione, così come la splendida figura femminile che incontriamo in queste pagine, Anne Wolf, è la trasposizione romanzata di una giovane realmente amata da Schmidt. Così che tutto concorre a convincere il lettore che il giovane soldato in fuga, nella sua amara e disillusa ribellione al mondo in agonia che ha dato i natali e ha distrutto un’intera generazione di giovani tedeschi, non è altro che lo stesso autore, “uomo serio e amareggiato”, come si definisce in un’intervista, aggiungendo: “Non potete dunque pretendere da me pesche e rose, ma solo ghiande e vegetali in polvere – acqua ne ha abbastanza comunque ogni lettore”.

 Il diario di Schmidt è il racconto di una fuga, o meglio, di un tentativo di fuga dagli orrori di una guerra persa, attraverso le macerie di un mondo che agonizza tra le fiamme, verso una destinazione ignota, verso una salvezza che si sa impossibile e verso una morte che appare certa. Una fuga su un treno che faticosamente avanza trasportando colui che fedelmente registra con la sua penna puntigliosa tutto ciò che è ancora vita. Su quel treno che diventa una sorta di palcoscenico Schmidt raccoglie un gruppo di momentanei sopravvissuti e se ne serve ampiamente perché ognuno di loro rappresenta qualcosa che ha avuto senso, un temporaneo senso nel mondo di “prima”, prima dell’avvento del Leviatano. Alcune sono solo comparse, poco più che ombre piene di dolore, paura, fatica e nostalgia, già toccate dall’ombra della fine, due soldati allo sbando, una ragazzina sciocca e inconsapevole, due vecchi e una nonnina della campagna che rimpiange la sua buona terra, ma altre emergono dall’anonimato grazie alla penna di Schmidt che le trasforma in interlocutori in questo suo viaggio interiore verso la rovina, regalando loro un frammento di vita letteraria. Primo fra tutti il settuagenario impiegato delle poste che, nel bel mezzo della prima notte, abborda cortese il protagonista e, guardando il cielo, esclama: “Meno male che c’è ancora un infinito!”, dando il via ad un colloquio frammentato ma ugualmente intenso sui massimi sistemi, sulla geometria euclidea, sulle più complesse teorie filosofiche sull’origine e la fine dell’universo che dà modo all’autore di attuare una vera e propria decostruzione della propria cultura, fino ad affermare: “Questo mondo è qualcosa che sarebbe meglio non fosse; chi dice il contrario, mente!” E anche questo è da imputare al Leviatano, se pensiamo a quella caratteristica della formazione di Arno Schmidt ben evidenziata da Cases nel saggio sopra citato: “… la predilezione per la cultura, sostenuta da una pesante erudizione che abbraccia entrambe le facoltà filosofiche delle università tedesche: storia, filosofia, letteratura, ma anche astronomia, chimica, fisica”. Tutto questo è nulla di fronte al potere della Bestia, al quale è impossibile contrapporsi sul piano umano, la Bestia che ha reso vana la millenaria domanda dell’uomo alla ricerca di un senso all’esistenza, così che al posto dell’infinito, al posto di qualsiasi Dio “c’era un demone di carattere essenzialmente crudele, diabolico, ma nemmeno lui esiste più adesso”.

 Il vecchio impiegato postale che riempie le ultime ore della sua vita con il tentativo di difendere le proprie convinzioni e le proprie speranze dal lucido, intransigente ma anche dolente nichilismo del narratore, viene tratteggiato da Schmidt con rispetto e pietà. Non viene riservato lo stesso trattamento ad un altro passeggero del treno, il pastore protestante che fugge con la moglie e i sette figli e che, nella sua cieca fede nel suo indifferente Dio, accoglie imperturbabilmente la morte di alcuni suoi bambini, accettandola come volontà del Signore: “Il Signore ha dato; il Signore ha tolto”, dando a Schmidt l’opportunità di sfogare il proprio acceso anticlericalismo: “… e, se lo porti il diavolo, quel vile e bizantino aggiunse: Sia lodato il nome del Signore! (E guardava intanto fiero verso noi poveri pagani perduti, anima svergognata di lacchè! Quel bimbo innocente. Le sue bimillenarie boiate sul peccato originale vada pure a raccontarle a qualche rincitrullito: ma questi qui hanno mai pensato che potrebbe essere Dio il colpevole?”. Lo stesso furore, stemperato però dalla logica, che si ritrova nel testo schmidtiano “Ateo? – Altrochè!”, anche questo tradotto e curato da Dario Borso. Sul vagone trovano posto anche due giovani nazisti, nell’uniforme della Hitler Jugend che, nella loro fanfaronesca incoscienza, con atteggiamento arrogante da eroi, fumano appoggiandosi ad una mezza dozzina di lanciagranate, oppure giocano a smontare le armi, “ci giocavano con tale zelo, vera prole del Leviatano”. E’ la loro presenza che spinge Schmidt a deridere ferocemente – l’arma della derisione sembra essere per lui la più opportuna non riconoscendo all’ ideologia nazista l’onorevole ruolo di avversario – “l’eloquenza sferzante della pazzia” in cui viene allevata la gioventù nazionale (“Niente è perduto; vinceremo. Il Fuhrer segue una tattica precisissima: prima li attira tutti dentro, e poi arrivano le armi segrete”) e “l’urlante mania e stridula voglia di annientamento” che, si augura, “ridurranno in cenere e macerie la Germania fino all’ultima topaia”.

 Il diario inizia alle 14,16 del 14/02 e alle 15,10 già compare lei, Anne Wolf, la donna in cui si deve riconoscere, come spiega il commentario, una compagna delle superiori di cui Schmidt fu segretamente innamorato, uno degli indimenticabili personaggi femminili delle sue opere, di una femminilità riconoscibile, che sembra delineata sempre sulle stesse caratteristiche. “L’ho riconosciuta all’istante! […] Finchè si girò. Rialzò subito sorpresa e freddamente divertita il sopracciglio sinistro e protese il mento”. Luminosissima Anne, che con “il suo profilo da Marlene Dietrich tornò a precipitarmi in beata servitù”, che sembra avere il potere al suo apparire di rallentare il tempo sull’orlo del precipizio, di costruire gesti che strappano al tempo istanti inediti. Parla poco Anne, ma c’è, è “lucente quiete e beatitudine”, lavora di sguardi, concentrati sul presente: “La sua bocca accennò a incresparsi irridente e graziosa, stupore e tenera gaiezza, estraneità e trasporto. Trasse una mano di tasca e me la passò sulla fronte, tra i capelli. Il suo viso era chiaro dei miei occhi”. Anne è capace di quella cosa rarissima che è “il silenzio accarezzante” e poco importa se intanto il mondo muore. In un testo così teso, elaborato, irto di imprecazioni e di serrate disquisizioni erudite c’è spazio per il lirismo, come dice Cases: “Negli ombrosi, ma sicuri interstizi del Leviatano si insinua la poesia dell’autore”, quasi una romantica nostalgia dell’idillio, alla quale Schmidt cede solo se alza gli occhi su Anne e sulla natura che riesce ad inglobare e a dominare persino la luce degli incendi e il fragore dei bombardamenti: “Torbidume solcava il cielo, prima fine come nebbia, alto sopra la cava neve azzurrognola; vento scattò rabbioso da occidente; il mondo piombò in grigia raucedine: iniziò a nevicare. Pesantemente e orribilmente”. E perciò, forse, non è un caso se, quando il viaggio finisce, quando il diario quindi finisce, quando “il migliore dei mondi” costruito dal Leviatano tramonta lasciando solo morte e distruzione dietro di sé, la voce di Schmidt affida alla poesia i brandelli delle sue carte: “Varcheremo la porta color cotto ricoperta di brina. Velato d’oro sarà in agguato il diabolico sole invernale, biancorosa e freddosfera. Lei sporgerà il mento e farà una smorfia villana, solleverà i fianchi per darsi slancio. Contratto la cingerò col braccio. Ecco sventolò via il quaderno: volate, brandelli!”.

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