Franz Fuhmann, “La Boemia in riva al mare e altri racconti”

FRANZ FUHMANN – La Boemia in riva al mare e altri racconti – Marietti

“Se da queste parti le case sono verdi, entrerò ancora in una casa./ Se qui i ponti sono intatti, camminerò su un fondo sicuro./ Se la fatica d’amore in ogni tempo va sprecata, qui la sprecherò volentieri.// Se non sono io, è uno che potrebbe essere me.// Se qui una parola mi accosta, la lascerò accostare./ Se la Boemia sta ancora sul mare, crederò di nuovo ai mari./ E se al mare credo ancora, spererò nella terra.// Se sono io, allora è chiunque sia simile a me./ Non voglio più niente. Voglio andare a fondo.// A fondo – nel mare cioè, lì troverò la Boemia./ Affondata, mi sveglierò tranquilla./ Adesso so fino in fondo, e non sono smarrita.// Venite, tutti voi boemi, marinai, puttane d’angioporto e navi/ senza ancora. Non volete essere boemi, voi illiri, veronesi,/ e veneziani tutti?/ Recitate le commedie che fanno ridere// e sono da piangere. E sbagliatevi cento volte,/ come io mi sbagliai e non superai mai prove,/ eppure le ho superate, una volta dopo l’altra.// Come le superò la Boemia e un bel giorno/ ebbe la grazia del mare e ora sta sull’acqua.// Mi accosto ancora a una parola e a un’altra terra,/ mi accosto, anche se poco, sempre più a tutto,// boemo, chierico vagante, che niente ha, che niente trattiene,/ dotato soltanto dal mare, che è dubbio, di occhi per la mia terra d’elezione”. (Ingeborg Bachmann, “Bohmen liegt am Meer – La Boemia sta sul mare”)

C’è un filo sottile e tenace che unisce questa splendida lirica della Bachmann al romanzo di Fuhmann e che li rende entrambi debitori al “Racconto d’inverno” di Shakespeare. Un filo che lega e motiva con la forza della letteratura, ma che è anche uno sguardo, forse in certi momenti l’unico plausibile e possibile, sulla storia e sulle contingenze umane. Questo filo è l’utopia. Dalla lettura del saggio “La navigazione dell’Io fra naufragio e approdo alla parola” (contenuto nella raccolta “La lirica di Ingeborg Bachmann. Interpretazioni”) che Fabrizio Cambi dedica a questa poesia, si apprende che “Bohem liegt am Meer” costituisce la traduzione lirica di un breve viaggio a Praga compiuto dalla poetessa austriaca nel gennaio del 1964; sono versi da lei stessa definiti “la poesia di un ritorno, non di un ritorno geografico, ma di un ritorno spirituale”. Due anni prima – nel 1962 – lo scrittore boemo Franz Fuhmann aveva pubblicato il racconto “Bohem am Meer”, una variazione narrativa, intensa e storicamente contestualizzata della commedia shakesperiana. I titoli delle due opere, la loro intonazione utopica, oltre alle numerosissime consonanze esistenti tra i due testi, rendono fortemente plausibile l’ipotesi che la Bachmann conoscesse il racconto di Fuhmann e che ne abbia tratto ispirazione per la stesura della sua lirica. La presente edizione de “La Boemia in riva al mare e altri racconti” è curata e tradotta da Maria Teresa Mandalari, studiosa e traduttrice delle liriche della Bachmann. Per terminare questa suggestiva e letteraria triangolazione, basta considerare la frequenza con cui compaiono nella lirica figure e ambienti marittimi tipicamente shakesperiani e l’esplicita citazione che Fuhmann sceglie come epigrafe per il suo racconto: “Sei tu sicuro che la nostra nave sia/ Approdata sulle coste impervie della Boemia?/ Signore, sì, tuttavia io temo/ Ad ora non propizia: cupa si fa l’aria/ E minaccia una prossima tempesta.” (Shakespeare, “Il racconto d’inverno”).

D’altra parte, è lo stesso Fuhmann che ammette esplicitamente il proprio debito di ispirazione scegliendo di porre tra le mani del suo protagonista e voce narrante (e suo alter ego, dati i numerosi riferimenti autobiografici riscontrabili nella vicenda), per accompagnarlo nei suoi ozi contemplativi davanti al Mar Baltico, proprio il “Racconto d’inverno”, il libro che da molti anni si era insinuato come un’ombra nella sua vita. E la Boemia di Shakespeare si trova al mare: “Era un paese selvaggio, percorso da orsi; giaceva sul ruvido mare nordico, e davanti alle sue coste le povere anime dei naufraghi sprofondavano ululanti entro i neri gorghi del nulla. La Boemia al mare! Leggevo e udivo sbattere il mare e il vento soffiare tra l’erba della duna…”. E’ una chiara indicazione che predispone il lettore ad inoltrarsi in una sorta di favola – come forse una sorta di favola sono tutte le utopie – che Fuhmann riesce però a stemperare e a tradurre in un testo in gran parte storicamente evocativo. Sì perché, se la Boemia sul mare di Shakespeare è frutto di una sua poetica fantasia, quella di cui parla Fuhmann fa parte di un progetto politico delirante. Come sottolinea la Mandalari nel saggio introduttivo “Franz Fuhmann, un tedesco dell’est”, il tratto più caratteristico e pregevole in Fuhmann narratore è la sua capacità di creare rapidi e fulminei rimandi cronologici tra passato e presente con aperture sul futuro.

Già l’incipit colloca con lapidaria certezza lo svolgimento della vicenda dieci anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dando il via a quell’altalenante susseguirsi di sogno e realtà, di storia e favola in cui risiede gran parte del fascino poetico del testo. “Io amo il mare; noi tutti originari della Boemia, questo paese così intimamente continentale, amiamo il mare, la sua distesa desertica fatta di onde e di nuvole, di un amore struggente…”. Ma nel delirio hitleriano, il Reich si sarebbe esteso fino agli Urali e “tutti coloro che non fossero tedeschi sarebbero stati respinti via dal territorio verso la Siberia, e allora forse un giorno vi sarebbe stata una Boemia sul mare”. Per tragica ironia della storia, alla sconfitta di Hitler i boemi tedeschi saranno poi costretti ad abbandonare la loro patria e molti di loro finiranno per dirigersi verso Nord e per stanziarsi proprio lungo le coste di quel mare che avrebbe dovuto costituire l’unico naturale ostacolo all’espansione del terzo Reich. Così nel racconto di Fuhmann, il villaggio di pescatori di Z., a occidente di Rostock, che il protagonista raggiunge dieci anni dopo la fine della guerra (dopo gli anni vissuti da soldato e poi nelle pianure russe – Fuhmann è stato a vent’anni soldato nella Reichswehr nazista e poi prigioniero in Russia, prima di trasferirsi nel 1949 nella DDR) è popolato da una numerosa e affiatata colonia di boemi immigrati e la loro terra è ormai sul mare. Ecco quindi il modo in cui Fuhmann riesce a far convivere nel suo racconto utopia favolistica e realtà storica, facendo continuamente interagire, con esiti felicissimi, i due piani interpretativi della vicenda. La Boemia sul mare diventa luogo di sogno, ma anche di concreta possibilità di ricostruire la trama della vita, luogo in cui, dopo le tempeste della storia, è possibile ritrovarsi, perché, per dare spazio alla voce della Bachmann, “Se la Boemia sta ancora sul mare, crederò di nuovo ai mari./ E se al mare credo ancora, spererò nella terra”.

Il mare è proprio elemento catalizzatore e protagonista occulto di tutto il breve romanzo; meta agognata per “l’ospite fuori stagione” che raggiunge il paese di Z. per la sua prima vacanza dopo la guerra e la prigionia, all’inizio di una promettente nuova vita. Fuhmann sa bene come conquistare il lettore con il potente richiamo del mare nordico, così selvaggio, rigoroso, scostante, così drammaticamente restio ad ogni tentativo di ridurlo ad un’immagine da cartolina, un mare fiancheggiato da dune percosse dal mugghiare del vento, che avvolge con “la monotonia dell’infinito” chi ha il coraggio di contemplarlo. Lo stesso mare che fa dire alla Bachmann: “Non voglio più niente. Voglio andare a fondo”, “Affondata, mi sveglierò tranquilla”. Di fronte ad un mare così, si può restare in contemplazione sentendo il pulsare delle onde nel proprio sangue: “In lontananza quel loro accavallarsi appariva come un tremolio marino, un sorriso che lieve e carezzoso increspava la gota del mare, mentre poi, senza trapasso, le onde ingrossavano e avanzavano tonanti, turrite e tempestose masse d’acqua che, avallandosi a conca la parete crescente, precipitavano fulminee contro la costa, sbattendo con poderose ondate contro la spiaggia”. Oppure si può distogliere lo sguardo, inorriditi per tutto quello che questo mare è in grado di mettere a nudo, come fa la signora Traugott, l’altra protagonista del romanzo, che teme l’acqua perché sa che un giorno verrà e porterà via tutto. La signora Traugott, la donna silenziosa, precocemente invecchiata, con gli occhi spenti, che considera il mare come un mostro aggressivo e misterioso, un incubo perenne, immane e invadente per lei che si trova a vivere sulle sue sponde, è la figura tragica, con lo sguardo stranamente vuoto, che sembra la trasposizione narrativa della shakesperiana regina Hermione del “Racconto d’inverno”, trasformata in statua da una magia per non permetterle di morire di dolore. Anche nella sua vita è accaduto qualcosa che l’ha impietrita e questo trauma costituisce nel romanzo il raccordo necessario all’autore per collegare ancora più saldamente il suo racconto al testo shakesperiano, ma anche per accedere ad un nuovo livello narrativo, quello dell’indagine, prima familiare, e poi geostorica. Forse perché da questa Boemia in riva al mare, da questa terra d’incanto e poesia per l’autore è possibile volgere lo sguardo indietro, tornare, attraverso i ricordi dell’atterrito narratore, alla propria adolescenza e giovinezza di boemo tedesco, e agli entusiasmi di quell’epoca, alla ideologia aberrante delle cui conseguenze è stato testimone.

Come sottolinea la Mandalari, il racconto di Fuhmann, fedele al suo carattere utopico e metaforico, non può, dopo aver attraversato un passato storico mostruoso e un presente da risanare, che aprirsi verso un avvenire “in cui le storture umane e gli orrori si acquetano”, dove addirittura sia possibile una libera, pacifica e generosa convivenza tra gli uomini, prospettando “con le sole armi di una scrittura quotidiana e disadorna” un intero quadro etico e storico. Un carattere utopico della scrittura che deve essere piaciuto alla Bachmann che identifica nella sua personale Boemia in riva al mare il luogo spirituale a cui tornare per ritrovare la parola poetica sottratta al mutismo e alla violenza del linguaggio di consumo, la sua terra di elezione: “Mi accosto ancora a una parola e a un’altra terra,/ mi accosto, anche se poco, sempre più a tutto,// boemo, chierico vagante, che niente ha, che niente trattiene,/ dotato soltanto dal mare, che è dubbio, di occhi per la mia terra d’elezione”.

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