Georgi Gospodinov, “Romanzo naturale”

GEORGI GOSPODINOV – Romanzo naturale – Voland

“Il romanzo ideale è quello in cui il filo conduttore fra i differenti episodi è una mosca che svolazza. Posso anche ripeterlo: il filo conduttore deve essere una mosca che svolazza”.

Ecco, di nuovo, la scrittura di Gospodinov. Dico di nuovo perché è con il suo bellissimo “Fisica della malinconia” che sono diventata una lettrice consapevole di questo autore bulgaro e, forse, almeno minimamente, preparata a non costruirmi alcun tipo di aspettativa iniziando a leggere un suo libro. E’ del tutto inutile farlo perché Gospodinov è perfettamente in grado di eluderle tutte le aspettative, una dopo l’altra, ma in modo così elegante, innocente e generoso, che alla fine il lettore si sente addirittura riconoscente per non aver trovato nelle sue pagine nessun appiglio, nessun punto di riferimento per ancorarsi al già visto, già letto o già noto.

“Romanzo naturale” è un libro denso, di un peso specifico non indifferente, denso a tal punto che le sue centocinquanta pagine sembrano in realtà molte di più, anzi, da un certo punto in poi sembrano levitare in una dimensione foriera di altri nuovi inizi, così che è con sorpresa mista a delusione che si arriva all’ultima splendida pagina e all’ultima epigrafe. “Romanzo naturale” è però, nel contempo, un libro lieve, connotato da quella sorta di chiacchiericcio balcanico che lo percorre, ne determina il ritmo, ne decreta le soste, lo rende multiforme e stratificato, pensoso e genuino. Una scrittura che non dimentica l’immediatezza dell’oralità, un monologo che è costantemente un dialogo, un racconto che tende al saggio, lo produce e lo replica e che da lì trae poi nuova linfa per ripartire. Chiacchiericcio balcanico mi piace definire quel tono di affettuosa vicinanza con cui l’autore resta ancorato al suo mondo originario, persino, e forse maggiormente, nel momento in cui se ne distacca fisicamente. Se può essere del tutto naturale ritrovarlo nel momento della rievocazione probabilmente  autobiografica della memoria, dell’episodio arguto e macchiettistico, diventa ancora più potente dal punto di vista letterario quando si rivela nel tono disincantato e scanzonato, irriverente e fantasioso, fatalista ma insieme predisposto al sano gusto per la vita – la vita piccola dell’insetto più umile e la vita ben più difficile da comprendere, descrivere e controllare dei sentimenti umani – che sembra guidare la penna di Gospodinov.

 “Romanzo naturale” è un libro curioso, che osserva la realtà per mezzo di una lente di ingrandimento: “Un romanzo sfaccettato che assomigli allo sguardo della mosca. E come questo pieno di dettagli, pieno di cose piccolissime e invisibili a occhio nudo. Un romanzo quotidiano come le mosche”. D’altra parte, lo dice anche il titolo, è un naturalista che scrive queste pagine, o un aspirante tale, un naturalista interessato a tutto ciò che è banale, perché non esiste altro che lo diverta così tanto. Sotto la lente di ingrandimento può passare un gabinetto pubblico e un affresco del Tintoretto e il naturalista può decidere di scrivere una storia naturale dei gabinetti, strutturata come un piccolo trattato, e di dedicare una sola frase al Tintoretto, lapidaria, colma di ammirazione e di senso, semplicemente perfetta: “Tintoretto è cupo e mistico. E tuttavia pieno di carne, corpi, pesanti, maschili e femminili, sembrano vagare sulla tua testa, ma in realtà precipitano sotto il proprio peso”.

 “Romanzo naturale” è un libro colto, colmo di citazioni, è un libro pieno di libri, scritto da chi non esisterebbe nella stessa forma senza i libri che ha letto, da chi è i libri che ha letto, con la stessa naturalezza con cui è il paese in cui è nato, i luoghi in cui ha vissuto, le persone con cui ha condiviso il tempo. “Continuo a viaggiare in treno con Eliot, quasi fosse l’orario delle Ferrovie dello Stato” ed è facile per il lettore fraternizzare con chi scorre un volumetto di Eliot “come fosse la Bibbia”. Il chiacchiericcio balcanico di Gospodinov sa trasformarsi e diventare colto e raffinato, ma si riempie di una grazia speciale quando tocca le corde malinconiche della rievocazione dell’infanzia. Rievocazione appunto, e non semplice ricordo, con tutta la magia che il verbo rievocare sottende. “Non saremo mai amati quanto lo siamo stati nell’infanzia. Per questo l’infanzia è un tempo crudele. La sua crudeltà sta in quello che ci aspetta. Dove si perde questo amore in seguito? Perché poi tutta la vita vogliamo essere amati come bambini, senza una ragione, per il semplice fatto di esistere?”. Per associazione, ma solo per un attimo, il lettore può forse pensare all’infanzia sanguinosa dell’italianissimo Michele Mari, ma qui si tratta di una crudeltà diversa, che è proprio generata dalla consapevolezza di una perdita irrimediabile. Non si risale più sul “ciliegio del tempo perduto”, il tempo più bello a questo mondo. Con una certa sorpresa ci si rende conto che, una volta catapultati al centro esatto della “balcanicità”, si è pronti a goderne a piene mani. “Molti anni fa, quando ero bambino, vivevo in un villaggio. A quei tempi il mondo sembrava bello, come dopo la pioggia”, dice la voce narrante, dice l’autore: Gospodinov spalanca una porta, schiude il tempo anarchico dell’infanzia, quello nuovo della vita libera e naturale, dove “tutto è semplice come in un abbecedario”. Lo fa con grazia e arguzia, raccontando con il suo solito tono lieve e divertito, lasciando al lettore la libertà e anche la responsabilità di condividere un analogo sentimento di perdita. Perché, se si tratta di sentimenti, la sua penna diventa delicatissima, non proclama ma, casomai, allude.

 “Romanzo naturale” ha anche una sua geografia, una particolare geografia lirica, assolutamente non funzionale al racconto, una geografia disubbidiente, che conquista i suoi spazi e si distende, e non importa se si risolve in un cameo suggestivo, perché può bastare a se stessa: “Una brezza leggera viene dal fiume. Probabilmente esiste un’Europa danubiana, paese utopico, diverso dal resto del continente. Posto unico, dove il valzer e i saloni coesistono con le barche e il paese di pescatori. Dove i passi del Bel Danubio blu si confondono con quelli del Silenzioso Danubio bianco. Dove per ragioni di carattere sentimentale le liceali si gettano sempre nel Danubio, che porta tutti gli annegati dalla Foresta Nera al Mar Nero. Dove l’acqua è sporca e i pesci siluro sono più grandi delle barche che solcano queste acque poco profonde”. “Romanzo naturale” è un libro ricchissimo di trame, spezzate, travolte, raddoppiate; Gospodinov sembra divertirsi nel momento in cui, con un colpo di reni, una virata improvvisa, riscuote il lettore, lo sferza con i suoi passaggi arditi, lo diverte mentre lo rende perplesso, oppure lo trascina in una arguta e bislacca avventura, quella sorta di avventure dello spirito che sono i suoi trattati (“Per una storia naturale dei gabinetti”, “Per una storia naturale delle mosche”, “Appunti del naturalista”). Certo, ci sono nel romanzo delle tracce da seguire, se proprio il lettore ne sente la necessità, c’è la storia dell’uomo che si separa da sua moglie, quella dell’io narrante, redattore di una rivista letteraria, quella del giardiniere pazzo, ma “questo è un bel romanzo perché è tessuto di dubbi” e sono sicura che questo è ciò che l’autore vorrebbe sentirsi dire.

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