Peter Handke, “La notte della Morava”

PETER HANDKE – La notte della Morava – Garzanti

“La notte della Morava”, uscito in Germania nel 2008, non è l’ultimo romanzo di Handke, ma possiede tutte le caratteristiche dell’opera definitiva: le sue pagine sono il resoconto poetico di una vita, la riscoperta e la rilettura di un’origine e di una appartenenza, il canto di una balcanicità perduta, la lotta all’ultimo sangue condotta fino al rifiuto, fino al silenzio, contro la scrittura, contro un destino e una vita ad essa dedicati. E ancora: un pellegrinaggio a tappe verso luoghi e paesaggi dell’anima, un viaggio interiore nella memoria e nella consapevolezza della propria essenza e poi il bilancio di un amore, così conturbante e violento da essere desiderato, ma innumerevoli volte rifiutato e avvertito come un pericolo. Handke, che è uno scrittore esigente con i suoi lettori, con il suo stile ostico, spesso criptico, con le sue favole metafisiche, con quegli sprazzi di poeticità così rari, improvvisi e avari che sembrano evitare di proposito qualsiasi possibilità di condivisione o di riconoscimento, con questo romanzo li travolge letteralmente, concedendo loro l’accesso ad una materia narrativa fantastica ma anche evidente trasposizione di esperienze e memorie reali, oltretutto strutturata in modo geniale ed accattivante, in grado di mantenere uno schermo, una sorta di residua distanza tra l’autore e la narrazione e quindi tra l’autore e il lettore.

Il romanzo è la storia di un viaggio, che è una fuga, ma anche un ritorno alle origini, un viaggio che segue un lungo tragitto circolare che inizia e finisce su quel battello sul fiume che ha un nome così evocativo e lirico da immergere fin dalla prima pagina il lettore nel silenzio liquido di una notte fluviale: “Notte della Morava”. Ci saranno sempre la notte e il fiume a fare da sfondo e cornice al lunghissimo racconto dell’enigmatico protagonista del romanzo, che non ha un nome, ma che, di volta in volta è contraddistinto dalla sua essenza più profonda: dapprima “ex autore” oppure “ospitante”, poi “viaggiatore solitario”, “viaggiatore circolare”, “passeggero solitario”, “autore abdicatario”, “narratore”, in seguito “viandante”, “vagante”, e infine “reduce” e, di nuovo “autore”, per segnare le tappe di una progressiva dissoluzione e ricostruzione, rifiuto e accettazione di una intima e profonda natura. Viaggio e via crucis interiore che non è però il protagonista del romanzo a raccontare direttamente. Il narratore è uno dei sette amici che il proprietario del battello invita a trascorrere la notte sul fiume, ad ascoltare il suo racconto e ad incontrare la donna misteriosa e silenziosa che accoglie gli ospiti, si prende cura di loro e li affascina con “il presentimento della sua bellezza” che l’oscurità vela ma, a tratti, rivela. “E della donna sconosciuta, quasi spettrale, ci apparve bello in primo luogo il fianco: che comnque, tra luce e semioscurità, a tratti si vedeva con chiarezza. Una curva in sintonia con l’andamento del suo accudire, no, del suo anticipare, sì, del suo anticipare. Bello ci apparve quel fianco? In esso ci apparve la bellezza. Tutta la donna, tutta quella persona poteva solo essere altrettanto bella. E la bellezza di quel fianco irradiava bontà. Nella curva del fianco bellezza e bontà coincidevano.Il fianco della scoosciuta, senza essere straordinariamente slanciato, era la sede della bontà”.

Un narratore che racconta ciò che il protagonista narra nello spazio di una lunga notte, questa è dunque la struttura che Handke sceglie per mantenere vivo l’aspetto favolistico, misterioso, metaforico e anche poetico del suo romanzo, per farvi rientrare anche tutto ciò che attiene alla premonizione e al sogno, per alludere piuttosto che affermare, per mantenersi un passo indietro rispetto al suo narrare, per darsi la possibilità di celare e di svelare. Perché è attraverso lo schermo della narrazione che questo anonimo ed emblematico ex autore, al centro esatto della sua cornice da favola – la notte, il fiume, il battello, il bosco, le luci, la donna, i sette amici che accorrono al suo richiamo, l’indistinto pericolo che li minaccia – può prestarsi alla identificazione con lo stesso autore del romanzo. Come si può dunque riversare il magma indistinto e ancora in espansione di una vita in modo generoso e totalizzante, non tralasciando nulla della sua dolorosa ricchezza, dei suoi desideri, dei suoi traumi irrisolti, della sua irrazionalità e del suo fulgore, fatto anche di luoghi, incontri, affetti e passioni, accettazioni e rifiuti, se non affidandosi ad una struttura narrativa stabile come quella della fiaba, in un certo modo rassicurante con le sue funzioni rese riconoscibili e accettate da una tradizione millenaria? Ad essa Handke pare guardare, come già in altri romanzi, facendola propria e scegliendola come traccia e guida a cui tornare al termine di ogni sua personalissima divagazione. Ma Handke non è certo un autore che possa accettare di adeguarsi totalmente ad una struttura prestabilita, che quindi nelle sue mani si espande vertiginosamente. Così il suo eroe, afflitto da una mancanza, il rifiuto autoimpostosi della scrittura (“Aveva forse dimenticato che se toccava un foglio di carta, soprattutto se vuoto, gli veniva un’eruzione cutanea, addirittura anche solo sentendo un fruscio di carta? Che a bordo aveva spezzato tutte le matite e le aveva gettate nel fiume?”) soffre anche di malesseri  e manie, prima fra tutte “una crescente avversione verso i rumori, di qualsiasi genere”, una vera e propria fonofobia (“Il più piccolo, il più innocuo dei suoni poteva giungere alle sue orecchie come un rumore disturbante, chiudergli la bocca, serrargli la gola, mozzargli respiro e parola”) e non tollera “in casa propria il più piccolo spostamento da parte di qualcun altro”, e accoglie i suoi ospiti nel più assoluto silenzio ed in una oscurità quasi totale, obbligandoli a sottostare ad una eccentrica ritualità persino nella distribuzione dei posti a tavola per la cena, nella scrupolosa costruzione del palcoscenico ideale adatto ad accogliere il suo racconto. Tutto appare calcolato, voluto e organizzato dall’ex autore – cioè dall’autore – tutto contribuisce alla resa della complessa costruzione del romanzo, fin dalle battute iniziali. Sette sono gli amici accolti sulla “Notte della Morava”, circa sette ore dura il racconto, dalla mezzanotte fino alla svolta del mattino, sette le tappe del viaggio. Nel cielo c’è una luna nuova, un lieve vento notturno, più forte in prossimità del fiume, sposta lenti banchi di nuvole e tutto può avere inizio.

L’allontanamento, il viaggio, è lungo, complesso, multiforme e circolare; inizia da Porodin, nella Serbia centrale dove, sul fiume Morava è ancorato il battello, e lì si conclude, dopo aver toccato tutti i luoghi che sono stati importanti nella vita dell’ex autore, in un percorso a ritroso di purificazione spirituale verso le proprie origini, le proprie radici: l’isola di Krk, in Dalmazia, Numanzia e la Galizia, in Spagna, la regione dello Harz, in Germania, la Stiria e la Carinzia, in Austria, e poi il Carso e poi di nuovo  Porodin. Ma il viaggio è anche, principalmente all’inizio, una fuga da un pericolo forse immaginato, forse reale che si incarna in una figura femminile minacciosa, una nemica mortale, la prima delle figure femminili che si incontrano nel racconto, o meglio, la prima faccia della stessa figura di donna, punto di partenza e di arrivo del viaggio, forse motivo profondo della necessità per l’autore di ritrovare la motivazione interiore della propria vocazione di scrittore. La donna e l’amore. “La notte della Morava” è un libro che fa dolorosamente i conti con l’amore; nella trasfigurazione poetica, sotto lo schermo fiabesco del racconto, si cela e rivela un dissidio inconciliabile tra l’amore e l’attività di scrittore che esige, “pena la condanna a morte dell’anima, una vita al di là dell’amore sessuale”, cosicchè – dice l’ex autore, dice Handke – “di tanto in tanto, con la donna tra le braccia, provava quasi i tormenti di una dannazione” ed era costretto a tradirla e a rinnegarla. “In ogni donna, durante il suo periodo da autore, lui aveva subodorato il nemico”, da sconfiggere “purchè il mio scrivere possa proseguire”. Un dissidio destinato a generare comunque sensi di colpa, alternativamente nei confronti della donna e della scrittura, perché scrivere per il protagonista del romanzo non è un lavoro,ma è una questione di vita o di morte, “di essere o di non essere”. L’inizio del viaggio, che coincide con la rinuncia alla scrittura, apre alla possibilità di un incontro, alla possibilità che l’amore si realizzi; cosa che puntualmente avviene, anticipata da sogni e premonizioni, al centro geometricamente esatto del lungo percorso, quando “rimasta vana ogni ammonizione, lui dovette precipitarsi dalla donna” e “lasciare che le cose accadessero”. Per l’ex autore e per la donna inizia un’altra misura del tempo, appena “loro ebbero occhi l’uno per l’altra, contemporaneamente”. “E insieme all’altra misura al contempo anche un’altra luce, e certo non più chiara, no, decisamente scura,una luce cupa, una specie di luce buia, un annottare in pieno giorno, la luce del sole abolita da un’improvvisa eclisse totale, compresa la relativa ventata gelida. Dissolvenza in chiusura di un film, che annerisce quanto circonda i due lì e nell’apertura circolare mostra da ultimo solo i volti di entrambi”. La donna è una sfida personificata ed Handke trascende ogni rischio di romanticismo o di sentimentalismo tratteggiando questo personaggio che trasuda una femminilità altera, forte e sfuggente, con i capelli sciolti mossi dal vento, “sebbene non ci fosse vento, o forse erano serpenti?”, una donna che cattura l’ex autore “come si cattura un fuggiasco, o una fiera, o un truffatore”, che lo chiama in battaglia, che provoca in lui “spavento dolce, e insieme trafiggente ossa e midollo”, che pronuncia un’unica frase: “Finalmente un mio pari”. E’ la stessa donna che accoglie gli ospiti sul battello (tutte le donne del romanzo sono la stessa donna) e che nella lunga notte, solo in questo punto del racconto unisce la sua voce a quella del narratore per ripercorrere insieme a lui il loro tempo nuovo. Handke si è affidato alla fiaba e qui la sua scrittura si abbandona e si distende, divertendosi a raccontare tutte le cose straordinarie che accadono al momento dell’incontro dei due amanti: dal cielo cadono d’improvviso gocce e poi scrosci di pioggia solo sul loro tavolo, un bambino si mette accanto a loro e i genitori devono staccarlo dito dopo dito da lei e da lui, come da un giocattolo che non si vuole lasciare, un asino nella notte emette un grido da civetta e una civetta risponde con un raglio d’asino, tutti i gatti in una notte diventano verdi, un fiore di sambuco resta immobile nell’aria… E poi la magia si estende e si moltiplica e trasfigura la realtà esterna, l’intero mondo, almeno per il tempo in cui la donna accompagna l’uomo per un tratto del suo viaggio, annulla le distanze geografiche, confonde i pianeti, modifica gli spazi e gli eventi narrati nei libri, disegna nuovi tragitti per i personaggi letterari, fa fiorire il giardino dei ciliegi e inarcare il ponte sulla Drina, camminare un Faust sul sentiero pentecostale, rivoltare il mondo come un guanto insomma “perché Dio proteggeva gli amanti, appassionati l’uno dell’altro”. Sono pagine di una sfrenata creatività, di una accesa e felice fantasia che non abbandonano di un passo l’usuale profondità della scrittura di Handke, ma la decantano, la sciolgono in immagini ardite e pensosamente poetiche. In questo amore è però insita la necessità di una temporanea separazione perché c’è un’avventura che l’ex autore deve affrontare da solo, la riscoperta delle origini, la risoluzione dei conflitti interiori, per meritarsi lei, la donna. Perché è nel distacco, nella separazione, che la realtà può apparire e fiorire.

La possibilità di amare, di scrivere, di pacificarsi e di convivere con inevitabili sensi di colpa legati ai propri affetti originari, sono queste le mete del viaggio di Handke che, nella finzione, fa quello che probabilmente nella realtà non è mai riuscito a fare: rinunciare a scrivere. Perché il protagonista del romanzo è uno scrittore che ha deciso di chiudere con la scrittura, definitivamente e con sollievo – “Da qualche tempo si sentiva quasi liberato. Non doveva più raccontare fandonie, non doveva più tradire. Era dispensato dalla legge, dalla terribile, dolce legge” – e persino con la lettura, perché per tutto il tempo del viaggio non avrebbe letto nessun libro e nessun giornale. Il motivo della rinuncia è legato a ciò che la scrittura aveva significato una volta per l’ex autore – che significa per Handke – ancora una volta una fuga, o meglio uno sfuggire alla coercizione della realtà, alle richieste del mondo, all’obbligo di esprimersi: “mettere per iscritto, per eludere la stramaledetta oralità”, perché “sentirsi parlare gli ripugnava nel profondo del cuore”, invece nello scrivere “ah, quale dimenticanza di sé, almeno per una durata spesso non così breve”. Finchè nel dover esercitare come professione quella dello scrittore non c’era stato più niente da assaporare e l’aveva colto “una fame, violenta, che era al tempo stesso una fame d’amore e una fame d’aria”. Il viaggio è una progressiva e lenta riscoperta della scrittura, un percorso a ritroso che porterà l’ex autore a tornare ad essere autore, attraverso un pellegrinaggio per incontrare i propri predecessori, “coloro che per lui, nel corso dell’esistenza, erano diventati i più vicini”, per interrogare il loro spirito. “Con quegli scrittori lui sarebbe stato per sempre in una stanza, o per quanto lo riguardava, in uno stanzino, attiguo alla loro, così come, nel castello dell’anima descritto da Teresa d’Avila, una stanza, una morada, una cella era attigua all’altra”. Una sorta di spedizione scrittoria, prima di tutto in Austria, nei luoghi di Ferdinand Raimund, il drammaturgo austriaco ottocentesco, autore di drammi e fiabe popolari, per porre a lui le sue domande fondamentali: “Esistono ancora fiabe da raccontare come le tue?, “Invece di smettere avrei dovuto continuare a scrivere?”, “Perché indietreggio davanti alla via diretta che mi porterebbe a casa… perché descrivo giri su giri, deviazioni su deviazioni, per rimandare l’entrata nella mia casa natale?”, “Perché le parole e le frasi […] diventano sempre più retoriche […] non hanno più nessuna direzione, sono incapaci di volare?”. Domande che Handke pone a se stesso, senza trovare una risposta, se non la sconsolata considerazione: “In realtà bisognerebbe solo temperare matite, tutto il giorno”. Perlomeno non una risposta intellettuale e astratta, ma una risposta fatta di carne e di sangue, questa sì, rappresentata da quel bellissimo personaggio che l’ex autore, ormai viandante, incontra poco dopo, la ragazza che legge, “la più sensibile e bella delle creature” che “viveva visibilmente insieme al libro, ne ripeteva le parole compitando, lo interrogava, si interrogava, era congiunta ad esso, con esso era stata ed era una cosa sola”, illuminata da “una serietà che sfavillava”. Sono pagine in cui Handke tratteggia il ritratto del lettore che desidera per i suoi libri, quello che si augura, quello a cui si rivolge; il lettore capace di distaccarsi completamente dall’ambiente circostante per immergersi in una dimensione conforme unicamente a se stesso, nella quale diventa se stesso, predisposto allo stupore, ad essere colto di sorpresa, che “con un sospiro e/o una risatina appena percepibile” comincia a vederci chiaro, di una chiarezza tutta interiore, che entra in gioco totalmente con il libro, per il quale leggere fa semplicemente parte di tutto, è lo stimolo principale, “motore e carburante insieme”. Leggere in questo modo i libri ha un effetto protettivo sul loro autore, quasi materno, perché lo scorta, lo accompagna e lo preserva, a tal punto che – afferma il narratore e quindi Hanke – “io ritengo i miei lettori superiori a me stesso”. Alla lettrice, alla sua lettrice, l’autore dedica uno straordinario omaggio lirico, tratteggiandone un’immagine postuma, cioè un’immagine destinata a sopravvivere per sempre, una lunga e pura poesia, che termina con un augurio da lontano, quello di vivere andando incontro, non importa a chi, anche a nessuno “semplicemente andando incontro per tutta la vita, senza lasciarsi sopraffare da niente e da nessuno, l’animo colmo di tristezza, a volte, ma all’esterno invulnerabile, protetta da se stessa, dalla sua natura, dal suo essere, libera per sempre, giovane per sempre”.

Il viaggio è anche la riconquista della capacità, possibilità, necessità di scrivere, che l’autore può recuperare solo pacificandosi e riconciliandosi con la propria origine, per questo i capitoli del romanzo dedicati alle tappe austriache sono quelli più densi e più affollati di personaggi, fantasmi, sogni, memorie e apparizioni, e culminano nell’incontro con la madre morta, origine del suo fondamentale senso di colpa: “Ma riguardo a sua madre continuava a sentirsi colpevole. Con il pretesto di fare già da troppo la propria vita l’aveva piantata in asso, così immaginava, oppure, da lontano, aveva permesso che lei morisse continuando a fare l’orgogliosa anche nell’abbandono”. Alla madre, morta suicida nel 1971, Handke ha dedicato lo splendido romanzo “Infelicità senza desideri”, scritto solo sette settimane dopo il decesso della donna e uscito nel 1972, per ricomporre con le parole la sua esistenza mancata, la sua vitalità offesa e infine spenta. A distanza di così tanto tempo, Handke torna a casa, da lei, perché, dice il viandante, se lui non avesse lasciato che le cose accadessero, se non fosse stato assente e quindi consenziente, la donna avrebbe potuto essere ancora in vita. La rievoca con l’allegria che le era propria, “per nulla materna”, mentre fuma facendo saltare via la cenere della sigaretta con un colpetto del dito e lo prende sottobraccio. E racconta dei sogni ricorrenti che lo affliggono, in cui incombe la morte e nei quali lei muore ogni volta, incatenandolo alla consapevolezza della propria colpa. Alcune pagine de “La notte della Morava” sembrano chiudere il cerchio, porre la parola fine allo straziante dolore di “Infelicità senza desideri”, sembrano davvero la rielaborazione di un lutto o, almeno, un tentativo di rielaborazione. In queste pagine c’è la voce che mancava necessariamente nel precedente romanzo e che dà le risposte che il figlio da tanto tempo desidera sentire. La madre del viandante, durante l’ultima notte passata nella casa natale, gli parla, invisibile, senza volto e senza occhi; le sue parole non provengono dall’oscurità, ma sono accompagnate dalla luce e quello che contengono è la verità di una vita e di una morte e, soprattutto, una assoluzione: “Basta con la colpa e la ricerca di colpa. Basta tormentarti e tormentare gli altri che poi ogni volta erano i tuoi, sono i tuoi. Perché tormenti da sempre solo te stesso e i tuoi, fannullone, ultimo degli scemi del villaggio, saputello da quattro soldi, che fingi di immedesimarti. Non c’è amore senza compassione”. E’ da questo punto che il viaggio volge lentamente alla fine, da questo momento il viandante torna ad essere autore, per ritrovarsi alla fine della notte, alla fine del racconto, sul suo battello e solo – “Ah, il suo dolore grande: l’eterno essere separato” – ma con un libro tra le mani, un libro scritto di notte. “Era ancora stremato dallo sforzo di scrivere, il cuore batteva forte, la mano indolenzita si contraeva ancora per i crampi”.

Ancora molto si potrebbe dire intorno a questo romanzo, ancora molte strade possono essere imboccate per percorrerlo, per esempio quella che porta diritta nel cuore della balcanicità, di quella terra che Handke ama perché terra d’origine della madre e quindi anch’essa sua terra natale, e ancora mille altre, alcune fatte di piccoli spostamenti, tragitti di pochi passi, da percorrere con occhi bene aperti perché sono colmi di una vita infinitesimale (quella “nuova innocenza” di cui Magris parla a proprosito di Handke nel suo libro “L’anello di Clarisse”). Come tutti i capolavori, questo libro è inesauribile e pieno di sorprese e ogni sua pagina, una volta chiusa, lascia dietro di sé stupore e nostalgia – proprio quello che Handke si augura di suscitare nei suoi lettori – ma anche paura di non essere più in grado di vedere con la stessa intensità. E allora “non resta che aspettare le notti e darci appuntamento con gli antenati. Quando tutti i morti cominceranno a parlare: allora potremo denominare nuovamente la vita, nel cuore della notte la poesia come una serpe che ha superato l’inverno, gli occhi obliqui quasi chiusi, attende la primavera e il sole sulla pelle”.

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