Stanislaw I. Witkiewicz, “Insaziabilità”

STANISLAW I. WITKIEWICZ – Insaziabilità – Garzanti

Stanislav Witkiewicz con “Insaziabilità” regala alla letteratura un potentissimo romanzo di formazione al contrario, un romanzo di deformazione, di dissoluzione, drammatico, epico e metafisico, ma anche grottesco e oltraggioso. Nulla di meno poteva uscire dalla penna di uno dei tre pilastri della cultura polacca del Novecento, cronologicamente il primo della triade Witkiewicz, Schulz, Gombrowicz, amico del primo, apprezzato, amato ed eletto a maestro dal secondo. Un romanzo che possiede la cifra distintiva di quella letteratura polacca che fiorisce tra le due guerre: la disperazione resa leggera dal filtro della follia, voluta, corteggiata e inventata per poter sfruttare appieno e modulare a proprio piacimento tutte le corde del grottesco. “Scegliendo il mio destino ho scelto la pazzia”, è l’epigrafe rivelatrice che Witkiewicz sceglie per il suo romanzo, una frase di Tadeusz Micinski, lo scrittore, poeta e drammaturgo precursore in terra polacca dell’espressionismo e del surrealismo. “Insaziabilità”, iniziato nel 1927 e pubblicato nel 1930, è un romanzo che prefigura l’infrangersi di un mondo, che accompagna la sua agonia – dell’individuo, della società, della politica, della cultura, dell’arte, della filosofia, della fede religiosa – tratteggiando un affresco epico, grandioso nella sua distorta mitologia. Perché la grande letteratura, anche quando distrugge crea, e lo fa ad un grado di intensità che non si può trovare nella realtà, perlomeno non allo stesso livello di concentrazione, non con una tale portata di generosa profusione. E così Witkiewicz, che arriva ad affermare nell’ultima pagina del romanzo “… non c’è probabilmente animale più abietto dell’uomo in tutto l’immenso creato”, impegna tutte le sue energie creative, linguistiche, immaginifiche, speculative, per costruire un impianto narrativo spiraliforme che, con una voluta e quasi esasperante lentezza, accompagna il lettore attraverso le tappe discendenti del progressivo abbrutimento – o meglio, della progressiva frantumazione interiore, della dissolvenza – del suo protagonista, il giovane e promettente Genezyp Kapen, degno esemplare di un’intera società avviata verso una inarrestabile rovina. Perché “Insaziabilità” è principalmente un immenso romanzo corale, una agghiacciante prefigurazione di ciò che la storia stava preparando per l’Europa e che negli anni ’30 già i più sagaci intellettuali e gli artisti più sensibili erano in grado di prevedere.

Nel 1939 Witkiewicz, richiamato alle armi, scrive ad un amico: “Sta per infrangersi sotto i nostri occhi l’ultimo baluardo del mondo che tu ed io conoscevamo, e quest’agonia, che io avevo prefigurato nei miei drammi e nei miei romanzi, nessuna forza al mondo è in grado di evitala”. Il 1° settembre i Tedeschi invadono la Polonia, il 17 i Russi attraversano il confine polacco orientale. Lo stesso giorno Witkiewicz si toglie la vita. Poco più di dieci anni prima, dalla sua penna era nato il giovane Zypcio (uno dei due diminutivi di Genezyp – l’altro è Zypek) che si preparava all’ingresso nella vita vera, con tutta l’insaziabilità dei suoi anni. Genezyp è “l’uomo che sta per venire”, creato nel laboratorio di Witkiewicz che lo getta nel crogiolo di un mondo futuro – un vicinissimo e prevedibile e già avanzante futuro – in decomposizione, e lo osserva mentre il suo apprendistato di giovane uomo procede, mentre in lui muoiono l’infanzia e l’adolescenza e si va formando un adulto inquietante, alfiere della contemporaneità, confuso, disilluso, alternativamente ingenuo e aggressivo, incapace di adattarsi ai modelli che si disgregano sotto ai suoi occhi, atterrito da una interiorità oscura e inspiegabile, sdoppiato, alienato, schizofrenico e, infine, folle. Afferma Gombrowicz, parlando di questo romanzo (l’utilissimo apparato che arricchisce la presente edizione contiene, tra le altre cose, le sue osservazioni, una guida alla lettura di grande autorevolezza): “Witkiewicz ha portato al calor bianco alcune caratteristiche spietate dell’uomo che stava per venire. Soprattutto il gelo dell’intelletto”. Così il giovane Genezyp, accompagnato dal suo bagaglio di desideri insaziabili – desiderio di nuove sensazioni, scoperte, conoscenze, esperienze, occasioni, desiderio di pienezza e profondità, fino al limite estremo che la vita può offrire – compie il suo primo passo in un mondo disumano e cinico; i successivi saranno quelli di un percorso obbligato verso la mostruosità, quella che Gombrowicz chiama “demonismo”.

Il primo passo della deformazione di Genezyp Kapen è il cinismo dell’intelletto. Perché, appena superato lo scoglio, il giro di boa dell’esame di maturità, è ansioso di conoscere i maestri veri della vita, di nutrirsi della loro esperienza, di placare grazie a loro la fame insaziabile di senso che lo angoscia e tormenta. “Le nozioni acquisite, sonnecchianti nella memoria come una massa inerte cominciarono a riaffiorare alla superficie e ad organizzarsi in domande poste in forma nuova: non più come interrogativi della mente, ma come un grido di spavento di fronte al mistero universale racchiuso nell’infinità del tempo e dello spazio e nella constatazione, apparentemente ovvia, che tutto è così e non altrimenti”. Nel breve spazio di una lunghissima serata, nello scenario da favola di un eremo di legno immerso in una foresta di pini e di faggi ricoperti di neve, tra il fumo odoroso di resina e la luce arancione delle lampade a petrolio, la mente del giovane diciannovenne viene brutalmente violata, sverginata – “sverginsturbazione” è il termine usato dall’autore – da tre potenti e a loro modo affascinanti maestri del nulla, il musicista demoniaco Tengier, lo pseudo eremita pseudo cattolico principe Basilio e lo studioso di logica ebreo Afanasol Benz. E’ a loro che Witkiewicz affida il compito di mostrare allo stranito, disilluso, atterrito giovane (e quindi all’altrettanto perplesso lettore a cui sembra rivolgersi con malcelato divertimento) tutta la portata del suo orgoglioso nichilismo intellettuale, che si esprime in un tono esuberante e provocatorio, blandendo e sollecitando, con una oscura volontà di far male, di infettare e di travolgere ogni parvenza di normalità e di certezza. In un crescendo quasi orgiastico si stagliano, nette e terribili, affermazioni che tagliano come un coltello: “Quanto vi è di profondo è nato dalla disperazione estrema e dal dubbio”, “Tutte le cose che facciamo, anche noi, non sono che modi diversi per camuffare ai nostri occhi il nonsenso ultimo dell’esistenza”, e ancora: “Il fatto stesso di esistere è orribile: si fonda sul torto fatto ad altri, ai milioni di esistenze che periscono in noi in ogni istante (e che nascono, è vero, ma ad un identico tormento), affinchè noi possiamo durare una miserabile frazione di tempo”, per concludere che “la verità definitiva è che niente è ciò che dovrebbe essere” e che tutto “è immobilizzato in una anonima, lacrimevole, stantia e metafisica quotidianità”. Autorevoli maestri dell’universale nonsenso introducono la giovane mente assetata di verità alla “atrocità metafisica” e al “quotidiano orrore dell’esistenza”, e assistono con cupidigia alla sua sofferenza.

Il secondo passo è la brutalità del sesso. Perché l’insaziabile Genezyp viene introdotto alle gioie del sesso da un “angelo della dissolutezza”, la bellissima e conturbante principessa Ticonderoga, ormai giunta al tempo della sua estrema fioritura, atterrita dal vuoto del futuro, che vive il presente “come una ferita” e, per non sentirne il dolore, lo riempie “di voluttà”. Così con lei anche il piacere, il puro piacere fisico, diventa mostruoso e demoniaco. “In quel bacino di piaceri osceni, quasi metafisici, si esprimeva l’inesprimibile […] un inferno di desideri nascosti, indovinati, che lei gli strappava fuori come le interiora di una bestia, in quella diabolica espansione delle più vergognose e inconfessabili idee, di pensieri-ragno e pensieri-polipo”. Bandita ogni parvenza di sentimento o anche solo di tenerezza, la scuola a cui Genezyp si forma è quella dell’oltraggio e dell’abbrutimento; abbassato, reso ridicolo, immerso nella mostruosità dell’animo cinico della principessa, aggrappata alla giovinezza del suo amante, per sfruttare fino in fondo, con malvagia perversione, tutte le possibilità della sua personalità ancora solo parzialmente corrotta. Parzialmente, perché l’insaziabile ragazzo sta imparando, a sue spese, e avverte che qualcosa dentro di lui è ormai morto o, molto peggio, che una parte di sé è radicata indissolubilmente al male, il fondo più autentico della sua animalità. Comincia a manifestrasi in lui lo sdoppiamento destinato ad annientarlo. “La parte destra era come la zampata d’acciaio dello scellerato contro il nero potere della vita: la parte sinistra il cadavere del ragazzino di un tempo, trasformato in un viluppo voluttuoso di vermi”.

Il terzo passo è la mostuosità dell’assurdo, all’insegna del quale il giovane compie i primi passi verso il ruolo sociale al quale è destinato. E qui il romanzo si apre ad una dimensione immaginifica degna dell’epica, un’epica grottesca ed emblematica. Perché Witkiewicz ambienta il suo racconto in una Polonia semi-immaginaria che, in una Europa che vive una profonda e irrimediabile crisi di valori, rappresenta l’ultimo baluardo in grado di difendere l’umanità da una imminente catastrofe: l’invasione delle orde di mongoli che  premono a Oriente. La salvezza è nelle mani del Quartiermastro Kocmoluchowicz, il superuomo folle e debosciato di cui Genezyp è destinato a diventare l’aiutante. “Che infernale voluttà avere un Capo; poter credere in qualcuno al di sopra di se stessi e di ogni cosa! Ah, infelici quelle epoche, quei gruppi e quegli uomini che non ne hanno avuti. Dal momento che, appunto, non si può più credere in se stessi e nel proprio popolo, né in una qualche idea sociale, rimanga almeno la fede in un pazzo che a tutto questo ci crede”. Sono pagine che aprono a mille intuibili ipotesi interpretative, a cui l’autore allude, spargendo indizi a piene mani, divertendosi a denunciare, ma anche dando spazio alla bizzarria e al gioco letterario.

Il quarto passo è l’amore malato per una “aguzzina metafisica” che provoca la comparsa dell’”ospite del fondo”, la morte di Zypcio e la nascita di “un Genezyp psicotico”, l’uomo ai margini che non avrebbe mai avuto pace quaggiù, destinato ormai ad una “esistenza evirata di ogni nesso”. L’ultimo passo è la mostruosità metafisica. Afferma Gombrowicz: “E’ il vero tema di Insaziabilità, e in genere di tutta la sua arte. Arrivare al brivido metafisico che ci strappa dal quotidiano e porta la natura umana in contatto col suo insondabile mistero: ecco a cosa mirano le grottesche stravaganze di Genezyp, l’emersione cupa e quasi onirica non si sa da dove, fose dagli angoli più bui, dalle misteriose e clandestine trame russo-cinesi. Ma questa metafisica non eleva l’uomo, anzi lo sfigura”. Questo oltraggioso scrittore è in grado di distruggere e di ricreare e lo fa anche nella forma di un romanzo che è la testimonianza di un’arte diversa. Per il lettore è una esperienza di lettura provocante nel vero senso del termine, perché provoca ammirazione, ma anche disgusto, esasperazione, inquietudine e la costante sensazione, ad ogni pagina, di essere alla presenza del suo autore. Witkiewicz forza la forma del romanzo con continue intrusioni, incisi, sospensioni. Le osservazioni tra parentesi quadre, le note, lunghe, dettagliate e inserite nel testo, gli stralci di veri e propri copioni teatrali sono la spia di un modo particolare di intendere il romanzo, che diventa una struttura aperta, una specie di palcoscenico per uno scrittore che è, prima di tutto, un grande drammaturgo.

10 responses to “Stanislaw I. Witkiewicz, “Insaziabilità”

  1. Sono contento che questo libro, che a suo tempo mi lasciò stupefatto, abbia meritato una recensione così bella.
    Considero “Insaziabilità” uno dei capolavori del novecento, come dici dotato di una potenza espressiva che poteva probabilmente essere generata solo in quell’epoca tragica in uno dei paesi più tragici d’Europa.
    Mi hai fatto venire una gran voglia di rileggerlo per la tera (o quarta) volta.

  2. Ti ringrazio molto e condivido il tuo stupore. Ci sarebbero molte altre cose da dire su questo libro, perchè i capolavori non si esauriscono e, fortunatamente, sfuggono sempre un po’ ad ogni tentativo di definizione o di interpretazione. Non è stato facile trovarne una copia, ma sono stata ampiamente ripagata. Un caro saluto!

  3. Un grande romanzo nella tua splendida lettura, ricca anche di riferimenti essenziali. Un caro saluto da parte mia e di Luciana.
    Giovanni

  4. La visionarietà e il gusto per il grottesco di questi autori polacchi mi stanno conquistando (ora sono alle prese con Gombrowicz). Felice che la mia lettura ti sia piaciuta. Saluti a te e a Luciana e grazie per le belle cose che ci regalate nei vostri blog.

  5. Un mio amico ha appena pubblicato su Facebook la copertina di questo libro che non conoscevo. Cercando su Google, sono capitato qui e la tua recensione mi ha convinto a metterlo nella mia lista, in posizione molto “elevata”. 🙂

  6. Ne sono molto lieta. Mi farai sapere se anche a te piacerà. Un saluto. Anna

  7. Bella recensione. Complimenti. Leggere Witkiewicz è un’esperienza totalizzante che ti rivolta come un calzino. Solo chi l’ha provata può capire di cosa stiamo parlando. A chi volesse risentire quel brivido sulla pelle mi permetto di consigliare anche la lettura di “Addio all’autunno”, che ho in un’edizione degli Oscar Mondadori e che spero sia ancora in commercio.

    • dietroleparole

      Ti ringrazio. Hai ragione, è un libro indimenticabile. Da tempo sono in cerca di “Addio all’autunno”, ma nell’usato per ora trovo solo copie dal costo per me improponibile, oppure a prezzi più accessibili ma in condizioni davvero pessime. Ma ho pazienza e so che prima o poi sarà mio. Questa letteratura non deve morire. Grazie ancora e un saluto.

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