Heimito von Doderer, “Le finestre illuminate”

HEIMITO VON DODERER – Le finestre illuminate – Einaudi

“Il firmamento terreno di ciascuno è pieno di stelle inferme, che ammiccano e palpitano come quelle celesti; diverse, da migliaia di finestre, per migliaia di occhi solitari e certo perfettamente adatte ad ognuno. Chi va alla finestra, come qui il nostro consigliere, va sotto la propria costellazione; e certo bisognerebbe interpretare questo lontano e fervido appello della tenebra, se ne fossimo capaci.”

Indispensabile il sottotitolo, “Come il consigliere Julius Zihal divenne uomo”, che von Doderer lascia cadere sotto le sue finestre illuminate con tutta la grazia un po’ aristocratica, la sorridente ironia, la benevola arguzia dello scrittore di razza che tiene saldamente il controllo della sua materia narrativa, che la guida, la sprona o la contiene nel difficile compito di rendere conto al lettore di quel delicato e sempre un po’ misterioso avvenimento che è una metamorfosi. Perché di questo tratta il romanzo, del processo mediante il quale il consigliere Julius Zihal, da perfetto e irreprensibile burocrate si trasforma in un uomo, e cioè, contrariamente a ciò che avviene in natura, dove la metamorfosi si compie come progressivo perfezionamento, si degrada e cade dall’empireo astratto della sicurezza, della completezza e della perfezione per ritrovarsi parte di quel caos in cui si dibatte, per fortuna a volte felicemente, l’imperfetta umanità.

Nell’imponente trattazione – imponente, densissima e affascinante – in cui Magris indaga l’origine e lo sviluppo del mito absburgico nella letteratura austriaca moderna, ponendolo in stretta correlazione con la lenta crisi e con la fine dell’identità storica del mondo imperial regio, la produzione di Hemito von Doderer si colloca, conquistandosi un posto e un ruolo quasi anacronistici e certamente scomodi, là dove sembrerebbe non esserci una ulteriore possibilità di far risuonare una nuova voce letterariamente significativa, al seguito cioè de “L’uomo senza qualità” di Robert Musil. “Se con Musil l’umanità e lo stile del mondo absburgico erano giunti al punto finale della parabola, al punto di rottura, si ha l’impressione che Doderer si balocchi con dei fantasmi, con delle creature già morte; ne risulta una narrazione suadente e raffinata ma decadente, il cui perno è una civetteria dell’intelligenza”, afferma Magris, presentando le opere maggiori dell’autore, “La scalinata”, “I demoni” e “Le finestre illuminate”, come un unico vasto e minutissimo affresco in cui si respira il clima e la cadenza della vecchia Austria, una sorta di “Comédie humaine” austriaca, una saga dunque, ma anche un gioco compiaciuto e raffinato fatto di citazioni, di autocitazioni, di allusioni e di richiami culturali. I tre romanzi infatti – precisa Magris – possono anche essere considerati una trilogia: “La scalinata” costituisce in fondo un vasto prologo a “I demoni”, che ne riprende motivi e personaggi e il consigliere Julius Zihal, protagonista de “Le finestre illuminate” è presente anche nelle altre due opere.

Reggere le fila di un foltissimo intreccio narrativo, mantenere in equilibrio e perfettamente funzionanti le variazioni di un ritmo compositivo che appare affine alla sinfonia, muoversi agevolmente all’interno della propria cultura – “l’atteggiamento di Doderer è quello di un gran signore della culura” (Magris) –  immergendo il lettore nell’atmosfera della più tipica letteratura austriaca “finemente distaccata ed aristocratica”: tutto ciò, in base ai due primi lunghi romanzi, sembrerebbe lo specifico di questo scrittore. Unito forse all’intenzione di cristallizzare, affidandola ad un’opera di vastissimo respiro, la parabola e l’evoluzione spirituale della generazione austriaca vissuta tra il 1914 (data di inizio del primo conflitto mondiale e quindi della dissoluzione dell’Impero) e il 1927, anno dell’incendio del Palazzo di Giustizia a Vienna, evento assunto come simbolo della fine della giovane Repubblica austriaca e premessa della futura perdita dell’indipendenza con l’Anschluss.

Ma poi, come spesso accade in letteratura, la convinzione di essere giunti a comprendere, almeno a grandi linee, la specificità di un autore, viene felicemente smentita, poi si inizia la lettura de “Le finestre illuminate”, romanzo breve, che appare a prima vista come un corollario, addirittura una concessione da parte dell’autore al gioco e al divertimento, rispetto alla corposità ma anche al disegno ambizioso dei due romanzi precedenti, e si scopre che proprio questo è il suo capolavoro. La trama del romanzo è accattivante, divertente e ammiccante, sostenuta dalla coinvolgente ironia di Doderer che sembra mantenere volutamente sul piano della leggerezza – una leggerezza complice ed affettuosa – il racconto della vicenda intima e privata di un suddito dell’Imperial regio Governo, anzi di un Consigliere e irreprensibile funzionario dell’Imperial Regio Ufficio Centrale Imposte e Tasse di Vienna, fanatico e convinto garante dell’ordine costituito, che, giunto alla pensione, vittima di un’intima anarchia, lascia che nella sua integerrima anima si insinuino i “vermi sussurranti” della sovversione illecita e, sostanzialmente, si trasforma in una sorta di raffinato e organizzatissimo guardone di ciò che di notte avviene dietro le finestre illuminate delle camere altrui, preferibilmente di quelle abitate da giovani, ignare ed affascinanti presenze femminili.

Ma la letteratura, precisa Doderer nella prima pagina del romanzo, prima ancora di far comparire il suo eroe, è la vera polizia, la lanterna cieca di poliziotto che illumina l’intima anarchia degli uomini, e così la storia del buon Julius Zihal allude, ancora prima di iniziare, ad una dimensione che la preserva dal pantano del grottesco e del puriginoso, la nobilita collocandola all’interno di un disegno insieme più ampio e profondo che trasforma la caduta dall’astratto del Consigliere in una immersione tutta umana nel brulicare impuro del molteplice, il suo avvilimento in una liberazione, l’infrazione in umanizzazione e che apre nel bel mezzo della dimensione ironica del romanzo ampi spazi di pura poesia. Una parabola esistenziale dunque – “il sordo e buio processo di umanizzazione, la genesi di una persona ai suoi primissimi inizi” – è quello che con intima comprensione e compartecipazione Doderer ripercorre insieme ai suoi lettori, rendendoli a loro volta spettatori nascosti di ciò che avviene nelle stanze segrete del buon Consigliere a riposo, che sembra indulgere ad un vizio morboso, ma che in realtà va scoprendo sensazioni, curiosità, brame e desideri, un intenso rapporto con la vita e le sue seduzioni, una tardiva e tanto più sconvolgente immersione nella sensazione e nella eccitazione, perché “egli era vissuto in generale senza grandi sensazioni, per anni era rimasto pazientemente immerso nel proprio vuoto come in una tranquilla pozzanghera che rispecchia il cielo, senza sospettare che è il cielo”.

L’impianto metaforico del romanzo legato al tempo e al luogo da cui è nato costituisce però il valore aggiunto di una narrazione che sembra sbeffeggiare attraverso la vicenda privata di Julius Zihal tutta un’epoca che si approssimava alla sua fine, un’epoca in cui “il senso comune celebrava vere orge e non di rado […] foderava la propria banalità di accenti sonori e di un certo decoro”. Così il Consigliere Dell’Imperial Regio Ufficio Centrale Imposte e Tasse di Vienna ha tutte le carte in regola per incarnare nella sua vicenda gli ultimi fasti di un’astrazione formale condannata a non reggere agli urti della storia e della vita, ad essere l’araldo della finis Austriae. E Doderer utilizza queste carte per creare il suo mirabile castello narrativo che è insieme formalmente perfetto e progressivamente sempre più suggestivo, man mano che Julius Zihal sfugge allo “sguardo folgorante dell’aquila bicipite”, al suo bisogno di trovare rifugio nell’Organico, il libro che tutto ordina, comprende e placa nella forma esteriore della burocrazia, man mano che va scoprendo le deliziose e inquietanti costellazioni, incomprensibili, sfuggenti e vertiginose come la vita, “questo lontano e fervido appello della tenebra”.

5 responses to “Heimito von Doderer, “Le finestre illuminate”

  1. Ciao Lilicka.
    Ho appena finito di leggere questo libro e ritrovo con piacere la tua bellissima recensione, cui peraltro già a suo tempo, ad occhi chiusi, avevo dato il mio modesto “mi piace”.
    Da un lato sono stato contentissimo di rileggerla dopo aver gustato il libro, e di trovarvi elementi sui quali anche io ho riflettuto leggendolo.
    Dall’altro, come Doderer davanti a Musil, mi dico: dopo questa recensione, cosa potrò mai scrivere io?

  2. Troppo buono, carissimo. Un apprezzamento che viene da te vale per me veramente tanto. Ho faticato all’epoca a trovare questo libro, una delle tante cose rare che vanno scomparendo, e l’ho letto con grande piacere perchè la grandezza del suo autore mi pare in queste pagine baciata da una grazia speciale. I mondi che muoiono emanano di queste scintille. Ovviamente attendo il tuo scritto, anzi il tuo saggio…

  3. Pingback: Il capitolo lieve della trilogia su un mondo disfatto – Del Furore….

  4. Ottima, as usual, recensione. Posso solo aggiungere che “Le finestre illuminate” conferma più che mai quanto siano preziosi certi nostri vizi privati. Cerchiamo di coltivarli e di tenerceli stretti perché solo loro ci permettono di sopravvivere.

  5. dietroleparole

    Come il vizio privato di cercare quelle finestre illuminate che sono i libri della grande letteratura? Forse un altro genere di costellazione, ma altrettanto irresistibile. Sarà un vizio assurdo, ma come farne a meno?

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