Ingeborg Bachmann, “Non conosco mondo migliore”

INGEBORG BACHMANN – Non conosco mondo migliore – Guanda

“… non vedete amici/ non lo vedete/ che dappertutto/ incomincio a scavare la mia/ mia tomba,/ anche in questa carta/ incido il mio nome e/ penso che non vorrei riposare/ ancora, che non riposerò/ mai, che/ persiste questo ferro/ nel corpo, questo pugno sul/ cranio, questa frusta/ sulla schiena…”

La storia editoriale di questa raccolta poetica è l’esito di una consapevole violazione della volontà della poetessa che non aveva destinato alla pubblicazione i testi che la compongono, una violazione perpetrata per amore, per ammirazione, per la caparbia volontà di non privare i lettori di accenti poetici – forse non del tutto rifiniti, in alcuni casi ancora in fieri, in altri già prorompenti e sospesi come grida, o gementi come sussurri – di una maturità, dolente e ferita, ma splendida nella sua capacità di domare e asservire il ritmo, di controllarlo per condurlo alla rottura ed alla esplosione, di costringere le parole ad una verità forse crudele, ma finalmente autentica, sempre sorprendente e viva, anche quando corteggia la morte. Una violazione perpetrata da Isolde Moser e da Heinz Bachmann, i fratelli della poetessa, incoraggiati in questa loro opera, di ricerca, raccolta, ricostruzione commossa a quasi trent’anni dalla morte della sorella, tra gli altri, da Hans Holler, l’autore de “La follia dell’assoluto”, un libro che è molto più di una biografia e che si configura come una vera e propria guida alla scoperta della iniziazione, della costruzione e della progressiva crescita di un intero mondo intellettuale e poetico, della formazione e dello sviluppo di quella acuta e intelligente sensibilità che ha lasciato la sua impronta anche in ognuno di questi versi, perentori, interlocutori, visionari, sofferenti fino alle soglie del pianto, drammatici e lucidi nel decantare il desiderio di autodistruzione.

Le poesie contenute nella presente raccolta sono state scritte dalla Bachmann a Zurigo, Berlino e Roma tra il 1962 e il 1964, gli anni che Hans Holler ripercorre nel capitolo del suo libro intitolato “Zurigo, Roma, Berlino” e sottotitolato “Max Frisch”; gli anni funestati dalla fine di un amore che la Bachmann vive come oltraggio, ferita insanabile, motivo di cupa disperazione, germe originario di una malattia fisica e psichica, una sconfitta di fronte alla realtà. Holler, con la sua rara capacità di leggere gli eventi biografici alla luce della loro influenza sulla produzione letteraria della scrittrice, della impronta e della direzione che danno alla sua creatività – cosa che, a ben vedere, è ciò che più importa al lettore che solo per questo si permette di essere curioso delle vicende private di una vita – riferisce come, dopo la separazione da Max Frisch, la Bachmann si sentisse annientata, soprattutto perché percepiva “Il mio nome sia Gantenbein”, il romanzo pubblicato da Frisch dopo la fine della loro relazione, come distruttivo della sua persona, riconoscendosi nel personaggio femminile principale e sentendosi quindi esibita sul mercato letterario. In tutte le sue prose successive, la Bachmann toccherà il tema dei “crimini”, delle ferite personali che possono essere inflitte all’altro e che si possono chiamare indiscrezioni o alto tradimento. E’ questa l’origine del progettato ciclo narrativo “Todesarten” (cause di morte), di cui l’autrice riuscì a pubblicare solo “Malina” (gli altri romanzi, incompiuti, sono “Il caso Franza”, “Libro del deserto” e “Requiem per Fanny Goldmann”), storie che sono la sua risposta a “Il mio nome sia Gantenbein”, “storie di vittime e carnefici, di personaggi derubati, ridotti a rifiuti, indotti ad ammalarsi e poi assassinati” (Holler). E come uno dei personaggi dei suoi “Todesarten”, anche la Bachmann, al tempo della sua separazione da Frisch, si ammala di un esaurimento nervoso, seguito da dipendenze da alcol e medicinali che la costringeranno a frequenti ricoveri in diversi ospedali. Tutto ciò è l’indispensabile premessa, necessaria per comprendere il valore che la presente raccolta poetica riveste nella produzione bachmanniana. Risale ad anni in cui da tempo l’autrice aveva abbandonato la poesia per dedicarsi alla prosa; aveva “ufficialmente” abbandonato la poesia – “Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di esserne capace anche quando non c’è la necessità di scriverne”, dichiara nel gennaio 1963 in una conversazione con Kuno Raeber, riportata nel volume “In cerca di frasi vere” – o, forse, aveva rinunciato a pubblicare i suoi versi ma, evidentemente, non aveva mai smesso di scriverli. E ora il lettore si trova tra le mani un ricco repertorio poetico che suona come il controcanto dei “Todesarten”, o meglio, come la linfa segreta e sofferta di cui i “Todesarten” si nutrono, in una sorta di scambio continuo tra la soggettività lirica e quella prosa del tutto personale e particolare del progettato ciclo narrativo – che trova in “Malina” il suo esito più alto e compiuto – che è, a detta della stessa autrice “un’autobiografia spirituale immaginaria”, il resoconto di “un’esistenza monologica e notturna che non ha niente a che fare con la solita autobiografia in cui si narrano il corso di una vita e le storie di qualcuno”. E proprio in “Malina” la Bachmann utilizza il termine “monologhi erratici” per definire l’unica possibilità per l’uomo di esprimere ciò che è e che pensa veramente, monologhi erratici notturni, perché “se siamo veri, lo siamo di notte, appena siamo completamente soli”. Mi piace allora pensare ai versi della presente raccolta come a una lunga serie di monologhi erratici pronunciati dalla voce notturna di un Bachmann disperatamente sola e lucidamente autentica, che usa il linguaggio come una pena, perché, come lei stessa afferma, ancora in “Malina”, nel linguaggio “tutte le cose devono entrare e poi nuovamente perire secondo la loro colpa e la miseria della loro colpa”. Una parola, dovuta, sullo stato dei testi qui presentati. E’ la traduttrice, Silvia Bortoli, che, nella sua “Nota” iniziale, ne rende conto al lettore italiano, sottolineando la particolare natura di una raccolta che, per la sua essenza e la sua storia, può essere considerata come “il laboratorio della poesia di una grande figura della nostra modernità”. Si tratta, in molti casi di abbozzi o frammenti, spesso scritti a mano, frettolosamente, privi di una cura critica definitiva, appunti poetici che hanno il pregio di “mostrare la poesia nel suo farsi”, afferma la traduttrice, “nel suo andare a tentoni, trasportando un’immagine o una parola da un testo all’altro, alla ricerca di una destinazione che spesso sarà altrove, in un’altra opera più compiuta e significativa, ma che ha inizio qui, nell’abbozzo e nel tentativo”. Un laboratorio poetico di cui è la stessa Bachmann ad aprire le porte, confermando già nel lontano 1962 l’esattezza delle osservazioni della Bortoli. In un’intervista concessa ad Hans F. Nohbauer e riportata sempre nel volume “In cerca di frasi vere”, mentre rende conto della sua decisione di interrompere la produzione poetica per dedicarsi alla prosa (“Scrivere la prosa dopo le poesie è stato prima di tutto come cambiar casa nel cervello”), la scrittrice rivela infatti quel metodo di composizione che questi stessi versi testimoniano: all’inizio ci sono due, tre righe, che scrive a mano, ma è un inizio che già contiene per intero la futura poesia. Contiene già la fine, anche se questa verrà scritta mesi dopo. I primo versi vengono trascritti, generalmente con la macchina da scrivere, in modo chiaro, ed è durante la trascrizione che il testo cresce e, anche, cambia. Così, a poco a poco, nasce una poesia. E il presente volume è in grado di rendere conto della compiutezza e della plausibilità di testi già ampiamente avanzati nella loro elaborazione, ma anche di rispettare la precarietà e la frammentarietà di altri, limitandosi ad accompagnare la loro incompiutezza, in molti casi di per se stessa ricca di allusioni e suggestioni. Il valore aggiunto della raccolta sarà apprezzato soprattutto da chi già conosca la prima produzione poetica della Bachmann, perché questi versi, collocati in un ordine a suo modo narrativo, che non credo voluto, conducono il lettore a chiudere un cerchio, a giungere all’estremo limite di un’esperienza poetica, ad inoltrarsi in un mondo a cui bisogna arrendersi, perché non ne esiste uno migliore o, se esiste, non è dato conoscerlo, ed è il mondo del dolore, dell’orrore e della prossimità della morte. Quello che la Bachmann schiude con questi versi è un mondo luttuoso che offende, ferisce e annienta e le parole per designarlo ubbidiscono a quella stessa follia dell’assoluto che contraddistingue tutta l’opera di questa grande scrittrice, esigente all’estremo nella sua ansia di autenticità, nel suo rifiuto di compromessi e di cedimenti. Se dolore deve essere, che sia allora estremo, assoluto, senza remissione e universale. Perché così spacca scorze e consuetudini, libera da ogni ritegno e, nelle mani di un poeta, diventa la chiave per entrare in territori inesplorati. Qui può accadere, ed è plausibile, la splendida contraddizione di un’afasia che proclama se stessa: “Sono scomparse le mie poesie./ Le cerco in tutti gli angoli della stanza./ Per il dolore non so come si scriva/ un dolore, non so in assoluto più nulla”. Qui metafore orride ma tangibili possono togliere spazio e fiato al linguaggio: “Parole non ne ho più/ soltanto rospi che schizzano/ fuori e fanno paura, solo/ astori che si precipitano/ fuori, solo feroci/ cani selvaggi, come non ce ne/ sono più, mastini,/ che vi attaccano/ che ululano e/ i miei parti verbali/ nell’azzurro ridente/ e col gelo dei/ campi mietuti dell’amore”; la carta su cui si scrive diventa supporto alla immedesimazione di un io assassinato: “Infatti sono su/ questa carta e nella/ parola, che do./ Perché la carta svolazza,/ allora nemmeno io posso riposare,/ e svolazzo a brandelli/ sulla strada, di qua, di là qualcuno/ allora vi riavvolge il coltello/ insanguinato, perché nessuno lo/ veda”, e la penna un’arma appuntita: “Ho di nuovo la penna/ in mano/ con la punta più dura/ salta ai volti/ e torna al proprio/ volto, gratto, strappo, aguzzo/ un canto crudele/ e condanno a un bagno di sangue”. Al centro esatto di tutto il dolore c’è l’abbandono inflittole dall’amato che obbliga la poetessa ad immedesimarsi con tutto ciò che al mondo è superfluo, in un “Addio” che trova accenti di lirismo tanto più elevati quanto più si attarda a lambire l’abito degli esseri e degli oggetti più poveri: “Saremo i più lontani, nessun saluto più/ avrà risposta, non c’è parola degna/ di essere ancora usata. Anche i microbi/ sotto il vetrino, anche il coniglio il cui/ esperimento finisce con la morte, che/ tremante e avvelenato non può più invocare/ gli dei, sono i miei compagni,/ cerco tutte le creature violentate/ quelle dismesse e il vetrino buttato/ i vestiti svenduti, le case ormai bruciate che gridano/ vendetta, e mi arrangio con il superfluo,/ Tutto ciò mi somiglia”. Come non corteggiare allora la morte, in una danza macabra che gioca beffarda con i travestimenti: “Vado davvero pazza per la/ morte, il fruscio/ del taffettà, le/ ruches dell’acqua,/ l’ho già indosso,/ il piccolo colletto,/ perché/ la scure sappia/ dove va staccata/ la mia testa dal corpo” o rievoca la lontana eco della predilezione della poetessa per le fiabe popolari, questa volta rilette alla luce della loro crudeltà originaria: “Morto è tutto. Tutto morto./ E nel mio portapane d’argento/ ammuffisce il pezzo di torsolo avvelenato/ che non scendeva più”. Ancora più profondo del dolore della morte è quello assoluto della tortura, della violenza e della sfida che sembrano alla poetessa degni di perpetuare l’abbandono subito come un oltraggio insanabile: “Anni di pelle, scuoiati via da me/ e io bollita, arrostita e bruciata/ torturata, assassinata, strozzata/ e strangolata, non lo ha mai commosso”, per sfociare, inevitabilmente, nella malattia. E nei versi della Bachmann, crudi fino al limite del repellente, nati dall’esperienza dei ricoveri, della malattia, della dipendenza dall’alcol e dalla morfina, sembra battere il cuore nero della “Morgue” di Gottfried Benn: “e cercano un cuore, nelle piccole sfere,/ nei tubi di vetro, in una melma di/ sangue e una vomitata a fatica una/ rigurgitata tra aghi e/ bottiglie e bende,/ cercano/ cercano, il camice bianco cerca,/ visita, e io gli regalo/ vuoi? Voglio/ regalarti il tuo cuore”, ma, proprio come nella “Morgue” di Benn, come un balsamo sull’orrore, a tratti, un verso, breve come un istante, ha il suono di una delicata consolazione e sembra allora di risentire l’eco delle grandiose immagini delle poesie italiane della Bachmann con il loro sconvolgente anelito alla liberazione: “muori allora e fallo piano/ piano e soavemente”, perché “ogni istante possiede dolci abissi”.

4 responses to “Ingeborg Bachmann, “Non conosco mondo migliore”

  1. Bentornata, Anna, un’altra grande presentazione di un grande libro. Grazie.

  2. Veramente cruda, nella sua intensità, senza dubbio merita una lettura.

  3. Grazie Alessandra, sì cruda, intensa, visionaria e imperdibile. Ciao!

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