Romano Bilenchi, “Conservatorio di Santa Teresa”

ROMANO BILENCHI – Conservatorio di Santa Teresa – BUR

“Anche Santa Teresa con i suoi cortili silenziosi sfumava dolcemente nel suo ricordo. Immaginò di essersi definitivamente staccato da tutte le vicende che avevano formato la sua vita fino ad allora. Credette che senza di lui tutte quelle persone, gli alberi, gli stessi edifici nei quali viveva e che gli erano familiari avrebbero vissuto un’esistenza migliore e più libera”.

“Conservatorio di Santa Teresa” è un libro denso, densissimo; ogni suo capitolo possiede un peso specifico tale che lo rende illusoriamente ben più esteso dei tempi narrativi che lo delimitano e indispensabile nell’economia del romanzo, per quell’accumularsi di avventure della percezione che –  al di là dell’intreccio – ne costituiscono la sostanza. Avventure della percezione e non della crescita, perché ciò che rende avvincente questo romanzo – che pure ripercorre il passaggio dall’infanzia all’adolescenza del giovane protagonista – non sono gli accadimenti, ma il continuo, ininterrotto accumularsi di sensazioni, le infinite e mutevoli reazioni che, con una intensità e una frequenza esasperante ma al contempo affascinante, il contatto con il mondo esterno provoca nell’animo del protagonista, componendo nella sua memoria interiore, straordinariamente recettiva, un disegno sempre più complesso, confuso e contraddittorio. Bilenchi costringe il lettore a seguire questo percorso che è denso di scarti improvvisi, colpi di scena, soluzioni impreviste, di tutto ciò che si potrebbe definire avventura, se non fosse tutto chiuso all’interno di un’anima – e un’anima bambina – che è una sorta di tabula rasa che va rapidamente accumulando tutto ciò che dovrebbe servirle a farsi un’idea coerente e rassicurante del mondo, ma che in realtà contribuisce ad una sempre più raffinata esperienza di una irriducibile estraneità.

Proprio questo scrive Bilenchi: un avventuroso romanzo della percezione. Il punto è che Sergio, l’eroe di questa avventura, non è affatto riconoscibile, prima come bambino e poi come adolescente, ed è solo lontanamente somigliante – e solo per alcuni tratti – a quello che la memoria, l’esperienza e l’incontro con altre innumerevoli analoghe figure letterarie hanno contribuito a farci identificare come soggetto che intraprende un qualsiasi processo di formazione. Talmente irriconoscibile da non permettere alcun tipo di immedesimazione e quindi di rassicurazione. Sergio è un personaggio disturbante, ma dotato di una sorta di malìa, perché il disagio, quando nasce da un eccesso, di sensibilità, di intelligenza, di immaginazione, possiede un fascino che irretisce. Sergio è frutto di un processo di condensazione e di distillazione, una sorta di creatura nata dal laboratorio letterario di un autore in grado di accendere una luce nei meandri di una interiorità resa fragile dal bisogno di definire se stessa e – cosa che ben pochi riescono a compiere con tale intensità – di mantenerla accesa nel tempo, nei pochi anni di una lenta crescita. Sergio è frutto di un processo creativo talmente generoso da apparire esagerato, che rifiuta ogni tipo di cliché e non ammette assuefazione: ogni pagina, ogni più piccola svolta narrativa, qualsiasi incontro, sguardo, pensiero, ogni più piccolo trascolorare della luce, ogni suono, tutto in questo romanzo è un evento e tutto sollecita, segna, si imprime, incide una cicatrice più o meno profonda nella sensibilità eccessiva, talmente viva da essere inadatta alla vita, di un personaggio che è senza pelle.

Come si può procedere nella vita – in una delle innumerevoli ed occasionali e anche, se vogliamo, ordinarie vite – senza quella capacità innata ai più di costruirsi passo dopo passo una parvenza di corazza protettiva in grado di respingere, almeno, le più banali e quotidiane, innumerevoli e fastidiose cause di angoscia e dolore, una barriera che impedisca nello stesso tempo di riversare all’esterno, disperdendoli inutilmente in un flusso continuo, tutti quei tesori che l’interiorità racchiude, riversarli e disperderli sopra il mondo inanimato della natura indifferente e, cosa ancora più triste, su altre creature stolide, assuefatte o a loro modo risolte e incapaci quindi di una vera empatia. E’ questo che “Conservatorio di Santa Teresa” offre, questa è la prova altissima e raffinata a cui l’autore si sottopone, sottoponendo ad essa anche il lettore, intorno al quale va costruendo un mondo visto dagli occhi di chi si sente, sempre e comunque, a disagio.

Bilenchi declina il disagio di Sergio, non si limita a descriverlo, ma lo percorre in tutta la sua vastità e profondità, lo guarda crescere e modularsi in mille sfaccettature, lo segue nelle sue pause e recrudescenze, senza sosta, rendendolo il motivo dominante di ogni singola pagina del suo romanzo. E lo può fare, e in modo così efficace, perché domina con estrema perizia un lessico acuto e preciso come un bisturi, ma anche lussureggiante e variopinto. Bilenchi crea un intero lessico del disagio e lo dissemina tra le sue pagine, formulando, grazie ad esso, infinitesime variazioni di stati d’animo che si susseguono e alternano capoverso dopo capoverso, a volte con una frequenza vertiginosa. Un vocabolario prepotente e inesorabile che possiede infiniti modi non solo di dire il disagio, ma anche di crearlo ad ogni più piccola possibilità di sensazione e di reazione del protagonista agli accadimenti esterni, là dove il lettore non saprebbe intravedere altro che il tempo morto e piatto della consuetudine. Perché questo fa la parola letteraria: mentre dice, crea nuovi spazi di esperienza e di conoscenza. “Sergio si sentiva confuso e raggirato”, “Era precipitato in uno stato di ostile e lacrimosa malinconia”, provava “un acre sentimento di dolorosa solitudine”, “Ben presto anche la stanza vuota, gli oggetti, il cielo gli furono ostili”, “Il presentimento di soggiacere a una misteriosa fatalità lo impaurì”, “Parve a Sergio di essere inseguito da una minaccia”, provava “un groviglio di risentimenti […] una lenta, melanconica disperazione”, “L’angoscia lo strinse fisicamente” come “lo sgomento del suo inconscio ardire”, “Una forza avversa gli si accaniva contro”, “Tutto era insolito ma Sergio si rifiutava di aderire a ogni sollecitazione”, “Lo colpivano quelle scoperte di un sé ignoto”, e si potrebbe esemplificare all’infinito, perché tutto il romanzo è pervaso da una sorta di aura lessicale, che ne costituisce il motivo portante, continuamente e abilmente variato: supplizio, timidezza, dubbio, smarrimento, ribellione, vergogna, noiosa vacuità, irritazione, umiliazione, ira, sordo rancore, disperazione, ansia, sospetto, sospensione, precarietà, ecc…

Colpisce che questo sia l’ambito unificante del romanzo, la sua cifra costitutiva, che entro questo disagio trascorrano sia l’infanzia che l’adolescenza del protagonista, senza apparente soluzione di continuità, nonostante i mutamenti esteriori della sua vita. Sergio infatti appare condannato, fin dal primo sorgere di una consapevolezza di sé – all’inizio del romanzo ha circa otto anni – ad un destino di estraneità. Vive controtempo, incapace di adeguarsi al vivere e al sentire comuni. Vive cioè in un mondo paradossale al quale solo lui appartiene; trascorre un’infanzia funestata da una capacità percettiva e da una acutezza di pensiero propri di un adulto ed una adolescenza restia ad abbandonare il rifugio infantile e consolante di una interiorità dominata dall’immaginazione e ad accettare il rischio del coinvolgimento totale con i coetanei. Un bambino troppo adulto e un adolescente troppo bambino, questo è l’eroe di Bilenchi, un essere dolorosamente troppo aperto alla percezione e altrettanto dolorosamente troppo chiuso in sé. E la letteratura è lo scandaglio in grado di rendere vivo, plausibile e incontestabile il senso di estraneità, osservando, attraverso una lente di ingrandimento, le avventure interiori di una crescita.

Una percezione così esacerbata come può accontentarsi dei meri dati che la realtà gli offre? Non può che veleggiare intorno al mistero, all’incomprensibile, non può che esserne attirato e affascinato, riconoscendolo come proprio elemento naturale. E’ in questo contesto che si colloca l’attrattiva che per tutto il romanzo il mondo femminile – in un primo tempo rappresentato principalmente dalla madre e dalla zia e, più avanti, dalla giovane maestra e dalla compagna di studi – esercita sul protagonista. Al di là dei sentimenti – affetto, simpatia, amicizia – che lo legano a queste persone, è la femminilità stessa che esercita un grande potere su Sergio, che lo attrae, accoglie, sollecita e che, quando lo respinge, è in grado di gettarlo nell’angoscia più assoluta. Come se le donne possedessero un accesso privilegiato e del tutto naturale al cuore stesso dell’esistenza, e fossero in grado, se non di spiegarla, di essere almeno con essa in sintonia. Giovani e giovanissime donne che condividono segreti, vestali di riti incomprensibili al resto del mondo, a cui Sergio assiste, meravigliato, ammirato, consolato, o al contrario, disperato, geloso, offeso e ferito. Sono i piccoli riti della quotidianità o i vari modi in cui le donne reagiscono alle seccature, ai problemi, ai dolori che la vita porta con sé. Ma gli occhi del bambino, e poi del ragazzo, li trasformano, a partire dai più piccoli gesti banali, nei momenti di una liturgia sacra, di una sorta di cerimonia religiosa di cui le giovani donne sono le sacerdotesse. Fuori da questo cerchio magico, l’esistenza degli adulti, degli uomini adulti, al mondo dei quali Sergio dovrà un giorno fatalmente appartenere, con tutto quello che, come un’eco lontana porta con sé – la guerra, la prigionia, la violenza – gli appare pervasa da un “pernicioso disordine”, da oscure minacce, da volgarità offensive e insopportabili. Forse per questo Bilenchi, quando sta per avere inizio quello che Mario Luzi, nella Prefazione al volume, definisce “il calvario della sua iniziazione umana”, abbandona il suo protagonista, lasciando nella mente del lettore un’ultima immagine di lui mentre, insolitamente e quasi miracolosamente pacificato, accompagna al fiume le due donne, sacerdotesse consuete dei riti della sua infanzia e, felice, le agevola affinchè stiano comode mentre parlano del suo futuro.

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