Juan Rulfo, “Pedro Páramo”

JUAN RULFO – Pedro Páramo – Einaudi

pedro paramo copertina“Questo paese è pieno di echi. Sembra quasi che siano rinchiusi nei vuoti delle pareti o sotto le pietre. Quando cammini ti pare come se calpestassero le tue orme. Senti scricchiolii. Risate. Risate ormai vecchissime, come stanche di ridere. E voci ormai logore dall’uso. Ecco ciò che senti. Penso che arriverà un giorno in cui tutti questi rumori si spegneranno”.

Ci sono libri nei quali la letteratura sembra dispiegare tutte le sue potenzialità suadenti e immaginifiche, il suo potere di orchestrare e amplificare l’intensità emotiva – di rendersi insomma un’eco di tutto ciò che è indispensabile alla vita dello spirito che silenziosa ci accompagna – soffermandosi e sostando nell’incerto mondo dei morti, eleggendolo a proprio ambiente naturale, ben al di là della frenetica, vociante e provvisoria vita. Nella dimensione, anch’essa non ancora definitiva in cui, si suppone, si spera, o solo si fantastica, le ombre ancora si attardano a scrutare la vita, a serbarne il ricordo, trattenendone ancora per poco passioni e dolori, e i vivi, con le loro povere forze si lasciano coinvolgere dall’intuizione spesso spaventosa ma anche suggestiva che chi ha vissuto continui in qualche modo ad esistere, ad imprimere la propria impronta unica ed irripetibile sui luoghi che l’hanno visto esaltarsi nell’amore, soccombere al dolore e disperarsi nella desolazione.

“Pedro Páramo” è uno di questi libri, e si dispiega nel territorio del limitare, lo rende un luogo abitabile, con la sua geografia e le sue storie; ed è un limitare fatto di quelle ultime cose che diventano, per sempre, le uniche possibili. E’ una strana danza macabra quella che risuona nelle pagine di Rulfo, perché è danzata da uomini morti e da uomini vivi, che convivono e si confondono scambiandosi i ruoli, giocando a confondere le carte, fingendo la vita o ingannando la morte e, comunque, congiurando per mantenere il lettore, anche lui, sul limitare della certezza. Ed è una cosa che, se inizialmente confonde e destabilizza, ben presto affascina e predispone all’ascolto. Perché questo è un libro colmo di voci e di presenze, affollato di presenze tanto quanto invece desolato, vuoto e deserto è Comala, il villaggio che è la meta del protagonista, del suo viaggio alla ricerca delle proprie origini. Anch’esso dipinto di volta in volta come luogo paradisiaco: “Pianure verdi. Veder ondeggiare l’orizzonte con il vento che muove le spighe, l’incresparsi della sera con la pioggia capricciosa. Il colore della terra, l’odore dell’erba e del pane. Un paese che profuma di miele appena versato…”, o come terra maledetta: “Ci sono paesi che sanno di sventura. Si riconoscono subito appena si respira un po’ della loro aria vecchia e intorpidita, povera e fiacca come tutto ciò che è vecchio […] questo è un paese disgraziato; tutto impregnato di disgrazia”. Perché diversi sono gli occhi che lo guardano, diversa la memoria che lo rievoca, offuscata da illusioni o disillusioni ogni volta diverse.

Sono ombre quelle che affollano le case abbandonate e i viottoli del paese silenzioso, tenute legate alla terra dall’eco ancora potente delle loro vite; sono ombre ma sanno fingersi vive forse perché gli stessi vivi sono, più di loro, evanescenti e non sanno se e quando supereranno il confine che da loro li separa o se lo hanno già superato. “Qui appena fa buio c’è sempre d’aver paura. Se lei vedesse quante anime vagano per le strade. Cominciano a venir fuori appena fa buio. E non piace a nessuno vederle. Sono tante, e noi siamo così pochi che non ci affanniamo neppure a pregare perché trovino pace. Le nostre preghiere non potrebbero bastare per tutte. Forse toccherebbe a ciascuna appena un versetto del padrenostro. E questo non gli può servire a nulla. E poi ci sono di mezzo i nostri peccati. Nessuno di quelli che ancora vivono è in grazia di Dio. Nessuno potrà alzare gli occhi senza sentirli subito sporchi di vergogna”. Peccati, perché la prosa di Rulfo, così poetica e struggente, va dipingendo un mondo a tinte forti, senza mezze misure, violento, colmo d’oltraggi, di vittime inermi e di impietosi persecutori, il mondo primordiale e sanguigno su cui regnano la forza e l’arroganza del potere, su cui regna Pedro Páramo, “la cattiveria in persona”. E’ il peso di questa violenza che sopravvive alla morte a tenere le anime ancorate alla terra, anime del purgatorio, le chiama Rulfo, che vagabondano senza perdono e che mai potranno ottenerlo.

Come si faccia a fare poesia maneggiando una materia così pesante e stolida, apparentemente cieca e sorda alle esigenze dello spirito, è insieme il mistero e il fascino di questo bellissimo libro. C’entrano le voci, i sussurri, i palpiti che riempiono i silenzi, c’entrano le donne, serve e complici, nutrici, succubi e fedeli nel loro amore, anche se colpevole e dannato; e c’entra il cuore che, sordo a tutto il resto, perpetua, fino alla fine, e oltre, i suoi battiti: “C’era una luna grande in mezzo al mondo. I miei occhi si perdevano nel guardarti. I raggi della luna ti solcavano il volto. Non mi stancavo di guardare quell’apparizione che eri tu. Dolce, solcata di luna; la bocca tappezzata, intrisa, inondata di stelle; il tuo corpo velato dall’acquerugiola della notte. Susanna, Susanna San Juan”.

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