Gianni Celati, “Narratori delle pianure”

GIANNI CELATI – Narratori delle pianure – Feltrinelli

Narratori delle pianure“Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di poter tornare a casa dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così”.

Hanno il passo lungo di pianura queste pagine, quello che poggia il piede quasi senza attenzione e senza apprensione perché non si aspetta né inciampi né sorprese, il passo di chi alza gli occhi all’orizzonte sapendo già che cosa potrebbe capitargli di trovare, ma sapendo anche che comunque non gli sarà dato di raggiungerlo. La pianura dà forma ad un’anima speculativa e bislacca, forzatamente obbligata a cercare dentro di sé quel riposo che le lontananze esterne gli negano, a inventarsi curiosità e il modo di soddisfarle. Hanno il passo lungo di pianura queste pagine, di quella pianura che è però ormai quasi un ricordo, quella che è ormai solo residuale, ma che ancora resiste, violata forse ma non arresa, perché il grande fiume è il genio sacro che la rigenera. Queste pagine sollecitano allora anche il ricordo di quel passo lungo di pianura e forse per questo possiedono un fascino strano e restio, difficile da cogliere ad una prima distratta occhiata, perché la verità è che a nulla conducono se non al passo stesso con il quale procedono.

E’ una scrittura paesaggio quella di Celati, non solo perché evoca la figura di un camminatore solitario e silenzioso che avanza lungo terre piatte verso l’orizzonte – immagine che, nella varietà delle situazioni proposte dai racconti, sembra comunque comporsi nella mente del lettore – ma anche e soprattutto perché partecipa essa stessa della natura dell’ambiente in cui si colloca e che sembra averla generata: “strade dritte a perdita d’occhio attraverso terreni piatti e sempre identici”. Una terra e una scrittura che poco concedono a chi si aspetta meraviglie, sobbalzi del cuore, strabilianti soluzioni narrative, e che riservano la propria intensità a chi un poco a loro assomiglia, nella ritrosia, nella selvatichezza, nella naturale predisposizione a leggere nella realtà la conferma del proprio inesprimibile bisogno di senso e di appartenenza: “… gli è venuto in mente un mare pieno di nebbia che non si può attraversare: al di là c’è uno che ti parla e tu lo senti, ma non ci arriverai mai a farti capire, perché la tua bocca non riesce a dire le cose come stanno, e sarà sempre tutto un fraintendersi, uno sbaglio a ogni parola, nella nebbia, come vivere in alto mare, mentre gli altri però si capiscono bene e sono contenti”.

Questo narrare è così uniforme, sa sfruttare così bene il pregio della sua uniformità, che è in grado di contenere storie che potrebbero continuare all’infinito, storie che sono una sorta di flusso continuo, dove tutto viene nel contempo portato alla luce e subito riassorbito dall’eterno fluire di un paesaggio lento, paziente e all’apparenza imperturbabile; che si tratti di una povera comicità contadina di esseri perennemente e benevolmente ai margini della società, della fantasticheria arguta, dell’impresa folle e destinata al fallimento, della tristezza opaca di chi considera la propria esistenza poca cosa, del dramma a tinte fosche o addirittura della tragedia, tutto è come sospeso ma anche assorbito dallo stesso sfondo, tutto è compreso in un grande teatro naturale. Ci si potrebbe perdere nell’illusionismo diffuso che permea di sé questo paesaggio narrativo e Celati lo sa bene, tanto da aver ritenuto necessario fornire al lettore una mappa per permettergli di orientarsi nel suo tragitto verso la foce del Po, fino al mare, legando ogni racconto ad una tappa di questo percorso, una specie di cartello segnaletico che taglia la nebbia e dà ordine al vuoto, che concretizza e àncora ad una terra vera, geograficamente definita, ciò che sembra sempre sul punto di scomparire.

E poi, a salvare dall’illusionismo, ci sono le voci, la concretezza delle voci di cui l’autore si fa portavoce, raccogliendo le storie da loro narrate, da quella gente che il passo lungo di questa pianura ben conosce e che non ha bisogno di sempre nuove seduzioni, perché non soffre la monotonia, ma la abita e quello che non c’è lo trova nell’avventuroso universo della propria testa, nel magazzino inesauribile, un po’ buffo, un po’ inquietante, un po’ incomprensibile della propria testa: “Con queste idee in testa, chiuso in una nuvola di brume, in certi momenti era preso dall’euforia. Perché allora gli sembrava che esser là su quell’argine fosse come essere dovunque; la trama ininterrotta di cui anche lui faceva parte era sempre con lui, semplicemente nel suo corpo e nel suo pensiero”. Ma Celati è un portavoce così partecipe, così vicino al mondo di cui narra le storie, che le riferisce a modo suo, se ne appropria, le prende a modello, amplifica il loro repertorio, e non ha importanza riuscire a riconoscere quali di queste novelle abbia realmente ascoltato nel suo vagare verso la foce e quali siano del tutto opera sua, perché questo fa il vero narratore di storie, raccoglie echi, li arricchisce e permette loro di continuare a risuonare, ancora per un po’.

Una rara fortuna, una rara opportunità è poi per il lettore poter leggere questo libro nutrendo lo sguardo con le straordinarie fotografie di Luigi Ghirri, contenute nel suo album “Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano”, commentate da testi dello stesso Celati. Significa seguire il corso del grande fiume e giungere alla sua foce colmati da una insolita pienezza, un gioco di specchi in cui immagini mentali e suggestioni letterarie trovano nella fotografia non solo corrispondenza, ma anche una sorta di esaltazione, e in cui le storie e le trame trovano il loro scenario naturale.

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