Franco Stelzer, “Matematici nel sole”

FRANCO STELZER – Matematici nel sole – Il Maestrale

matematici nel sole“Tutto sommato – pensa – alla fine noi non siamo che questo. Esseri che fanno di conto, avvolti nel chiarore. Piccoli eroi storditi e luminosi. Matematici nel sole”.

Mi piace Franco Stelzer, tra le altre cose, perché è uno scrittore coraggioso. Bisogna esserlo per scrivere, oggi, di amore e di morte, affondando le mani nella materia oscura che li accomuna. Se riesce a farlo, immagino, è perché possiede una certa dimestichezza con le materie oscure. Mi piace, pur riconoscendone quelle che mi appaiono come imperfezioni o, meglio, riconoscendo nella sua scrittura quei cali di tensione narrativa, quelle soste volute e cercate in territori inoffensivi in cui a volte indulge; ma il mio parere deriva da un gusto letterario maggiormente portato ad una narrazione che nasconda i suoi snodi, che rifugga dalle storie, che prenda spesso le distanze da ciò che può essere esplicito, che richieda insomma una sorta di esercizio di decifrazione da parte del lettore, lo stimoli e lo metta alla prova. Invece Stelzer è un potente accompagnatore, una guida nei boschi narrativi, una guida affascinante che non si può evitare di seguire. Perché questo è un libro che richiede l’abbandono del lettore e anche la sua fiducia, data la materia di cui è costituito che è, sotto i veli, gli infiniti veli che le parole le vanno tessendo intorno, dolorosa e definitiva. La materia di cui è fatto “Matematici nel sole” è la fine, con maggiore precisione, l’approssimarsi della fine della vita, vista nell’ottica della piena consapevolezza.

Ci può essere un tema più intenso, più straziante, ma anche più disturbante? A ben vedere sì, perché è quello che sceglie Stelzer: la malattia terminale e gli ultimi mesi di una vita benedetta dall’amore. C’è, insita in questa scelta, una intensità insostenibile, apparentemente insostenibile e anche minacciosa perché un romanzo che parli di questo, che questo racconti, rischia di perdersi nel brodo melenso del sentimentalismo, di viaggiare sull’onda dei buoni sentimenti consolatori. Invece questo non è un libro che consola, per nulla. Mi piace Stelzer perché gioca con l’intensità, facendola assaggiare al suo lettore, e poi assaporare e infine immergendolo completamente nelle sue volute, cosicché, quando la sua gradazione inevitabilmente si abbassa, se ne sente la mancanza e inizia l’attesa che tutto ricominci, e questo tutto è il gioco crudele dell’amore e della morte che si contendono la scena, non si sa bene se come due nemici o due complici. Perché sono due opposti che non dovrebbero poter convivere, e invece Stelzer utilizza la morte per rivelare l’amore, così terreno, sporco e luminoso, per renderlo capace di generare una trama avvincente con i suoi luoghi oscuri e le sue rivelazioni, e l’amore per strappare alla morte attimi in cui “essere crudelmente felici”. Riesce in un compito non facile che è quello di dare alla commedia il passo austero e drammatico della tragedia, e alla tragedia la levità e la quotidianità della commedia: così la preparazione di una colazione diventa una cerimonia colma di sacralità e l’ultimo addio alle persone amate una scampagnata sulla spiaggia.

Mi piace Stelzer perché è un contaminatore che sporca la sua pagina con le tracce di tutto ciò che sa maneggiare meglio. Innanzitutto con la poesia che mi appare qui usata quasi in senso didascalico: introduce i capitoli, o li conclude, e predispone, allevia o incide come un controcanto che mostri “la bella varietà del calore del mondo”, e finisce per acuire la cifra distintiva di una scrittura che aderisce quasi sensualmente al suo oggetto, lo scruta da vicino e, mentre lo disseziona e lo divora, lo canta. E poi con quella sorta di elogio della narrazione, di dichiarazione di fede nel potere salvifico delle storie, anche se “trucide” o tristi, che l’autore persegue inserendone alcune, in genere dilazionate nella conclusione, in alcuni momenti cruciali della sua trama. Una sorta di metanarrazione che rallenta il ritmo, perché ci sono storie “che fanno fermare ogni cosa”. Storie di ratti, o di cannibali, buffe, e tenere, e intense che, finchè durano, “catturano l’interesse anche nei momenti più difficili” e sembrano dare un senso al tempo. Così è per i protagonisti del romanzo che le ascoltano e così è, doppiamente, per il lettore, che si fa raccontare dall’autore la storia dei suoi personaggi che si raccontano delle storie, che rallentano e arricchiscono la loro. E che cos’è tutto ciò se non l’elogio del gioco letterario, dell’irresistibile fascino di questo splendido gioco che cerca la verità e la consolazione nella finzione?

Infine, l’immaginazione: questo libro è sporcato e contaminato da un’immaginazione prorompente di cui il protagonista si nutre, in cui si rifugia, e che alleva, nutrendola di tutto ciò che nel suo passato ha forse considerato di secondaria importanza. Sono momenti in cui l’autore può permettersi di tutto e lo fa divertendosi e divertendo, quasi prendendosi gioco, ancora per un po’, della conclusione inevitabile e drammatica verso la quale è obbligato dalla sua stessa materia a dirigersi. C’è sensualità giocosa, estrema libertà e derisione del perbenismo e dell’ipocrisia in questi momenti d’intervallo, del protagonista e del suo autore, perché se il passo verso la morte è obbligato, facoltativo è il modo in cui sperperare le proprie ricchezze. Così come, del tutto libere sono le ultime parole che l’uomo lascia come una sorta di eredità a chi gli sopravvive, parole d’amore che chiudono in modo perfetto il libro, confondendo, ancora una volta l’ansito della morte con quello della passione: “Dunque voglio si tenga conto che tremo ancora, quando penso che mi sfiori con le dita…”.

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