Thomas Bernhard, “Il loden”

THOMAS BERNHARD – Il loden – Theoria

“Mi venne in mente che il loden di mio zio aveva sei occhielli, subito conto gli occhielli del loden di Humer, li riconto una seconda volta, li riconto una terza, sempre dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto e penso, anche il loden di Humer ha sei occhielli, sei occhielli ricoperti di pelle di capretto nera, al che penso che si debba trattare del loden dello zio Worringer…”

Il grande stile mi appare spesso legato ad un eccesso, costituito da un eccesso, eccesso di energia, di aggressività tesa, aderente al suo oggetto, oppure, al contrario, eccesso di disadorna rinuncia al possesso, persino a quello delle proprie immagini o parole, quasi nell’intento di sparire e di negarsi, proprio nel momento stesso in cui, dando vita ai propri pensieri, magari sotto voce, ci si impone, comunque e in qualche modo. Il grande stile travalica i confini, abbatte le barriere della consuetudine e dell’accettabile, abita nell’esagerazione pur non avendo alcun intento di stupire, pur non inseguendo a tutti i costi nessun tipo di originalità di facciata, il grande stile è, anche, arte dell’esagerazione, proprio quella tante volte citata da Bernhard, fonte di disturbo e spesso di disagio perché conduce in territori inabitabili, come sarebbe inabitabile l’esistenza privata di qualsiasi parvenza di procedure acquisite. C’è esagerazione e disturbo del pubblico sentire in Walser, che brilla mentre si sottrae e in Bernhard che risplende nella sua prosa ipnotica, che aggredisce, tiene avvinti e trascina con sé nelle volute di un pensiero che non fa che riprodurre se stesso.

La presa della prosa bernhardiana possiede impeto, carattere e intransigenza e si fa riconoscere nell’atto stesso del suo porsi, con quel suo movimento che è insieme spinta all’allontanamento e cenno di richiamo imperioso rivolto al lettore – ma sarebbe meglio dire spettatore – una sorta di guinzaglio tenuto lungo, ma in grado, in ogni momento, di strattonare inesorabilmente. Eludere e sviare l’attenzione, lasciare che il nocciolo della questione appaia solo a tratti, in lontananza, come un non detto, un sottinteso e accendere invece un riflettore potente adatto ad illuminare le più microscopiche insensatezze, fino alla estenuazione, al grottesco e al ridicolo, innalzare schermi su schermi, barriere e nascondimenti, questa appare ogni volta, anche al lettore più fedele e più smaliziato di Bernhard, la cifra distintiva della sua prosa, quella delle ardite costruzioni dei suoi capolavori, ma anche quella dei suoi testi più brevi, gioielli comunque di compiutezza, perfettamente in grado di reggere l’impossibile equilibrio del loro lucidissimo senso.

E così mentre lo sguardo rimane impigliato negli occhielli di un loden ricoperti di pelle di capretto nera e l’attenzione a sua volta impigliata nelle tragicomiche vicende raccontate da Humer e nella grottesca fissazione, al limite della patologia maniacale, manifestata con insistenza fastidiosa e inesorabile da Enderer, il vero nocciolo della questione gioca a rimpiattino tra le righe, fa capolino nella cascata ininterrotta di una sintassi torrenziale e monologante che estenua la narrazione, ne disperde i nessi o li ricollega a proprio piacimento, appare come una momentanea e fugace illuminazione, sottolineata con discrezione da un corsivo che tanto assomiglia ad una indicazione scenica – in Bernhard, si sa, si legge prosa ma si immagina teatro – e il vero nocciolo della questione è assurdità dolorosa, falsificazione, incapacità di adattamento, inabitabilità, ingiustizia, tradimento, fallimento esistenziale, pazzia, e, infine, il vero nocciolo della questione intorno al quale si raddensa l’andamento precipitoso della narrazione, è il suicidio, come destino ciclico, come eredità che un individuo lascia all’altro come se fosse un bene di famiglia, come condensato di un’esistenza.

“Pensai, scrive Enderer, da adesso in poi non dici più nulla del loden, dimentichi il loden, pensai, basta con il loden, ma mi ero appena proposto di non parlare più del loden di Humer, di dimenticare il suo loden, di cancellare il loden, che il loden e nient’altro che il loden continuava a occupare la mia mente”. C’è tecnica e rigore nella ripetizione maniacale di frasi e parole che, apparentemente vuote e capaci al massimo di donare al racconto una buona dose di assurdità, ripetute e insistite come un mantra, radicano saldamente l’occhio e la mente al pensiero dominante di un autore dotato di una insopprimibile curiosità nei confronti dei particolari grotteschi e della luttuosa comicità di cui la vita, a dispetto di ogni filosofia, sa ammantarsi. Il fatto che un destino comune unisca, tramite un loden avventurosamente ripescato da un fiume, lo zio suicida di Enderer, a Humer, il fabbricante di rivestimenti interni di bare, anche lui destinato all’identico atto suicida, e che lo stesso indumento, alla fine, venga restituito allo stesso Enderer, segno tangibile di un imminente analogo destino, è sintomo evidente, anche in questa breve prosa, di una scrittura che deve parte del suo fascino ammaliatore a quel suo saper essere nel contempo tragica e comica: così esagerata nella sua tragicità da diventare comica – per accumulazione, per sapiente gestione dei tempi e degli impercettibili movimenti dell’azione – e di una potenza comica così sopra le righe, così paradossale, da mostrare tutto il suo aspetto tragico.

E’ così che una breve narrazione apparentemente inoffensiva, che riguarda in fondo un mero fatto curioso, che delinea un personaggio-macchietta con tutta la miserevole portata dei suoi accadimenti privati, si rivela irta di stratagemmi, di congegni stilisticamente elaborati, perché la storia, quella che si delinea all’orizzonte, si autodistrugge nel momento stesso in cui si assesta e immediatamente entrano in gioco gli stratagemmi dell’ironia, dell’esagerazione e del rigore. Il lettore è presto preso in trappola e non può sfuggire ad un gioco che sconvolge i ruoli dei personaggi nel momento stesso in cui li schematizza, che insinua dubbi e sospetti sulla veridicità di una storia che è sempre raccontata per interposta persona, da un depresso che ne fa un resoconto sconnesso a colui che, per il suo mestiere da avvocato, la dovrebbe protocollare ma che, a causa della sua maniacale fissazione, la racconta a sua volta a terze persone mediante una lettera. Così la narrazione si disgrega su tre piani ed è tutta contenuta proprio dal terzo, quello impersonale, che li motiva tutti, tenendoli rigorosamente a bada, dando alla prosa un ritmo serrato e scostante, come una cadenza un po’ estraniante – “disse Humer, scrive Enderer” – ma efficace per tradurre quel senso permanente di inevitabile dissoluzione che permea di sé tutta la prosa di questo grandissimo scrittore.

4 responses to “Thomas Bernhard, “Il loden”

  1. “Il grande stile travalica i confini, abbatte le barriere della consuetudine e dell’accettabile, abita nell’esagerazione pur non avendo alcun intento di stupire, pur non inseguendo a tutti i costi nessun tipo di originalità di facciata, il grande stile è, anche, arte dell’esagerazione, proprio quella tante volte citata da Bernhard, fonte di disturbo e spesso di disagio perché conduce in territori inabitabili, come sarebbe inabitabile l’esistenza privata di qualsiasi parvenza di procedure acquisite” = perfettamente d’accordo!.

  2. Grazie Giovanni.

  3. purtroppo è impossibile ormai trovare il libro. perchè?

  4. dietroleparole

    Probabilmente perchè l’industria editoriale non trova conveniente ristampare certa letteratura che purtroppo interessa a pochi lettori. Come dicevo nella risposta relativa a “La partita a carte”, almeno per ora bisogna rivolgersi all’usato o alle biblioteche.

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