Antonio Di Benedetto, “L’uomo del silenzio”

ANTONIO DI BENEDETTO – L’uomo del silenzio – BUR

l'uomo del silenzio“Lo sai, l’hai pensato? … La notte fu silenzio. Il silenzio precedette la Creazione. Silenzio era l’increato e noi, i creati, veniamo dal silenzio. Nel ventre materno, avevano accesso i suoni? Non si erano sviluppati ancora i miei organi uditivi, giacché dei suoni non ho traccia né memoria? Dal silenzio veniamo e alla polvere del silenzio torneremo. Qualcuno implora: – Che io possa ritrovare la pace delle antiche notti… – E gli si concede un silenzio vasto, serenissimo, senza confini. (Il prezzo è la vita). Le nostre notti, Nina, mancano di compassione e anima”.

Compassione e anima: questo va cercando l’uomo del silenzio, questo uomo qualunque che, in virtù di una ossessione – ma quanto la Letteratura deve agli ossessionati, quanto è lei stessa una ossessione, quanto di ossessioni si nutre? – vive costantemente lacerato e dunque impossibilitato a dimenticarsi, a lasciarsi fluire, come tutto, come tutti. Un uomo fatto di venticinque anni, che nelle prime pagine del romanzo appare al massimo come un originale, un po’ vacuo e anche un po’ ridicolo, vittima tutt’al più di una fissazione che riempie una personalità non proprio matura ed equilibrata, diventa nelle mani di questo straordinario scrittore argentino l’eroe di una avventura metafisica, alla vana ricerca della vera libertà interiore. Un uomo che non vive bene, si direbbe, perché qualcosa gli impedisce di fare ciò che si è prefissato, un impedimento fastidioso e irritante che gli toglie la pace, ma talmente assillante che sembra addirittura cercato ed evocato, a dispetto di una pace che egli forse inconsciamente vuole tenere ben lontana.

Una luce ben presto però si accende e tiene all’erta il lettore, la premonizione di futuri sviluppi, l’intuizione di una qualche imprevista apertura, illogica forse, non consequenziale e deliziosamente asimmetrica rispetto ad un incipit – e ad una prima parte – godibile ma, tutto sommato, tradizionale nella narrativa novecentesca, spesso vagante nei meandri dell’io, tanto più se questo io è eccentrico e vagamente “disturbato”. Perché l’impedimento è il rumore, l’assillante e prepotente rumore che gli uomini inconsapevoli fanno là fuori per vivere, rumore che penetra e aggredisce, che spezza il cerchio magico di un uomo che galleggia nella propria solitudine, in una vita adulta che pare l’eterno prolungamento di una infanzia e di una adolescenza protette e mitizzate. “Non so se mi faccia male, ma so che mi ossessiona, senza ferirmi, che mi lega e mi rallenta, come se sul mio corpo si fosse riversata una crema di torrone spessa e appiccicosa. Non so cosa lo produca né perché, nell’interrompersi ritmicamente, menta e ripeta la menzogna che non riprenderà. Riprende sempre. Non so cosa sia, ma è così perseverante che immagino provenga da una macchina a cui un uomo si trova incatenato”.

Il rumore, come “perturbazione” e “sussulto”, si insinua nei giorni di questo giovane uomo che si attarda nel tenace legame con una madre che premurosa accudisce il figlio solitario, che svolge senza entusiasmo un grigio lavoro da impiegato, che ha un unico amico, contorto, incoerente e perennemente preda di stranianti esercizi mentali, che esercita su di lui uno  strano e un po’ inquietante potere, che ama, non corrisposto una fanciulla – “Eccola, con la sua sola presenza mi dà qualcosa di desiderato, quella vita gentile che non so afferrare…” – eppure finisce per fidanzarsi e poi sposarsi con un’altra, “candida, generosa e ardita”. Il rumore si insinua, e appesantisce quella bolla di inconsistenza in cui l’uomo veleggia, chiamandolo “all’impegno di ingaggiare un’oscura battaglia” che, una volta iniziata, non gli è dato di interrompere, perché, in assenza del rumore, la paura che il rumore ricominci equivale allo stesso rumore, per una sorta di convinzione superstiziosa che le cose temute, se nominate od evocate, ritornino. Ma in definitiva, che cosa impedisce al protagonista questo rumoroso tormento, che si ripresenta di volta in volta attraverso diverse forme, che lo insegue nei suoi viaggi e traslochi, che diventa sempre più raffinato e più crudele, come se fosse animato da un odio personale nei confronti della sua vittima? Gli impedisce di trovare uno spazio di felicità e di soddisfazione attraverso la scrittura.

Perché Di Benedetto dona al suo personaggio la volontà di diventare uno scrittore, o meglio, come afferma Laura Pariani nella Prefazione al romanzo, “l’incontenibile desiderio di scrivere un libro”, forse per celebrare tramite lui la funzione salvifica della Letteratura, o forse per immaginare l’inferno di chi, sentendo di essere a questo destinato, non trova le condizioni per condurre le proprie parole verso l’atto liberatorio della creazione. E allora è difficile non immaginare lo stesso scrittore in questo angolo di altrove che al suo personaggio, in un miracoloso momento, sembra quasi di poter stringere tra le mani, in un gioco di specchi in cui creatore e creatura si riflettono l’uno nell’altro, identificandosi: “Il sole del primo pomeriggio lecca la mia finestra. Dietro la casa non c’è rumore. Fa da alta testiera al letto la libreria di romanzi ereditati da mio padre e di romanzi da me scelti, e ne accolgo il contagio: forse questo è il fausto giorno in cui comincerò il mio libro. Ce l’ho quasi tutto nella testa. Mi basta sceglierne un inizio: cosa dire per primo, con cosa cominciare. Seduto allo scrittoio, ci rifletto, e le creature che ho pensato già fanno quel che devono per vivere il dramma prefissato. Ho detto loro di camminare, e camminano. Mi meraviglio della magia del mio pensiero. Reclino la testa e mi assopisco. Sono felice e questo mio riposo è meritato”.

Inutile dire che “il fausto giorno” non arriverà mai e così la frustrazione interagirà con la fissazione, amplificandola e creando le condizioni per perpetuarsi. L’impossibilità di scrivere deve identificarsi con l’impossibilità di vivere. Il rumore – ogni tipo di rumore – è un pretesto che serve a dilazionare il tempo della scrittura, a posticiparlo nella continua attesa del momento propizio, delle condizioni più adatte: questo è ciò che definisce, sottotraccia, l’essenza più profonda dell’uomo del silenzio, vivere sottraendosi, e lo afferma egli stesso ripetutamente, “Io sono indiretto”. Dilazionare il tempo, sfuggire di mano a se stesso: “Dopo non scrivo. Mi lascio stare e mi disperdo”.

Ma è esattamente a questo punto che il romanzo decolla, in un crescendo che è in realtà una corsa a precipizio verso la dissoluzione, è a questo punto che la trama si sgretola e si decanta in una dimensione che è il vero altrove della vita dell’uomo del silenzio ed è anche il vero altrove della Letteratura, quello che è vera creazione e in definitiva quel di più che il lettore va cercando, e la trama si sgretola nel segno dello smarrimento, quello smarrimento che doveva essere il soggetto del libro mai scritto dall’uomo. A ben vedere Di Benedetto ha fin da subito inoculato nelle sue pagine il seme destinato a fiorire sul terreno di una “luminosa inquietudine” e lo ha fatto affidando il compito di disturbatore della quiete a Besarion, l’amico visionario e strampalato del protagonista, colui che fin da subito riconosce in lui lo stigma della lacerazione: “Sören l’avverte che l’esistenza lacerata conduce l’uomo nella zona di contatto col divino”, oppure con quel nulla che il divino dovrebbe riempire. E’ il primo che definisce i rumori che tanto lo assillano “rumori metafisici”, cioè rumori in grado di alterare l’essere, e il suo tormento “un’avventura metafisica”, intessuta “con elementi sottili, a partire dal nulla”. Sembra quasi una premonizione che apre la strada non solo al precipitare degli eventi, ma anche alla conclusione tragica e beffarda della vita interiore dell’uomo del silenzio: “Mi sento il cervello in pezzi; come se fossi al termine di un infaticabile sforzo di creazione. Come se avessi scritto un libro. Ma la mia stanchezza non è lieta. La notte continua… e non è verso la pace che fluisce”.

2 responses to “Antonio Di Benedetto, “L’uomo del silenzio”

  1. Un’atmosfera disgregante inquietante, quasi surreale, quella che sembra impregnare questo romanzo, così come l’hai descritta… come sempre in modo superbo. Non conoscevo questo autore argentino: sbaglio o è poco conosciuto qui da noi, in Italia?

  2. Forse è conosciuto presso gli estimatori della letteratura sudamericana. So che la Sur ha pubblicato un altro suo libro che mi dicono bellissimo, che si intitola “Zama”. Io ho trovato questo romanzo veramente notevole, anche perchè ho ritrovato nell’ossessione del rumore e nella impossibilità di realizzare l’opera che dovrebbe essere quella della vita delle tematiche care a Bernhard e comunque stranamente affini a tanta letteratura contemporanea di area tedesca. Grazie per la tua visita. Anch’io ti leggo sempre con piacere. Un caro saluto. Anna

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