Peter Handke, “La donna mancina”

PETER HANDKE – La donna mancina – Garzanti

la donna mancina“Aveva i capelli castani e degli occhi grigi che anche quando non guardava nessuno talvolta si riempivano di luce, senza che per questo il suo viso avesse a mutare”.

Marianne è enigmatica e chiusa intorno al tesoro della propria interiorità, netta e pura come un cristallo che riflette e assorbe ciò che la circonda, rifrangendolo in mille luminosi frammenti, così come puro, di una purezza cristallina, netto come la luce invernale che lo inonda, è questo breve romanzo di Handke. Marianne è la donna imperscrutabile che pure attira a sé chi incrocia i suoi passi, così come estraniante ma al contempo avvincente è la prosa che la vede protagonista. Marianne si chiama fuori dal gioco delle abitudini, degli schematismi e delle sicurezze psicologiche, e facendolo entra in un mondo a latere, dove la solitudine – scotto da pagare – è una condizione difficilmente sopportabile che però regala un’inedita visione delle cose, “una accresciuta forma di realtà” che rende tutto in un certo senso più vicino, più a portata di mano, così che le cose risultano sbalzate dal loro sfondo abituale e, finalmente, tutte indistintamente degne di attenzione.

Forse per questo in Marianne quello che colpisce è innanzitutto lo sguardo, perché Marianne è una donna che guarda, attonita, persa, quasi noncurante di ciò che una volta era per lei determinante e forse opprimente, guarda fuori da una finestra, oppure le strade e i palazzi, si incanta a fissare il vuoto, come se nella nuova dimensione in cui si ritrova, ogni cosa abbia il potere di investirla con un nuovo significato tutto da decifrare. E’ una donna che sceglie di smarrirsi, ma che vive lo smarrimento come una scelta irrinunciabile, e che, con decisione testarda, avanza su strade mai percorse, meravigliandosi di tutto, spaventandosi di tutto, lasciandosi contagiare da tutto. Tutto la riempie, un mobile per la prima volta spostato in una diversa posizione, le cime degli alberi mossi dal vento, la forma mai notata dei fiocchi di neve, un aereo che si leva dalla pianura, dei cani che per la strada tremano dal freddo, e tutto viene contaminato dal suo sguardo come se, uscendo dai suoi occhi, la realtà acquistasse un sovrappiù di senso, oppure solo un’aura momentanea, un colore abbagliante di straordinaria purezza.

Questo strano e intensissimo romanzo, nel quale si possono anche leggere tematiche relative alla spersonalizzazione nella società dei consumi, all’alienazione della vita nelle grandi città, persino alla questione femminile e alla presa di coscienza della donna finalmente consapevole del proprio ruolo nella società contemporanea, procede e acquista valore ad un livello ben più profondo. Handke sembra proporsi di narrare – utilizzando tutti gli ingranaggi della narrazione – una ribellione alla ovvietà della vita, o meglio, un tentativo di ribellione e la sua donna mancina è l’eroina che si cimenta in tale impresa. Ma anche questa è una strada difficile da percorrere, lo stesso narratore svolge questo ardito compito scoprendosi ben lontano dal ruolo tradizionale che lo vuole capace di maneggiare perfettamente il materiale mediante il quale conduce il suo gioco narrativo. Ben lontano dalla tradizionale onniscienza, il narratore non può che procedere a tentoni esattamente come la sua creatura letteraria e proprio questo dona alla sua prosa quell’atmosfera estatica, quella patina di eccezionalità, quella capacità di virare all’improvviso nel pathos che è tensione e desolazione, e quel piano di ripresa degli eventi, di tutti, anche di quelli apparentemente dimessi e puramente funzionali, che aderisce alla superficie delle cose, delle persone, del paesaggio naturale, di quello urbano e persino dei mille oggetti disseminati negli splendidi interni in cui la vicenda si svolge, silenziosi e intenti, vibranti e tesi, quasi dotati di una propria vita autonoma.

Uscire dall’ovvio richiede uno sguardo che si apra per la prima volta sulla realtà, terso, pulito, disponibile ma anche, necessariamente, incerto e spaventato. Richiede una narrazione che costruisca intorno al lettore un universo da decifrare, fonte di sconcerto almeno nelle prime pagine, ma che poi diventa avvincente, stimolante ed evocativo. Una narrazione che non dica esplicitamente ma che alluda, relegando la sua natura romanzesca fatta di concatenazione di eventi, di trama e di intreccio nello spazio che si apre tra la parola e la sua decifrazione. E poiché uscire dall’ovvio e rivestire la realtà, e la parola che la dice, di nuovi e inediti significati attiene alla poesia, in questo senso la prosa di Handke, anche se non può certo dirsi lirica, apre nella sua pacatezza spazi in cui una sorta di aspra e stupita poesia prende il sopravvento senza apparire affatto fuori posto, per esempio nei momenti magici in cui la donna mancina gusta la sua solitudine, il vuoto della bolla d’aria che si è costruita intorno.

Sembra quasi che Marianne, sottraendosi, si rifugi in una sorta di impersonalità, che cerchi un nuovo modo del tutto inedito di stare al mondo e di rapportarsi con gli altri, ma che lo cerchi a partire dal contatto con le cose semplici che le stanno intorno ed il suo autore la asseconda disseminando il romanzo di notazioni concrete che si incidono nella mente nel lettore per la loro capacità di essere sempre segnale di altro, forse di quegli stati d’animo che la protagonista non è in grado di definire perché l’autore vuole che si disvelino alla fine di un percorso di decifrazione, così il riflesso del sole su una finestra aperta tra le tante chiuse, visto dall’alto della montagna, improvviso e inatteso come un lampo di luce, basta da solo a rendere il senso di leggerezza e di libertà che in quel momento prova Marianne, e così l’ombra intravista all’interno di una cabina telefonica che si contorce nel buio della sera, indistinta e quasi deforme dice più di tante spiegazioni la cupa minaccia e la violenza che il vivere a volte porta con sé. Forse è proprio questo che la donna mancina rifiuta, lo spavento che fanno le cose che funzionano da sole, quello che fa la vita quando procede come un meccanismo ben oliato. La donna mancina, come tutti gli impacciati, come tutti quelli che non hanno mai imparato a far funzionare bene le cose, quelli che non hanno idea “di come si potrebbe vivere”, rifiuta la propria complicità al sistema e naviga a vista “in un continente straniero”, determinata a non tradire più se stessa e a non farsi più umiliare, nemmeno in quella profondissima e impercettibile parte di sé che le consuetudini tendono ad addormentare e a mortificare, determinata, in altre parole, a restare fuori dalla massa.

Che ci riesca o meno, non lo verremo a sapere, ma non ha una grande importanza; in fondo il lettore sa che, in ogni caso, “si continua a vivere come se di nulla si trattasse” – come afferma la citazione tratta da “Le affinità elettive” di Goethe che l’autore riporta in coda al romanzo – ma c’è una tale inesorabilità in queste pagine e una lentezza così assorta, un senso di stupita leggerezza, che lasciano nel lettore la convinzione di aver letto qualcosa di necessario, di aver mosso dei passi nel territorio della vera letteratura che è, sempre, ribellione all’asservimento di ciò che è scontato. Scrive Italo Alighiero Chiusano in “Literatur”: “Penso volentieri a Peter Handke quando mi prende un certo sconforto di fronte alla prospettiva di una letteratura contemporanea sempre più mercificata, prevedibile, noiosamente accademica anche nella dissacrazione e nello stravolgimento, fatta quasi di pezzi intercambiabili, di slogans tuttofare, di finte tragedie e di fini divertissements. Handke infatti mi dà la prova concreta che la letteratura è ancora il regno dell’imprevisto, del personale, del grandemente inventivo, del non massificabile”.

12 responses to “Peter Handke, “La donna mancina”

  1. Mi incuriosisce molto questo romanzo. Le tue letture sono sempre particolari, direi un po’ ricercate. Senza dubbio necessarie sia nel bene che nel male, visto le tematiche che trattano. Però mai futili, scontate o superflue. Questa è l’impressione che mi hai sempre dato, dal primo giorno in cui ti ho scoperta, anche se poi ci vorrebbero più vite per leggere tutto quello che proponi in questo bellissimo blog. Un archivio senza dubbio prezioso, a cui auguro una vita eterna.

  2. dietroleparole

    Ti ringrazio Alessandra, sei gentile e quello che dici mi fa molto piacere. Handke è un po’ l’erede di quel tipo di letteratura austriaca che mi sorprende e mi affascina sempre, quella dei miei autori preferiti, Bernhard per la prosa e la Bachmann per la poesia. Non ho ancora letto abbastanza di lui, ma ogni volta trovo la conferma del suo rigore, della sua profondità e del suo grande stile. Seguo pochi blog letterari, ma ognuno di loro, come il tuo, è una guida alla scoperta di tutto quello che di imperdibile riserva la letteratura. Grazie ancora e un caro saluto.

  3. Che dire…recensione perfetta. Persino la citazione finale di Chiusano: calzante, persuasiva (oltre all’essere in se struggentemente vera). Ti avevo detto che stavo leggiucchiando il tuo blog, sono andato su questo titolo perché ho riletto il romanzo qualche mese fa, e quindi ne conservo ancora bene in mente le idee al riguardo, e posso garantire che non hai tralasciato nulla dando luce, nel senso di aver saputo individuare con occhio perspicace e qualitativo, ogni tenue chiaroscuro di questo bellissimo libro, complimenti (non sarai forse un’addetta ai lavori?). Inoltre, volevo chiederti, non pensi che “La donna mancina” possa essere figlia, in qualche modo, di un certo cinema antecedente l’uscita del libro, della nouvelle vague francese, per esempio ?

    • Con i libri di Handke mi succede – e direi felicemente – che mi si rivelino ad una seconda lettura. Ormai lo so perchè mi succede ogni volta e ormai ne ho letti molti. Non di tutti ho scritto o sono riuscita a scrivere, alcuni attendono un momento che, ne sono sicura, arriverà, perchè hanno impresso nella mia mente immagini indelebili, decisamente cinematografiche, appunto. (Per citarne due: “In una notte buia uscii dalla mia casa silenziosa” e “L’ora del vero sentire”). Di un altro non scriverò mai, perchè lo ritengo decisamente al di sopra delle mie possibilità (“Infelicità senza desideri”). Di un altro ancora ho scritto con una sorta di entusiasmo perchè vorrei che altri condividessero la mia ammirazione (“La notte della Morava”). E per fortuna questo prolifico – e vivo – autore offre ai lettori una abbondante riserva di caccia. Un libro che invita alle riletture e che ogni volta si rivela sempre più ricco dà senso e ragione a quella avventura che è la lettura stessa. Ti ringrazio per le tue gratificanti parole, non sono una addetta ai lavori e quindi mi fanno ancora più piacere. In fondo essere una perenne principiante dà grandi soddisfazioni… Quanto al cinema, mi trovi impreparata, anche se, nella mia ignoranza, i film francesi del periodo a cui ti riferisci sono sempre stati i miei preferiti. Di sicuro Handke ha sempre avuto grandi contatti con il cinema d’autore, essendo tra l’altro autore di molte sceneggiature. Sicuramente saprai che ha scritto per Wenders la sceneggiatura de “Il cielo sopra Berlino” (che io colpevolmente non ho ancora visto). Grazie ancora per essere passato di qui, e per aver condiviso le mie considerazioni. Oltre a Mari abbiamo dunque trovato un altro comune “oggetto” di ammirazione. A presto dunque e un saluto.

  4. Oh no, non ti monopolizzerò il sito mostrandoti quanti “oggetti” letterari abbiamo in comune, sono molti, e poi la mitteleuropa e il mondo slavo in generale sono sempre stati di mio interesse. Inoltre, non corrispondono quasi mai, i libri che vedo elencati qui a sinistra, a mie letture recenti, non potrei quindi, come nel caso de “la donna mancina”, essere sicuro sulla perfezione (faccina che ride) della tua recensione. E’ da un paio d’anni che mi sono sentito costretto a fare, benché in modo molto più limitato, quello che tu ti proponevi in “About”, prendo appunti, una piccola, piccolissima recensione dei libri che leggo. Con ritardo mi sono accorto che col passare degli anni è davvero difficile ricordare libri letti magari vent’anni prima, e, ahimè, il tempo delle riletture comincia ad accorciarsi (non che io sia già vecchio ma pessimista, quello si). E’ con piacere che bazzico spesso dalle tue parti quei titoli fanno da succulenta esca, ed è stimolante leggere recensioni ben fatte, magari mi soffermerò con piccoli apprezzamenti. Per quanto riguarda il tuo ‘essere principiante’ (almeno per come la vedi tu), non mi dirai che sei anche giovanissima -non è per farmi gli affari tuoi, ti assicuro, è una curiosità da lettore, a giudicare dalla tua mancata visione di “il cielo sopra B..” si possono dedurre da ciò solo due cose: o che non hai più di vent’anni, o che sei una gran pigrona (faccina che ride). Saluti

  5. Chiedo scusa, mi è partito l’invio senza aver riletto e corretto.

  6. Non capisco di che cosa dovrei scusarti, Giovanni. In quanto allo scrivere sui libri, mi trovi perfettamente d’accordo: la scrittura a qualsiasi livello amplifica la possibilità di contrastare, almeno per un po’, il lavorio del tempo e spesso permette di rivelare consonanze, collegamenti e quindi percorsi che altrimenti andrebbero persi. Ho usato la parola principiante forse in modo inappropriato, perchè in effetti i libri mi accompagnano da sempre, anche se non posso certo considerarmi una professionista del settore, ma una semplice appassionata. E riguardo al film di cui sopra, sono indubbiamente colpevole di non averlo ancora visto, probabilmente per pigrizia, ma intendo rimediare al più presto. Un saluto anche a te e alla prossima.

  7. A dir la verità, il mio non voleva essere un incitamento, non considero quel film un granché (bellissima l’idea, però), inoltre, pur apprezzando Wenders, considero i ‘due’, abbastanza divergenti. Sarà questa la ragione per cui lavorano bene insieme ? Spero ci farai sapere le tue impressioni quando lo guarderai.

    • Ciao Giovanni. So che, quando guarderò questo film, cercherò le tracce di Handke. Non sono una buona spettatrice nè una buona commentatrice di film. Per qualche oscuro motivo il linguaggio filmico non mi parla tanto quanto quello di questa letteratura che è per me una amata sirena che non smette di attirarmi. E’ la magia della parola scritta che tu conosci molto bene. Un caro saluto e grazie per essere passato di qui.

  8. E’ una sosta dovuta oramai, le tue recensioni oltre ad essere giuste, corrette e accurate, sono anche belle, racchiudono sempre, dietro(leparole), un’idea sorgiva, una percezione, anche minima, che poi rivela complessità interessanti. Oggi tutti fanno recensioni…ehm, mi fermo qua, non voglio entrare in beghe ‘blogiste’ che non mi riguardano e non mi competono. E poi mi diverte verificare/confrontare le tue impressioni dopo una lettura comune, proprio in questi giorni sto leggendo “Di bestia in bestia” …we shall see!

    • Felice, veramente, che ti piacciano. E allora ti attendo nel castello di Osmoc…, diciamo nella biblioteca, tra le righe del nostro impareggiabile Mari. Buon divertimento e alla prossima!

      • Sarà per l’influenza del luogo, seppur virtuale, ma devo ammettere che mai altro invito mi suonò più sinistro, ma al contempo, essendo la vastità del Cosmo per me di certa attrazione, e nè posso dir che il Caso conobbe mai mio diniego, volentieri accetto il tuo invito…
        Scusa il giochino, sto ancora leggendo…alla fine leggerò per bbene.vla tua recensione. Buona serata

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