Wolfgang Hildesheimer, “Tynset”

WOLFGANG HILDESHEIMER – Tynset – Edizioni del Mosaico

Asterusher

“Tuttavia voglio recarmi a Tynset, il mio desiderio s’irrigidisce, non riesco a staccarmene… benché anche Tynset, tutto sommato, non si rivelerà altro che una conferma di quel che ho sempre immaginato e ormai so da un pezzo: cioè ch’io mi muovo in una realtà mostruosa, apparentemente libero, in realtà legato, in una prigionia piena di maltrattamenti nascosti che spesso… no: che talvolta sembrano carezze, ma per le quali dobbiamo pagare un caro prezzo… in una gabbia che non offre possibilità”.

Ci sono libri che ogni lettore deve ad altri lettori, come un regalo, o un lascito, forse perché la fortuna di averli incontrati, per puro caso o prezioso consiglio, si trasforma nella responsabilità di continuare a farli vivere. E’ il caso di questa opera, di questa “prosa monologica” – così l’autore stesso la definisce nel sottotitolo – che, uscita in Italia nel lontano 1968 presso Rizzoli, è stata fortunatamente di recente riedita da una piccola e coraggiosa casa editrice di Tirano (SO), che ne ha prolungato, per così dire, la vita editoriale, dando ai lettori italiani la possibilità di mantenere viva la memoria di una scrittura straordinariamente raffinata e intensa, presentandola in una veste grafica elegantemente curata e dotandola di apparati veramente illuminanti, in grado di offrire ulteriori possibilità per ampliare la conoscenza di Hildesheimer e della sua opera.

Il libro si avvale della traduzione di Italo Alighiero Chiusano, che è anche l’autore di una Postfazione dal titolo allusivo e penetrante: “Tynset, il romanzo dell’insonnia”, nella quale, in poche righe vengono tratteggiati i confini entro i quali si muove il protagonista ma anche il racconto – se di racconto si può parlare – o meglio, entro i quali si muove e vive il corpo del protagonista, mentre il suo cuore, la sua mente, il suo spirito, tutto quello che si suole denominare anima, vagano in una drammatica e ironica libertà, mescolando il presente con lacerti del passato, progettando un futuro in cui si alternano decisi proponimenti ad arrese disillusioni. Scrive Chiusano: “Tynset è il romanzo di una notte d’insonnia […]. Di questa notte d’insonnia è vittima, come tante altre volte nella sua vita, un tedesco che parla in prima persona: un tedesco che vive all’estero (forse in Svizzera, come lo stesso Hildesheimer), in un’enorme casa sgangherata, piena di ricordi e di terrori ancestrali, zeppa degli strumenti di misurazione scientifica di uno zio balzano morto da anni. Unica presenza umana, oltre quella del protagonista, una domestica di età matura, Celestina, cattolica fervente, quasi fanatica, ma insieme macchiata da chissà quale oscuro peccato, che tenta di dimenticare bevendo fino all’ubriachezza e svegliandosi poi più peccatrice e contrita che mai”.

Se non bastassero queste righe a farsi un’idea preliminare dell’ossatura intorno alla quale va fiorendo, intrecciandosi, interrompendosi in un gioco di rimandi, questa prosa monologante, ci si può affidare alle parole dello stesso autore che sempre Chiusano riporta all’interno di una sua intervista a Hildesheimer del 1974, anch’essa contenuta nella Postfazione: “Un libro che lei ben conosce che ha avuto una certa eco anche in Italia: il romanzo – ma è proprio un romanzo? – intitolato Tynset. Ci ho messo tutto là dentro: la mia patologica insonnia, la mia ossessione che alle spalle di noi tutti camminino gli aguzzini, la mia desolata concezione della storia […], il mio amore per la musica […], la mia angoscia del labirinto, un’angoscia che ricorre in moltissimi miei scritti, sotto questa o quella forma, il mio insanabile ateismo e la mia altrettanto insanabile curiosità e tenerezza per coloro che credono, creature che mi riempiono di rabbia e di stupore”.

Nessun dubbio, dunque, sull’identità del “viandante notturno attraverso una casa deserta” la cui voce interiore, sommessa e ininterrotta, dialoga con se stessa – e con il lettore – intrattenendosi e intrattenendolo con tutto ciò che una mente matura – per anni e spessore – colta ed acuta, disillusa e dissacrante, va macinando nel silenzio profondo delle stanze a cui la notte insonne, mentre dorme il resto del mondo, dona un’aura misteriosa, densa di inaspettate possibilità. La prosa monologica di “Tynset” procede proprio con lo stesso ritmo che il pensiero assume quando la mente in attesa del sonno esce dai percorsi obbligati che le impongono il contatto con il reale, quando la mente si libera da strutture e sovrastrutture: un ritmo per forza di cose frammentato e destrutturato. Il lettore non può che lasciarsi irretire da questa insolita struttura narrativa, spezzata e sospesa, che lo chiama ad aderire in modo totale ad un ritmo che sembra rifiutare moduli tradizionali più facili ed accomodanti, non può non subirne il fascino che non è però immediato ma che, pagina dopo pagina, si rivela.

“E’ come se il lettore si trovasse a guardare in un caleidoscopio, che però non compone le sue mille tessere in immagini geometriche, ma si ferma sempre prima della fine della rotazione, prima di arrivare a una forma definitiva e riconoscibile, per cui tutto resta allo stadio conativo. Il lettore è così tenuto sempre sul filo, in una costante altalena di curiosità e irritazione. […] Non ne nasce un discorso compatto, ma un collage di elementi disparati, che riproducono una realtà in cui nulla è stabile, per cui tutto è fonte d’incertezza”, scrive Gabriella Rovagnati nell’Introduzione a cui dà un titolo anch’esso allusivo: “Frammenti di disvelamento di sé”. E’ il corpo stesso della prosa ad essere, anche graficamente frammentato, nel suo procedere in paragrafi spesso conclusi con quei tre puntini di sospensione che alludono ad una possibile continuazione in tempi dilazionati e che ben danno l’idea dello svanire dei pensieri o delle trame narrative in prossimità del sonno o nell’allucinata lucidità dell’insonnia, ma che inducono il lettore all’attesa, anche trepidante e spesso premiata, di una risoluzione del gioco narrativo, di uno svelamento che dia ordine al tutto.

“Tynset” è un contenitore di frammenti che, se venissero riordinati nelle loro concatenazioni, finirebbero per comporre una specie di diario intimo, uno zibaldone di riflessioni sulla natura dell’uomo e sul suo bisogno di senso continuamente illuso o deluso, sulla storia e i suoi drammi, un insieme di ricordi di un passato fatto di viaggi, persone, paesaggi, città, una preziosa raccolta di narrazioni più o meno elaborate e strutturate ma tutte di un livello tecnico altissimo che raggiungono punte di intensità poetica. Ma Hildesheimer affida l’eventuale gioco del riordino al volonteroso lettore che abbia l’assoluta necessità dell’ordine formale; da parte sua concede al flusso di coscienza, al vagare della mente del suo io protagonista, che percorre le stanze buie della vecchia casa, la libertà di ripetere, riprendere e abbandonare e, così facendo, di procedere senza meta in un appassionante, intricato e aggrovigliato percorso.

Quello che ne risulta, alla fine, è un romanzo molto sui generis, che non si può certo riconoscere come tale perché ne nega la struttura; quello che ci si trova a percorrere è un contenitore dimesso di frammenti ad altissima densità, un contenitore dimesso approntato per conservare una materia sovrabbondante elaborata da un abile affabulatore, che è poi quel “tutto” di cui lo stesso autore parla nella sua intervista. Quello che ne risulta è il progetto ambizioso di esprimere il proprio “tutto” decostruendo la prosa tradizionale, sforzando e direi quasi sfondando la struttura romanzesca, cercando di svincolarsi dai passaggi obbligati del genere. Ogni frammento ha il potere di dilatare la voce dell’autore, di donarle echi destinati a ritornare nel gioco dell’amplificazione, così come la notte insonne ha il potere di dilatare gli spazi chiusi della grande casa, di aprirli verso un infinito spaziale e temporale, in definitiva verso il nulla, perché a questo conducono le tormentose riflessioni, gli incubi, le farneticazioni, le ciniche constatazioni, il mulinello di pensieri che chiudono il protagonista nel proprio personale labirinto, destinato ad essere un tutto alla ricerca del nulla, un tutto vano alla ricerca di un altrettanto vano nulla: “[…] io so troppo, so che dove sembra ci sia il buio esso non c’è affatto, che il buio non esiste, che là, visibile solo con telescopi più potenti, ci sono intere galassie, immensi sistemi solari, che da nessuna parte c’è l’agognato, il sospirato nulla bensì qualcosa che si può di nuovo vedere e misurare, via via all’infinito, senza che questo spettacolo e le sue misure aiutino nessuno di noi, una prospettiva sterminata che dimostra solo quel che già sappiamo: cioè che tutto si ripete”.

Ci sono echi leopardiani, ma di un Leopardi moderno e se possibile ancora più disincantato, di un Leopardi in contemplazione di un infinito non più solo immaginato ma raggiungibile con una strumentazione adeguata, un Leopardi privato dallo schermo della siepe, nelle bellissime pagine che Hildesheimer dedica alla contemplazione del cielo notturno dal solaio, un luogo quasi mitico e letterariamente denso di possibilità che l’autore sfrutta in modo straordinariamente abile. Destrutturando il romanzo, l’autore ha trovato un modo tutto particolare di rendere avvincenti le sue pagine, tanto che sarebbe arduo cercare di segnalare i punti salienti di una prosa che riserva innumerevoli sorprese al lettore e che si avvale dell’espediente della concatenazione di eventi, di riferimenti, di ricordi, in mezzo ai quali si aprono isole narrative – penso soprattutto all’episodio dei galli dell’Attica, alla storia del letto invernale, alla lunga novella che si svolge intorno, ma sarebbe meglio dire sopra, il letto estivo – deliziose nella loro compiutezza – apparizione di personaggi reali – la domestica Celestina – e di allucinazioni – il fantasma del padre di Amleto –  una caccia e una forma di vendetta del tutto originali contro aguzzini nazisti torturatori di ebrei nei campi di concentramento, e si potrebbe continuare a lungo.

Ma, a contenere il tutto, ad agire come una sorta di filo logico che dà titolo e inizio al romanzo e che lo conclude e che compare a tratti con una scansione irregolare, c’è Tynset, la meta di un viaggio progettato, caparbiamente perseguito, caricato di illusioni e aspettative e alla fine fatto oggetto di una desolata rinuncia. Una località norvegese, scelta a caso lungo una linea ferroviaria secondaria, si carica all’inizio della notte insonne di tutto il desiderio di dare un senso a quel che resta di una vita: “[…] dovrei andare a Tynset. Un’impresa ardita, eh? Lasciar la casa dopo tanti anni, staccarsi e poi nuotare nell’ignoto o nel non più conosciuto. Sarebbe una meta, l’unica possibile, l’unica pensabile […] gustare i passaggi, godere quel che c’è da godere, il lento mutar di paesaggi, il primo apparire di campi sconosciuti, di acque ignote, i primi segni di latitudini più basse, le promesse del Nord, le prime arie fredde, gli uccelli del vento, le gazze marine… e pian piano cominciar a indovinare che cosa c’è a Tynset e che cosa non c’è”. Un’idea intorno alla quale la mente gioca, che la mente corteggia, raccogliendo intorno ad essa tutta l’energia residua per convogliarla lungo una via di fuga, che è in realtà una fuga verso la fine del mondo – data la natura geografica del luogo individuato come meta – verso una dissoluzione nel nulla, scelta però e decisa in un residuo impeto di libertà. Ma la notte insonne finisce e con l’arrivo dell’alba, l’illusione si dissolve e rimane solo l’attesa di un’altra notte insonne nel labirinto dei pensieri: “in questo letto delle notti invernali, delle notti di luna e delle notti buie, dove sono nuovamente disteso, ben coperto, benchè sia giorno, dove sono e resterò coricato, lasciando svanire Tynset… la vedo svanire là in fondo, è di nuovo lontanissima, ora è scomparsa, il suo nome è dimenticato, disperso come un suono, come un fumo, come un ultimo respiro…”.

9 responses to “Wolfgang Hildesheimer, “Tynset”

  1. Non lo conoscevo; tu me lo fai conoscere. Mi sembra un genere di narrazione che appresso molto. Grazie!

    • Grazie Giovanni, credo anch’io che, quando lo leggerai, non potrai che apprezzare questo autore. D’altra parte quale trama più appassionante di quella che si svolge all’interno di una mente umana? Un caro saluto

  2. Libro bellissimo di cui mi innamorai subito quando lo scoprii e lo lessi. La “… lunga novella che si svolge intorno, ma sarebbe meglio dire sopra, il letto estivo…” è un capolavoro assoluto e vale da sola la lettura di “Tynset”. Un libro incredibilmente misconosciuto pur essendo un vero e proprio imperdibile. E il tuo penetrante nonché ricco e suggestivo commento gliene dà il giusto e meritato riconoscimento.

    • E’ vero, Raffaele, di questo libro ci si innamora, per il suo fascino discreto, per la sua desolata razionalità, arresa alle illusioni e alla più sfrenata fantasia, accettate come condizione dell’esistere, per le trame che si dipanano a dispetto della consapevolezza che ogni trama, alla fine, è inconcludente, una deviazione nel cammino obbligato che al nulla conduce. E, credo, anche per quella sua struttura frammentata che risulta, dopo un poco, stranamente congeniale e corrispondente a quel ribollire di pensieri e sensazioni a cui con grande sforzo a volte si cerca di dare ordine e senso. So che lo conosci bene e so che la tua guida riuscirà ad esaltare il suo valore in tutti quegli aspetti che ho trascurato. Ti ringrazio per il tuo intervento. A presto. Anna

  3. Ma su Amazon non c’è! Mi hai fatto venire la voglia di leggerlo subito. 🙂

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