Carmelo Samonà, “Fratelli e tutta l’opera narrativa”

CARMELO SAMONÀ – Fratelli e tutta l’opera narrativa – Oscar Mondadori

Samona

“Immagini un angelo caduto,” – disse lentamente – “non per superbia, ma per un errore del caso. Conserverà la bellezza delle sue origini, la parola alata, i movimenti fatui; i suoi occhi nasconderanno un mistero, il suo corpo sarà fragile come un cristallo. Ma è un angelo caduto: dunque una creatura anomala, dolorosa e goffamente sublime. E’ umana? Certamente è composita, e dunque è anche umana, ma fra i propri simili rimarrà sola e sperduta e sarà punita e reietta.” (da “Casa Landau”)

Carmelo Samonà, riconosciuto come uno tra i maggiori studiosi di letteratura spagnola in ambito internazionale, pubblica il suo primo romanzo, “Fratelli”, all’età di circa cinquant’anni, nel 1978. Ad esso seguirà “Il custode”, nel 1983, e “Casa Landau”, pubblicato postumo nel 1990. I tre volumi risultano attualmente ancora reperibili, sia pur con qualche difficoltà, da chi voglia conoscere l’opera di un autore coltissimo e raffinato che ha fatto della letteratura per molti anni l’oggetto di uno studio appassionato, per trovare poi una propria voce, personalissima, evocativa e profondamente intensa, in grado di creare uno spazio letterario inedito. 

La presente edizione ha innanzitutto il merito di riunire i tre romanzi maggiori di Samonà agli altri testi brevi da lui prodotti: si tratta del testo teatrale “Ultimo seminario”, del racconto “L’esitazione” e delle prose raccolte sotto il titolo “Cinque sogni”. Il tutto impreziosito da una illuminante introduzione – intitolata “Suoni flebili e opachi” – di Francesco Orlando, parente e amico di Samonà, unico allievo privato di Tomasi di Lampedusa, docente di Letteratura francese e Teoria della letteratura a Pisa, Napoli e Venezia. (Segnalo due tra i suoi numerosissimi saggi che ho potuto apprezzare in modo particolare: “Il soprannaturale letterario” e “Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura”). Ed è proprio dalla sua posizione di osservatore privilegiato – per familiarità e affetto, ma anche per aver scelto, come il cugino, la letteratura come oggetto di studio di una vita – che Orlando chiarisce ai lettori quella peculiarità che caratterizza la parabola professionale ma anche umana di Samonà, quella scelta di diventare autore dopo aver passato gran parte della vita a studiare e analizzare i capolavori della letteratura ispanica. 

Si tratta di risalire all’origine di una vocazione creativa sorta apparentemente molto tardi, dopo lunghi anni dedicati con grande successo all’attività accademica, alla ricerca e, non ultimo, alla produzione di saggi che ancora oggi vengono considerati fondamentali nello studio della letteratura ispanica. “La sua vocazione creativa” – scrive Orlando – “non maturò come naturale prosecuzione o crescita o messa alla prova, come salto di qualità dal passivo all’attivo, di quel culto per la letteratura che aveva fatto di lui un grande studioso. […] La vocazione insorse in ritardo, sotto l’urto di un’esperienza violentemente traumatica che non aveva niente a che fare con la professione o la passione letteraria, che di per sé avrebbe potuto solo disturbarle o paralizzarle”. C’è molto pudore, comprensibile oltre che corretto e rispettoso, intorno al dato biografico dell’autore, al quale Orlando solo accenna, chiarendo però che “è in un vissuto doloroso che affonda lontane radici quella che credo la più profonda ragione di attualità della sua narrativa”. E il vissuto doloroso di Samonà deve aver avuto a che fare con la malattia mentale, con un contatto intimo  e continuativo con la malattia mentale, tanto che tre dei suoi testi narrativi devono in buona parte a lei quel senso di straniamento, ma anche di apertura a nuove suggestioni che li rendono così unici e a loro modo avvincenti. 

Tutti i testi, sia i tre romanzi maggiori che le prose brevi, recano l’impronta e insieme il controllo di una soggettività potente che si manifesta nella scelta narrativa della prima persona e che attira immediatamente il lettore in una sorta di intimità conturbante con la personalità dello scrittore e del suo alter ego, questo io narrante che, di volta in volta, costringe a percorrere tragitti mentali faticosi ma anche avventurosi. Leggendo Samonà si ha l’impressione di ritrovarsi ad un passo da lui, all’interno di quella sfera di elucubrazioni, emozioni e sensazioni che si dipana in spazi sempre più ristretti, dove la concretezza dei luoghi consueti della vita si avvicina, coincide e infine si lascia sostituire dai fervidi ed inesauribili paesaggi che la mente – specialmente se costretta in situazioni inconsuete – sa creare. 

La sua scrittura sembra avere la necessità della reclusione, la sceglie come condizione indispensabile alla sua piena possibilità di crescere, deve abitare entro limiti ristretti per poterli travalicare con le sue sole forze. Nei romanzi maggiori, l’appartamento, la prigione, la villa, realizzano la concretezza di tale limite e diventano terreno fertile per nutrire gli innumerevoli microscopici movimenti di un’azione fisica che cede continuamente alla tentazione di sconfinare nel ben più suggestivo territorio che la mente può mettere a disposizione. Così l’appartamento, la prigione e la villa diventano subito, pur nella loro apparente normalità, degli inaspettati luoghi in cui si annida e fiorisce quella sorta di fascino letterario che appare al lettore sorprendente e impossibile da replicare con la stessa forza e originalità. Nel suo saggio introduttivo, Orlando fa notare che, come la vocazione artistica è nata in Samonà come conseguenza di un’esperienza traumatica, così un trauma è ogni volta all’origine del movimento narrativo dei suoi romanzi, “una frattura nella continuità temporale che rende penosamente difficile misurare un dopo come ritrovare un prima”. 

Reclusione e sospensione ritagliano nello spazio e nel tempo spazi e tempi circoscritti che l’autore dilata con la forza della parola, trasformandoli in qualcosa d’altro, qualcosa che richiama alla memoria i viaggi manganelliani nei suoi spazi puramente letterari ma così densi di infinite possibilità. Ciò si riscontra forse nel modo più puro e assoluto nel romanzo “Il custode”, un testo apparentemente impossibile da scrivere e soprattutto da declinare in una trama, in cui il protagonista – l’io monologante – si trova sequestrato in una cella che è una nuda stanza, senza motivazioni, senza memoria, privo di passato e di futuro. Eppure le pagine procedono trascinate da un movimento narrativo in grado di cogliere minimi particolari, di ampliarli, di trasformarli e di renderli il punto di partenza di sogni e allucinazioni: oggetti, indumenti, fioche voci, variazioni della luce, la lontana presenza di un carceriere che non compare mai se non nelle ultime righe. 

Nei testi di Samonà, il trauma consiste – per usare le parole di Orlando – “tre volte nella malattia mentale di un o una adolescente; oppure in un misterioso sequestro, in una visitazione inspiegabile, in una incombenza di morte”. La malattia mentale è dunque la chiave che permette di accedere – forse perchè ne è all’origine – all’universo creativo dell’autore, tema o – per dirla con Orlando – momento fondamentale dei romanzi “Fratelli” e “Casa Landau” e del racconto “L’esitazione”. Una malattia che, in “Fratelli” non è solo descritta, ma vissuta in una quotidianità che è fatta di infinite strategie. “Vivo, ormai sono anni, in un vecchio appartamento nel cuore della città, con un fratello ammalato. Nessun altro abita con noi, e le visite si fanno rare. Ultimi rimasti di una famiglia che fu numerosa al tempo della mia giovinezza, ci muoviamo, ora, in una complicata gerarchia di silenzi”: l’incipit perfetto introduce il lettore nell’atmosfera ovattata del romanzo dove il giovane malato e il fratello che se ne prende cura, senza nessuna speranza di poterlo guarire o di assistere ad un suo miglioramento, convivono in una intimità che al di fuori della malattia mentale sarebbe forse impossibile, in un susseguirsi di contrapposizioni e di cedimenti, di lotte e di rese a quell’oggetto invisibile, quella forza ostile che va di volta in volta blandita o sottomessa. “Ho imparato che bisogna fingere di accettare la malattia come qualcosa che ci integra e ci appartiene, alla stregua di un prolungamento insano dei nostri corpi: una cerimonia consacrata, dunque, capillare e incessante, un codice casalingo radicato nei nostri gesti. E i risultati sono anche apprezzabili. Oso dire che questa familiarità, assicurandomi una conoscenza più intima e agguerrita del mio antagonista, mi mette, paradossalmente, in una situazione di vantaggio rispetto a esso”. La casa – “… penombre di velluti, strani pezzi d’argento, miniature in legno e in avorio, bracieri, armature di latta, porcellane…” –  è il teatro, di volta in volta asfittico labirinto o porta d’accesso a illusorie e infinite realtà, in cui i fratelli mettono in scena la loro imprevedibile quotidianità. Che è fatta dei faticosissimi gesti necessari ad una dignitosa sopravvivenza, ma anche – e soprattutto – degli impulsi discordi, degli sbalzi d’umore e della strana quiete in cui di volta in volta la malattia si manifesta: “… mio fratello sembra la vittima occasionale di una presenza estranea di cui subisce pazientemente e al tempo stesso interpreta col proprio corpo, i capricci […] forse è lui che possiede il controllo della malattia, la piega ai suoi voleri e la costringe a rappresentare umilmente uno spettacolo ininterrotto”. 

Il tempo sospeso della casa è riempito da una serie di strategie che il fratello sano mette in atto per controllare e contenere ma anche per mantenere in vita un rapporto affettivo che faticosamente sopravvive. E’ qui che potentemente entra in gioco la letteratura, o meglio, l’immaginario letterario, che l’autore utilizza in un certo senso per sublimare la malattia e i suoi sintomi e per renderla occasione di evasione salvifica dalla realtà: i piccoli e grandi viaggi (“le fantasie di dimore sotterranee o volanti”), i giochi mimetici (“Giochiamo al volo di Icaro”), la recitazione teatrale (“Mio fratello […] non solo è capace di interessarsi a qualsiasi intreccio ben congegnato, ma vi penetra dentro felicemente, e la sua lingua si avvantaggia del travestimento fino a cambiare, in pochi secondi, lessico e intonazione e a costringere il corpo a un’economia di gesti che sembrava irrealizzabile poco prima”), e poi le storie, fiabe, romanzi, pezzi di melodrammi “scomposti, rivoltati, ridotti a poltiglie narrative che serbavano, dei testi originali, solo impercettibili tracce”. Giochi come cura dell’incurabile, li definisce Orlando, e che contribuiscono a costruire una realtà che è altro rispetto a quella della cosiddetta normalità, altro dalla malattia, ma che possiede tutta la libertà dell’invenzione letteraria. C’è una progressione nel romanzo, lentissima e quasi impercettibile, che conduce il sano a coinvolgersi sempre più nella logica irrazionale del malato, a rinunciare alla scrittura nel momento in cui si accorge che nell’altro sta per spegnersi la parola. Da questa progressione per l’io narrante è impossibile sottrarsi, per il senso di responsabilità che è un altro dei temi dominanti di Samonà, che accomuna “Fratelli” a “Casa Landau”. 

Ancora la follia, questa volta modulata in un rapporto a tre – il giovane protagonista, la fanciulla malata e il padre, quel vecchio professore definito da Cesare Segre “uno dei personaggi più straordinari della letteratura moderna” – e ancora il senso di responsabilità del ragazzo deciso a salvare la fanciulla, prima da una supposta prigionia e poi dalla sua malattia, curandone gli oscuri sintomi. E ancora – e come potrebbe essere altrimenti – l’irrompere della letteratura nel processo di formazione che vede il giovane avvicinarsi faticosamente all’età adulta, mettendo piede in casa Landau. La passione per i romanzi di Walter Scott e di Verne, di Stevenson, Balzac, Victor Hugo e Manzoni si mescola a quella nascente per l’oscura dama piena di fascino e di mistero, a tal punto che il giovane finisce per prendere su di sè il significato dei racconti, portando sulle spalle il peso delle loro trame, l’ingiustizia e l’oppressione dei più deboli, le vicissitudini delle innocenti eroine. Nasce così l’idea dell’inveramento: “Un giorno intuii la forza che il pensiero può vantare nei confronti di ciò che comunemente chiamiamo la realtà circostante. Supposi che alcuni dei personaggi dei libri continuassero a vivere in mezzo a noi e a riprodurre le loro storie senza che ci rendessimo conto che erano là. Mi convinsi che vederli non era impossibile, e ciò non solo per l’efficacia con cui l’autore li disegnava, ma grazie, anche, all’energia che si accumula, col tempo, nella lettura. Occorreva immergersi nei racconti, scoprire la fonte di quell’energia e liberarla. Io mi sentii in grado di farlo. Dovevo, durante il giorno, serbare intatto il ricordo dei libri e guardare con la massima intensità le persone e le cose in cui m’imbattevo; infine aspettare che in una di queste, ovunque il destino avesse deciso di favorirmi, si compisse il miracolo […] Misi al centro dei miei pensieri la donna della finestra e cominciai a studiare (o a presagire) modifiche dei romanzi che ruotassero intorno a quell’unica forma che mi pareva inspiegabile e che però vedevo concretamente”. Nel momento in cui l’io narrante esce da questa sorta di gioco mentale e inizia realmente a condividere col vecchio padre la responsabilità della cura e a studiare i sintomi di quella strana follia di cui la ragazza è affetta, il romanzo si interrompe perchè l’autore, malato da tempo, muore. 

Ancora una volta il tema della follia e del senso di responsabilità – questa volte fatto tacere, per stanchezza oppure cedendo ad una tentazione, comunque ignorato nel momento più difficile – sono al centro del racconto breve “L’esitazione”, scritto, si apprende dall’introduzione, negli ultimi giorni di lavoro e di vita di Samonà. Sembra qui di toccare il fondo dell’angoscia che la follia porta con sè in chi ne è affetto e in chi cerca di prendersene cura. Qui non c’è spazio per evasioni, per giochi letterari, per l’invenzione di trame, qui non ci sono vie di fuga. Sono pagine cupe e pressanti, che interrogano la coscienza e sollevano dubbi insolubili, ambientate in uno spazio selvaggio e pericoloso di boschi e rupi, nel buio cieco di una sola notte. Un racconto che apre interrogativi e si conclude con domande a cui nessuno potrà mai rispondere sullo spazio esiguo che sta tra il desiderio di fuga e il desiderio di morte, tra la rinuncia motivata e convinta a portare soccorso al folle e l’inconscio desiderio della sua morte. 

Il volume comprende anche due testi che si possono definire più propriamente autobiografici: il testo teatrale “Ultimo seminario” –  in cui un anziano professore prende congedo dai suoi studenti dicendo loro di non avere più argomenti su cui tenere un seminario e di aver esaurito testi, autori o concetti su cui lavorare, dopo aver incontrato qualcosa che lui chiama l’Altro, l’ineffabile – e la raccolta di testi brevi dal titolo “Cinque sogni” che sono costituiti dalla trascrizione dei sogni più significativi fatti dall’autore nell’ultimo periodo della sua vita quando già aveva la cosapevolezza di essere affetto da una malattia mortale. Sogni introdotti e conclusi dalla voce dello stesso autore, testimonianza tanto più preziosa se si pensa che risale al febbraio 1990 e che la sua morte avverrà il 17 marzo dello stesso anno.

Si conclude così un libro che ritengo preziosissimo, le cui pagine sono la riprova che le trame che tengono avvinto il lettore sono in realtà percorsi interiori, solchi e tracce in territori altrimenti inesplorati. Possiedono l’arcano potere di attrarre perchè risvegliano echi e richiami. Dove mai altrimenti questi luoghi chiusi e asfittici, teatro di malattie, traumi, legami irriducibili, gabbie costruite dal senso di responsabilità, tentazione e rinuncia alla fuga, potrebbero attingere quel loro potere di attrazione? E sono trame senza fine, perchè le parole della letteratura costruiscono edifici di senso per loro natura incompiuti.

4 responses to “Carmelo Samonà, “Fratelli e tutta l’opera narrativa”

  1. Molto bello questo tuo post. Di Samonà ho, colpevolmente, letto solamente lo splendido “Fratelli”.

    • Splendido, hai ragione. “Il custode” è forse più estremo, ma a suo modo perfetto. Se ti piace Manganelli (penso in particolare a “Dall’inferno e a “La palude definitiva”), qui ritroverai una scrittura analoga, raffinatissima e capace di costruzioni narrative che partono da dati reali apparentemente poverissimi. “Casa Landau” ha il respiro del grande romanzo e io credo che avrebbe potuto essere il capolavoro di Samonà se la morte non gli avesse impedito di portarlo a compimento. Un grande scrittore italiano, come tanti quasi dimenticato.

      • A proposito di Manganelli ricordo ancora l’estate (è passato già qualche anno) in cui per caso mi capitò per le mani “Centuria”. Una vera illuminazione. Dopo un lungo periodo in cui faticavo a trovare una pagina capace di sorprendermi, quell’estate lessi tutto Manganelli – un sogno o incubo
        (e mi riferisco ai titoli che giustamente citi), ma, in ogni caso, alta letteratura. Ciò non toglie la necessità di riprendere Samonà per mezzo dei testi che suggerisci. Grazie per la suggestione.

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