Paolo Miorandi, “Verso il bianco – diario di viaggio sulle orme di Robert Walser”

PAOLO MIORANDI – Verso il bianco – diario di viaggio sulle orme di Robert Walser – Exòrma.

“Negli anni in cui il male di vivere si era fatto più intenso e la sottile scorza che ricopre la nuda vita si era crepata, forse nulla mi ha dato più conforto dei libri di Robert Walser. Li ho letti come un credente legge le vite dei santi, per rinnovare la preghiera di una bellezza al termine dell’angoscia, di un felice oblio nella resa di ogni volontà e scopo, di una gioia ancora possibile nella sottomissione alle nuvole, al vento e alle strade che non conducono da nessuna parte.”

L’anima schiva, delicata e gentile di Walser che inseguì così tenacemente l’aspirazione a divenire uno zero assoluto, che da un angolo in disparte osservò il mondo e la vita con gli occhi di un povero poeta disconosciuto, non avrebbe forse mai immaginato che i suoi scritti, dopo quella sua morte così commovente e così misteriosamente affine alla sua essenza più profonda, avrebbero suscitato un’ammirazione quasi religiosa in quel tipo di lettore che per insondabili motivi prova una sorta di consolazione al cospetto della purezza che li contraddistingue. E non si può certo negare che quella invisibilità agli occhi del mondo a cui tanto aspirava non sia stata raggiunta, unitamente però, nel corso del tempo, all’inevitabile attenzione – ammirata e anch’essa discreta, quella che si dà allo splendore fragile di ciò che è irripetibile e inimitabile – di grandi del calibro di Kafka, Benjamin, Musil, Hesse, e ancora, Canetti e Sebald, che gli hanno riservato un posto privato, del tutto avulso da correnti e tematiche, tra i grandi scrittori della letteratura tedesca del Novecento. 

Da una generazione all’altra esiste insomma un passaggio di testimone in questo esercizio di ammirazione di cui il lettore odierno può usufruire, ed è in questo contesto che Miorandi si colloca intraprendendo il suo viaggio. Chi si accinge ad aprire le pagine di questo libro deve superare una iniziale diffidenza, perchè si stenta a dare fiducia a chi oggi si proponga di accostare la propria scrittura alla vita e all’opera di Walser, di fare cioè di queste ultime l’occasione per sostenere e motivare una qualsivoglia produzione personale, come se questo potesse violare uno spazio che si vorrebbe preservare da indebite intromissioni. Ma bastano poche pagine, addirittura poche righe per dissolvere ogni sorta di prevenzione, perchè appare da subito evidente che per l’autore Walser non rappresenta un pretesto o un facile sotterfugio per nutrire la propria scrittura innestandola sul valore di un’altra. Miorandi scrive sotto l’effetto di una rivelazione, ripercorrendo per sé e per i suoi lettori le tappe di un pellegrinaggio laico che si snoda tra luoghi ed eventi, ma lasciando anche che la propria scrittura, in alcuni momenti di pensosa e misurata prosa poetica, riveli le ripercussioni profonde che la lettura dei testi walseriani ha nel tempo suscitato in lui, come uomo e come scrittore. E lo fa con umiltà e delicatezza, lasciandosi guidare dalle parole dei grandi che prima di lui si sono appassionati ad una scrittura in cui “ogni riga […] è come se volesse far dimenticare quella precedente. Una scrittura che non traccia piste, ma cancella impronte” (scrive Miorandi riportando un’osservazione di Benjamin). 

Ma è proprio dalle impronte, dalle ultime sette impronte che i piedi di Walser imprimono sulla neve nell’ultima passeggiata della sua vita, raffigurate nella nota e terribile fotografia che riprende anche il suo corpo morto, che l’autore inizia il suo pellegrinaggio, che è anche un viaggio di avvicinamento e persino di immedesimazione. “Due sono le necessità che convocano il pellegrino sulla strada: fare penitenza e rendere grazie. Questo viaggio sarà il mio atto di penitenza e ringraziamento. Dovrò inventarmi un cammino che sia allo stesso tempo di memoria e oblio, perchè il dolore chiede di ricordare e la guarigione di dimenticare. Mi muoverò a ritroso partendo dal segno che il corpo ha deposto sulla neve. Indietreggiando lascerò a ogni passo un’orma davanti a me. Ogni parola sarà dunque un commiato: all’albero, alla pietra, alla chellerina, all’orologio del campanile, alla sagoma dei monti che la luce del tramonto ritaglia nel cielo”. 

Sette passi dunque, e sette capitoli, nell’intento, perseguito come una necessità, di sostare a lungo, senza fretta e senza scopo apparente, nei luoghi in cui Walser ha trascorso gli ultimi ventitré anni della sua vita e dove è morto, a Herisau, la cittadina della Svizzera orientale dove sorgeva il manicomio in cui era ricoverato, nell’intento di respirare la stessa aria, di guardare con gli stessi occhi, di ripercorrere i tragitti delle sue instancabili e interminabili passeggiate. Perchè “a Herisau, Walser lavora alla costruzione della propria invisibilità”. Anche questo viaggio necessita di una mappa – “La fotografia in bianco e nero del suo corpo disteso sulla neve in un sonno inquieto sarà la mia mappa”, scrive Miorandi – di guide – le opere di Walser e le parole di tutti i libri che l’autore cita in appendice (“Grazie alle parole di”) – ma soprattutto, di “un cuore predisposto allo smarrimento”, qualità che accomuna Walser ai suoi lettori. 

Uno dei motivi che rendono apprezzabile e suggestivo questo libro è l’assoluta naturalezza con cui il suo autore, mentre va compilando il diario del suo viaggio – che è anche e soprattutto un viaggio interiore – lascia un ampio e doveroso spazio alle parole di Walser che sembrano dialogare con le sue, sollecitandole e offrendo loro occasioni per divenire dense di quella “felicità che si presenta in forma di dolore”. La stessa naturalezza gli permette di far riecheggiare ciò che nel passato è stato scritto su “questa specie di poeta” – come lui stesso si definiva, aggiungendo: “la cosa più vana e inutile possibile” –  oppure di ritrovarlo come un’ombra fugace in altre sue letture, nelle scritture che si assomigliano perchè “lottano costantemente contro il dolore e vivono all’interno dell’istante in cui il dolore tace e il mondo torna a brillare come una foglia o un sasso terminata la pioggia” (così Benjamin sui personaggi di Walser).

L’unico bagaglio che Miorandi porta con sé in questo viaggio è infatti una valigia piena di libri che offre al lettore per permettergli di ripercorrere lo stesso tragitto e di non disperdere le suggestioni che lui stesso ha contribuito a creare. Forse ciò che li accomuna è soprattutto la leggerezza, la cifra che maggiormente risuona in queste pagine nonché nelle parole di Walser con cui l’autore sceglie di aprire il suo libro: “Ma ho ancora una cosa nella mente: sarebbe bello fare il saltimbanco. Un famoso funambolo, con i fuochi artificiali sul dorso, le stelle sopra di me, un abisso accanto, e davanti una via così piccola, così sottile, su cui avanzare”. La stessa leggerezza con cui Philippe Petit, il funambolo che ha compiuto la traversata delle Twin Towers, nel suo “Trattato di funambulismo” scrive: “un buon funambolo ce la mette tutta per far dimenticare al pubblico i pericoli, per distoglierlo dai pensieri di morte con la bellezza di ciò che esegue sul cavo”, la stessa che si ritrova nelle parole di Virginia Woolf, di Antonia Pozzi, di Fleur Jaeggy, di Herta Müller e di tutti gli altri che Miorandi predilige forse perchè sanno che “serve grazia per affogare senza creare troppo disturbo”. 

Si compie insomma tra queste pagine un gioco di affinità che al lettore appaiono stranamente familiari e in un certo senso liberatorie, perchè confermano quanto la grande letteratura sia in grado di consolare nello stesso istante in cui percorrendolo, rappresentandolo o arrendendosi ad esso, rende più sopportabile il dolore del vivere, e si è grati a Miorandi per averlo dimostrato così bene: “Ogni mattina, nei miei lunghi anni di silenzio, ho chiesto a Walser di parlarmi ancora una volta di quello spazio bianco, di dirmi qualcosa riguardo a quel luogo che sta al di là della sconfitta, dove, in certe ore fortunate, sembra quasi che la resa si confonda con la salvezza”. 

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6 responses to “Paolo Miorandi, “Verso il bianco – diario di viaggio sulle orme di Robert Walser”

  1. Letto e ha meravigliato l’affinità tra i due scrittori. La capacità e sensibilità di Morandi di “leggere” e raccontare Walser sono così acute che a volte si confondono le loro stesse parole e non si sa dove finisce uno e inizi l’altro. Veramente toccante.

    • dietroleparole

      Hai ragione, è proprio così. Miorandi ci ha concesso il privilegio di entrare in quella affinità che a volte si crea tra un autore e il suo lettore. Un gioco di riconoscimenti al quale è bello partecipare. Grazie Marina.

  2. Pingback: Paolo Miorandi, “Verso il bianco – diario di viaggio sulle orme di Robert Walser” — dietroleparole.it | appunti di lettura | l'eta' della innocenza

  3. Un libro meraviglioso. Ti consiglio l’ultimo di Miorandi, uscito da pochissimo, L’unica notte che abbiamo

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