ALBERT DRACH, “Il verbale”, Forum

Traduzione di Luigi Forte, prefazione di Claudio Magris e postfazione di Luigi Reitani

“E così Zwetschkenbaum si trovò alla pianta attorno a cui doveva girare ogni qualvolta il mondo girava con lui, e da cui egli non poteva staccarsi. Pensava che qui c’era un albero che, nel modo in cui si chiamava, aveva certo un bel nome per un albero, ma brutto per un uomo. Pensava che a loro (gli ebrei appunto) avevano dato nomi con cui li si poteva mostrare a dito, e li si era cacciati fuori nel mondo a pedate e il nome dovevano portarlo in viso, nel corpo, nell’andamento ricurvo, nella lingua, in tutto ciò che un tanghero d’impiegato ubriaco aveva appeso loro al collo, come la medaglietta di riconoscimento di un cane, e dovevano portarlo bollato a fuoco sulla pelle, nelle membra rotte dal pogrom, sulle spalle curvate dal ghetto e nel cuore che trasale come quello di un animale catturato e stretto nella mano.”

“Il verbale” dello scrittore austriaco Albert Drach viene proposto ai lettori nella presente edizione con il corollario di due scritti di pregio che lo arricchiscono e lo accompagnano: l’introduzione di Claudio Magris e la postfazione, dal titolo “Nel segno di Caino”, di Luigi Reitani, direttore della collana “oltre” delle edizioni Forum, nella quale il volume è inserito, collana che intende raccogliere e presentare libri preziosi di poesia, narrativa e saggistica collocabili nell’ambito della cultura mitteleuropea. Un libro che va mantenuto vivo nella memoria dei lettori per il suo valore, ma anche per quel pezzo di mondo che rappresenta e da cui è stato generato, immediatamente identificabile dal nome e dalla natura del suo protagonista: l’ebreo chassid Schmul Leib Zwetschkenbaum, “di confessione mosaica, celibe, di professione studioso del Talmud, senza fissa dimora”, nativo di Brody, in Galizia orientale, e approdato, tra fughe e vagabondaggi nel cuore dell’impero austro ungarico negli anni drammatici in cui il primo conflitto mondiale si avvia alla sua conclusione e nel periodo immediatamente successivo.

Il rappresentante di un mondo scomparso, quello ebraico orientale degli shtetl, ai margini dell’impero, che si ritrova nel cuore dello stesso impero nel momento del suo inarrestabile crollo. Zwetschkenbaum arriva da molto lontano, lontano da dove verrebbe da chiedersi, citando il titolo del bellissimo libro che Magris dedica a Joseph Roth e alla tradizione ebraico-orientale. Arriva da quella Galizia che Martin Pollack definisce nel suo libro “il cuore scomparso della Mitteleuropa”, dai villaggi e dai ghetti ebraici che Roman Vishniac percorre per lasciarci come preziosa eredità i magnifici scatti raccolti nel volume “A vanished world”, dalle strade su cui si affacciano “Le botteghe color cannella” di Bruno Schultz. Mondi scomparsi, “patria dei senza patria”, come Magris li definisce, che però hanno dato vita alle atmosfere di cui tanta alta letteratura mitteleuropea si è nutrita.

E’ da questo mondo che Drach, scrittore viennese appartenente ad una famiglia della borghesia ebraica, trae ispirazione per creare il protagonista del suo libro, scritto tra il 1939 e il 1940 ma ambientato un ventennio prima. O meglio, è da quel mondo che pesca il buon Zwetschkenbaum, ingenuo eroe, di una bontà al limite dell’irritante, inerme e tutto chiuso nel cerchio anacronistico di una spiritualità radicata e inestricabile dalla sua essenza più profonda, per gettarlo in pasto alle sopravviventi strutture burocratiche di un’Austria felix ormai giunta alla vigilia del suo ineluttabile tramonto.

Come ben sottolinea Reitani nel suo illuminante contributo, “Il verbale” può essere definito per molte delle sue caratteristiche un romanzo picaresco: per la sua vena grottesca, a tratti amaramente comica, per tutte le situazioni avventurose, imbarazzanti, ingiuste e per lui incomprensibili, che l’ebreo chassidico è costretto a vivere e a rivivere senza venirne a capo, anzi, ritrovandosi ogni volta al punto di partenza, prigioniero di un ingranaggio avvilente e assurdo. Parente, per quel suo essere costantemente fuori posto, vittima imbelle e inconsapevole di un dramma che sfocia facilmente in farsa, del buon soldato Švejk del capolavoro di Jaroslav Hašek, ma anche e forse più propriamente del “fantaccino paziente” Piotr Niewiadomski, il protagonista de “Il sale della terra” di Józef Wittlin, che con Schmul Leib Zwetschkenbaum condivide l’origine galiziana.

Ma ciò che rende particolare e unico il romanzo di Drach, sostenendo e acuendo la sua atmosfera straniante e grottesca, è la scelta di racchiudere la materia narrativa all’interno di una verbalizzazione protocollare stesa in terza persona da un verbalizzatore anonimo che solo alla fine del romanzo si paleserà. Da qui ovviamente il titolo del romanzo che in tedesco recita letteralmente “il gran verbale a carico di Zwetschkenbaum”. Una scelta che, ovviamente, implica anche l’adesione ad uno stile ben preciso: le disavventure del soggetto in esame vengono depositate agli atti da un narratore anonimo che deve mantenersi impersonale e che utilizza il linguaggio in uso negli ambienti legali. E’ attraverso questo filtro che il lettore viene edotto con dovizia di particolari della tragicomica vicenda che inizia e termina sotto un albero di susino, intorno al quale Zwetschkenbaum sembra costretto a girare come se questo fosse il suo ineluttabile destino, forse perchè susino è il significato del suo nome.

Dall’ombra del susino ha inizio la serie di fraintendimenti e di ingiuste accuse che lo trascinerà, povera e inconsapevole pedina, all’interno dell’ingranaggio ben oliato della giustizia austriaca in balia dei burocrati che la rappresentano, inadatti a cogliere la verità in quanto, come afferma Reitani, accecati dalla “pretesa di catalogare l’infinita varietà del mondo in schemi stabiliti una volta per sempre, di ridurre la vita a un caso regolato dalle procedure, in cui non c’è spazio per l’imprevisto, ma solo per le eventualità contemplate dai regolamenti”. Prigione, manicomio, tribunale, ospedale, sono le tappe della via crucis che l’uomo è costretto a percorrere, accusato di furto (di susine) e poi di incendio, giudicato affetto da schizofrenia, da paranoia, da idiozia, ma poi anche affidato al controllo di imbroglioni, ladri e lestofanti, picchiato ripetutamente dai compagni di cella, sottoposto ad una inutile e pericolosa operazione, costretto per la sua ingenuità ad un matrimonio con una prostituta, per ritrovarsi infine sotto lo stesso susino accusato nuovamente di furto, al punto di partenza di una sequela di avvenimenti nefasti che, come si può prevedere, ricomincerà, perchè non si esce da un labirinto così ben organizzato.

E in ogni passaggio Zwetschkenbaum appare contemporaneamente vittima e corresponsabile del suo destino avverso a causa della sua natura di uomo arrendevole e imbelle, ma, soprattutto, della sua spiritualità tutta particolare, di ebreo strettamente osservante che lo spinge ad addossarsi colpe non sue, a sopportare senza ribellarsi soprusi, botte e insulti per avvicinarsi con la sua arrendevolezza all’esempio del patriarca Giobbe. “Lui Schmul Leib Zwetschkenbaum […] si sarebbe messo in salvo dai russi, e i pochi contanti trovatigli addosso – sei centesimi – e un fagotto con due camicie sporche, un paio di calze stracciate, oltre a qualche libro scritto in ebraico, costituirebbero tutto il resto del suo patrimonio. Sotto il susino si sarebbe seduto (letteralmente era venuto a sedersi) perchè nei dintorni non c’era nessun altro albero. Non aveva affatto pensato di essersi imbattuto proprio in un susino, nè aveva esaminato in tale prospettiva il prodotto arboreo. Era invece rimasto seduto all’ombra assai incerta dell’albero, leggendo un libro incomprensibile per gli abitanti del luogo. Quindi aveva invocato il gran Dio a testimone di come sia bello questo mondo, senza neppure pensare lontanamente al susino, sotto il quale tuttavia sedeva. Infine aveva citato la Bibbia in ebraico e declamato con voce cantilenante i versi di un poeta ebreo, il quale rende noto che anche i fiori eseguono la preghiera ebraica del pomeriggio alle quattro e mezzo, con tutti gli scuotimenti e gli ondeggiamenti di rito”: in questo modo il buffo e anacronistico eroe del romanzo compare per la prima volta nello scritto del verbalizzatore che per tutte le lunghissime pagine che va elaborando non perderà occasione per rimarcare con il suo freddo e pignolo stile burocratico la evidente colpevolezza di un soggetto così strambo, così misero, così evidentemente menzognero, così ebreo.

E in effetti l’antisemitismo, diffuso nel mondo austriaco – e non solo – già negli anni venti, su cui farà facilmente presa l’ideologia nazista, può essere considerato uno dei temi del romanzo, affrontato però nello stile fortemente satirico di Drach. Come afferma Reitani, la figura dell’ebreo chassidico creata dall’autore “ha aspetti senza dubbio stereotipati, in parte ricavati dall’immagine dell’ebreo orientale così come essa si andava diffondendo nella pubblicistica e nella letteratura di quegli anni. […] Il lettore non si trova dinanzi una figura autentica, ma ciò che di quella figura viene percepito attraverso il filtro di schemi ideologici e pregiudizi”. Eppure ci sono dei momenti in cui persino la voce asettica del verbalizzatore sembra cedere un poco e persino la figura così miseranda di Zwetschkenbaum sembra assurgere ad una certa nobiltà, finendo per inceppare per un attimo il meccanismo burocratico che lo sta intrappolando. Sono i momenti in cui egli racconta, sotto forma di parabole, i sogni, gli incubi e le visioni che con una certa regolarità lo visitano, nel sonno e da sveglio, e che forse, di volta in volta, con la loro purezza o con l’inquietudine che suscitano, riescono ad insinuare almeno un dubbio, nell’anima miope dei suoi censori e anche del suo verbalizzatore, a farli sostare sulla soglia della “dolente umanità” del suo cuore, perchè “la forza di gravità che tende a trascinarlo verso il fondo” – come afferma Magris – “non soffoca la gioia della danza, di quella festosa e religiosa danza chassidica che nell’armonia di spiritualità e sensualità esprime una misura integra e totale della persona. Come i santi chassidici, Zwetschkenbaum sa che non bisogna dar troppa corda neppure a Dio, ma da questa vernacola confidenza religiosa trae la forza di resistere alla ripetizione del male e all’astuzia della Storia, che talvolta può assumere anche l’aspetto d’un innocente albero di susine”.

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5 responses to “ALBERT DRACH, “Il verbale”, Forum

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  2. A quando una tua recensione? Manca, manchi

  3. Francesco Luigi Bovi

    Carissima Anna!
    Come non accettare il tuo invito a mantenere viva nella nostra memoria di lettori tuoi proseliti quest’opera “per quel pezzo di mondo che rappresenta e da cui è stato generato”, il cui autore tu hai abilmente scoperto, letto e capito a fondo nella sua scrittura con una competenza che ti rende ormai la “nipotina” di Claudio Magris, degna erede di una conoscenza non comune di questa meravigliosa letteratura mitteleuropea.
    Cosicché, quando ho iniziato a leggere le pagine che compongono il “Grosse Protokoll” redatto contro Zwetschkenbaum, mi sono sentito subito immerso in un’atmosfera narrativa sì ossessiva, per il lessico ripetitivo e pedante in uso presso i burocrati austro-ungarici “Ka und Ka”, ma nel contempo familiare e fascinosa per gli ascendenti illustri, le cui sembianze letterarie si materializzano nel corso della lettura. Ed anche terrifica se vuoi per le apparizioni ora di guitti da processo kafkiano, ora di homunculi generati da Paracelso.
    E sebbene il bravo Reitani abbia ragione da vendere, nel definire “Il verbale” un romanzo picaresco, io aggiungerei… una ballata medioevale del buon ebreo cassidico, golem fuoriuscito dal ghetto praghese e braccato dai cristiani. Oppure la storia di un ebreo errante, ma di certo più sfigato di quell’altro ebreo senza fissa dimora narrato dal duetto Fruttero & Lucentini (ma come facevano a scrivere in due?).
    Tant’è che in un passo del libro viene amaramente verbalizzato da Drach tutto il vissuto di quest’ebreo ricurvo venuto da lontano da dove, e non solo il vissuto tragico, ma anche profeticamente tutto quello che sarebbe accaduto di lì a poco (essendo il racconto scritto tra il 1939 e il 1940) … “Più curvo del solito, egli mise in mostra quei millenni di cattività egiziana, di persecuzioni, di segregazioni nel ghetto, di cremazioni, di eccidi della sua razza, compreso tutto ciò che poteva aggiungersi in sovraccarico nel corso dei tempi a venire, come altresì il suo più modesto, affatto personale destino.”
    Grazie a te Anna e alla tua grande capacità pedagogica e formativa nel trasmettere le sensazioni più vive e spontanee che trai dalla lettura, posso dire ancora una volta di aver conosciuto un altro autore insostituibile per la comprensione di questo “vanished world”. Ti abbraccio affettuosamente!

    • Carissimo Francesco, sono felice di averti suggerito questo libro che è stato per me una felice scoperta avvenuta seguendo l’opera di quelli che considero dei preziosi punti di riferimento nella mia esperienza di lettrice. La casa editrice Forum, da me scoperta per caso ricercando i libri di Jancar, riunisce i nomi di Magris e di Reitani e ciò è per me una garanzia di qualità e la certezza di trovare qui grandi esempi di quel tipo di letteratura a me più congeniale, purtroppo trascurata dal moderno panorama editoriale e temo anche in via di estinzione… Il tuo lusinghiero e attento commento, che indica ulteriori strade suggerite da questo libro, è per me la conferma di una comunanza di gusti letterari che mi fa molto piacere. Un caro saluto e alla prossima!

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