Category Archives: letteratura americana

Poe, “Racconti”

EDGAR ALLAN POE – “Racconti” – vol. II, BUR

“Lasciate che mi chiami per il momento William Wilson”. Un incipit, una frase che ci porta immediatamente sull’orlo del baratro, ce lo fa intravedere, ci mostra gli esordi della somma inquietudine, del demone più terribile che si nasconde dietro ai paraventi della realtà. Poe lo fa usando con la sua solita grandissima perizia le armi del suo mestiere. Questo signore delle atmosfere, capace di graduare l’incubo, di modellare l’attesa, di suscitarlo con i suoi ritmi. Si può perdere tutto, ma non se stessi; si può provare il dolore dell’abbandono, del disprezzo, della solitudine; si può soffrire nel corpo e nell’anima, ma la sofferenza più grande è la vita priva della certezza della propria identità. Poe ci porta sull’orlo di questo baratro, non poteva farci compiere il passo successivo.

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Hawthorne, “La lettera scarlatta”

NATHANIEL HAWTHORNE – “La lettera scarlatta” – Rizzoli

E’ lo stesso Hawthorne a dare un consiglio ai suoi lettori: avvicinarsi al suo romanzo “nella limpida, bruna atmosfera crepuscolare in cui fu scritto: se lo aprite alla luce del sole, potrà parervi tale e quale un volume di pagine bianche”. Chissà, forse perché, come afferma alla fine del primo capitolo, “… questo è un racconto di umana debolezza e di umano dolore” e la debolezza e il dolore hanno sempre origini e spiegazioni complesse e, forse, vanno avvertiti emozionalmente più che compresi lucidamente. Resta il fatto che le pagine di questo libro (indipendentemente dall’ora del giorno in cui lo si legge) rimangono impresse nella mente del lettore, come la lettera scarlatta sul petto di Esther Pryme.

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Carver, “Racconti in forma di poesia”

RAYMOND CARVER – “Racconti in forma di poesia” – Minimum fax

“Ecco la poesia che volevo scrivere/ prima, ma non l’ho scritta/ perché ti ho sentita muoverti./ Stavo ripensando/ a quella prima mattina a Zurigo./ Quando ci siamo svegliati prima dell’alba./ Per un attimo disorientati. Ma poi siamo/ usciti sul balcone che dominava/ il fiume e la città vecchia./ E siamo rimasti lì senza parlare./ Nudi. A osservare il cielo schiarirsi./ Così felici ed emozionati. Come se/ fossimo stati messi lì/ proprio in quel momento.”

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O’Connor, “Tutti i racconti”

FLANNERY O’CONNOR, “Tutti i racconti”, Bompiani

Generazioni intere di scrittori hanno riconosciuto in Flannery O’Connor una delle voci più geniali e influenti della letteratura americana del Novecento, attribuendole un posto nella categoria degli “scrittori di culto”, uno status a cui ha contribuito il fatto di aver trascorso una vita particolarmente appartata dalla mondanità letteraria e tragicamente breve. Nata a Savannah, in Georgia, nel 1925, Flannery O’Connor si trasferisce a sette anni nella cittadina di Milledgeville, dove abiterà per tutta la vita. Nel 1947, sei anni dopo la morte del padre, lei e la madre ereditano una grande fattoria: è qui che la O’Connor mette su l’insolito allevamento di pavoni a cui si dedicherà con enorme passione e che diventerà parte integrante della sua immagine pubblica. La passione per la scrittura comincia già all’epoca del college: presso la StateUniversityof Iowa la Flanneryfrequenta corsi e laboratori di letteratura e comincia a inviare racconti alle riviste.

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