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Bioy Casares, “Diario della Guerra al Maiale”

ADOLFO BIOY CASARES – “Diario della Guerra al Maiale” – Cavallo di Ferro

“Vidal pensò che nella vita arriva sicuramente un momento in cui una persona, qualunque cosa faccia, annoia soltanto. Resta allora solo un modo per recuperare il prestigio: morire”.

E’ un grande personaggio, don Isodoro Vidal, che a tratti mi ha ricordato i protagonisti di alcuni romanzi di Saramago. In questa folle e crudele guerra che i giovani conducono contro i vecchi, i “maiali” (“- Dicono che i vecchi – spiegò Arévalo – sono egoisti, materialisti, voraci, rognosi. Dei veri maiali.”), raccontata nella sua evoluzione, dalle prime incerte avvisaglie, al suo assurdo divampare, fino alla sua repentina e inspiegabile conclusione, nelle pagine del Diario, lui rappresenta uno dei protagonisti, ma anche l’osservatore, colui che, seppur implicato, prova a cercare un senso a ciò che avviene, a mantenere nel limite del possibile la distanza necessaria alla comprensione. E riempie lo spazio che faticosamente conquista tra sé e tutta la violenza gratuita che lo stringe sempre più da vicino, di ricordi, di tempo passato, di vita trascorsa, di riflessioni, che sono lampi improvvisi di sconsolata evidenza, di pacata e insieme acuta saggezza e anche, naturalmente, di disillusione (“L’accettazione delle proprie limitazioni può essere una triste saggezza”). Perché Casares in questo libro parla della vecchiaia, andando a cogliere il suo aspetto forse più inaccettabile: non tanto l’inevitabile avvicinarsi della morte, quanto il progressivo senso di estraneità nei confronti della vita. (“Vidal pensò che vivere è distrarsi”). Ma, ovviamente, ne parla nel modo che gli è congeniale, utilizzando l’invenzione, creando una trama fantastica e dando consistenza, spessore e visibilità alle sensazioni e alle paure che l’approssimarsi della fine della vita porta con sé.

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