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Jiri Fried, “Hobby”

JIRI FRIED – Hobby – Einaudi

“E ogni scrittura non vale forse più di ciò che con essa si può scrivere? Se con la scrittura si può cogliere tutto, si potrà dunque anche quello che nessuno ha mai ancora pensato e forse non pensera mai?”

Ciò che regge, motiva e caratterizza questo romanzo breve di Fried è la sua serrata struttura, che si sviluppa ed evolve con una perfezione quasi matematica in un crescendo di complessità e profondità. Lo specifico letterario che lo sostiene, una sorta di relazione dell’io narrante sulle modalità del processo evolutivo che trasforma l’hobby del protagonista in passione, poi in fissazione, in ragione di vita e, infine, in modello interpretativo del mondo, determina l’intreccio – l’avvincente storia interiore di una individualità altrimenti anonima – ma crea anche un mondo, “un puntiglioso universo della cancelleria”, al suo interno perfettamente plausibile e coerente, con le sue motivazioni, le sue leggi e le sue istanze metafisiche. L’hobby del titolo è la copiatura e il protagonista del romanzo, un piccolo impiegato del tribunale dal carattere timido e piuttosto lento, che ricorda certi personaggi gogoliani, è sempre e solo indicato dall’autore con l’appellativo “il copista”, non tanto per accentuarne il carattere anonimo, quanto, al contrario, per identificarlo nella sua unica e vera essenza. Unica a tal punto che il progressivo affinarsi della sua arte della copiatura – perché di questo si tratta – copre l’intero arco della sua vita da adulto, dall’inizio dell’età virile, subito dopo l’esame di maturità, quando viene assunto in tribunale, fino alla sua serena e laboriosa vecchiaia, fino al lento approssimarsi della sua morte. Non si può evitare di riferire, almeno per sommi capi, le tappe di un percorso disseminato di tentativi, conquiste, fallimenti, dubbi, angosce, esaltazioni che è insieme ricognizione di una vita e metafora della vita, oltre che struttura portante del romanzo.

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