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Hugo von Hofmannsthal, “La donna senz’ombra”

HUGO VON HOFMANNSTHAL – La donna senz’ombra – SE

donna-senz'ombraElogio dell’ombra, dell’imperfezione e del limite, perché solo l’ombra, l’imperfezione e il limite, e quindi l’idea della morte, intesa come consapevolezza della ineluttabilità della fine, hanno in sé i germi della fecondità e quindi la forza capace di generare la vita, e quella irrinunciabile vita dello spirito che è la creazione artistica. A circa un secolo dalla pubblicazione della “Storia straordinaria di Peter Schlemihl” di Adelbert von Chamisso, Hugo von Hofmannsthal si impadronisce di questo fecondo topos letterario, lo reinterpreta, lo rielabora, lo stravolge e se ne lascia conquistare, creando la prosa cristallina e rarefatta del suo ultimo testo narrativo, apoteosi e vertice di una produzione che sarà successivamente dedicata unicamente al teatro. Nata contemporaneamente al libretto per l’omonima opera di Richard Strauss (rappresentata per la prima volta a Vienna il 10 ottobre 1919), “La donna senz’ombra” si trasforma ben presto nelle mani di Hofmannsthal in un racconto autonomo che sottopone il suo autore ad uno sforzo compositivo notevolissimo, testimoniato dagli stralci tratti dai suoi epistolari, riportati nella Postfazione alla presente edizione curata da Elisabetta Potthoff. Un lavoro che procede nel segno della sottrazione, della decantazione e della purificazione di una trama nata sotto l’insegna della potenza icastica della fiaba e della vertigine della polisemia, dell’accumulo di significati e quindi di possibili interpretazioni.

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Von Hofmannsthal, “L’uomo difficile”

HUGO VON HOFMANNSTHAL – “L’uomo difficile” – Rusconi

“… come una volta avevo visto in una lente di ingrandimento una zona della pelle del mio mignolo, e mi era parsa una pianura con solchi e buche, così ora mi accadeva con gli uomini e le loro azioni. Non riuscivo più a coglierli con lo sguardo semplificatore dell’abitudine. Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla più si lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto”. E’ un brano tratto dalla “Lettera di Lord Chandos” e lo scrive un giovane nobile dell’epoca elisabettiana, per spiegare a Francis Bacon, suo maestro e guida spirituale e intellettuale, i motivi della sua rinuncia all’attività letteraria.

 “Ma tutto ciò che si dice è indecente. Il semplice fatto che si dica qualcosa è indecente. E quando lo si prende sul serio, mio caro Aldo, ma le persone non prendono nulla al mondo sul serio, c’è addirittura una certa impudenza nel fatto che si osi vivere certe cose! Per esperire certe cose e non trovarsi indecenti occorre un così folle amore per se stessi e un tale grado di cecità che da persone adulte si può forse conservare nell’angolo più intimo di sé, ma non confessarlo!”. E’ una delle battute finali della commedia “L’uomo difficile” e la pronuncia il protagonista, Hans Karl Buhl, un ricco scapolo di mezza età, appartenente alla aristocrazia viennese, appena rientrato, in licenza, dalle prime linee della I guerra mondiale.

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Von Hofmannsthal, “Ieri”

HUGO VON HOFMANNSTHAL – “Ieri” – Edizioni Studio Tesi

“E non si muta forse in metafora ogni cosa
per dare voce ai nostri tormenti e alle nostre gioie?”

“Ieri” (“Gestern”) rappresenta l’esordio drammatico del giovanissimo Von Hofmannsthal, che lo compone nel 1891, a diciassette anni. L’anno precedente erano già apparse le sue prime poesie, firmate con lo pseudonimo Loris Melikov, perché a quel tempo, a Vienna, ai ginnasiali non era permesso pubblicare e Hofmannsthal frequentava l’Akademisches Gymnasium della capitale imperiale. Sono queste prime opere ad attirare su di lui l’attenzione dei giovani intellettuali che, di lì a poco, daranno vita al gruppo della “Jung-Wien”, Schnitzler, Beer-Hofmann, Salten, Bahr, George, e che il giovane scrittore avrà occasione di conoscere, frequentando il Cafè Griensteidl, il punto d’incontro della nuova generazione di letterati viennesi. A questo gruppo si unirà più tardi anche Stefan Zweig che, nel suo libro “Il mondo di ieri”, vero e proprio breviario viennese e insieme autobiografia intellettuale nonché racconto dell’epopea della “Felix Austria”, dà testimonianza dell’apparizione del giovane poeta e drammaturgo nel fervido ambiente culturale della Vienna di fine secolo. Zweig riporta le impressioni e i ricordi di Scnitzler, allora considerato il capo della “Giovane Vienna”, relativi al suo primo incontro con Von Hofmannsthal. Su richiesta del ragazzo, viene organizzata una serata durante la quale egli legge la sua opera teatrale in versi (proprio “Ieri”). Tutti si aspettano di sentire uno dei soliti componimenti teatrali da studente, sentimentale e pseudiclassico. Hofmannsthal si presenta in calzoni corti, nervoso e intimidito e comincia a leggere. Ecco cosa racconta Zweig: “Dopo alcuni minuti – mi narrava Schnitzler – ci facemmo attenti e cominciammo a scambiarci sguardi stupiti, quasi atterriti. Non avevamo mai udito da un vivente versi di tale perfezione, di tale plasticità impeccabile, di tale fluidità musicale; anzi dopo Goethe non li avevamo quasi ritenuti possibili. Ma ancor più mirabile di questa maestria della forma, unica e non più raggiunta da alcuno nella lingua tedesca, era la conoscenza del mondo, la quale in un ragazzo che passava la giornata sui banchi di scuola, non poteva venire che da una magica intuizione. […] Io, mi disse Schnitzler, avevo la sensazione di avere incontrato per la prima volta un genio nato e mai in tutta la mia vita l’ho sentito così fortemente”. Un ragazzo prodigio, quindi. Inutile dire che ben presto questo poeta “puro e sublime” diventa punto di riferimento della giovane generazione viennese.

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Von Hofmannsthal, “La mela d’oro e altri racconti”

HUGO VON HOFMANNSTHAL – “La mela d’oro e altri racconti” – Adelphi

“Eppure non aveva mai il pensiero che osservassero lui di persona, lui che passava in quel punto a capo chino, o si inginocchiava presso un garofano per legarlo con un filo di rafia, o si curvava sotto i rami; ma gli pareva che guardassero l’intera sua vita, la sostanza più profonda del suo essere, quella sua incomprensibile insufficienza umana”.

“Eravamo di una trionfale tristezza”, e questo “noi” indica quel gruppo di giovani intellettuali che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, al lento chiudersi di un’epoca, avvertono “l’anima di questa Vienna che forse vibra per l’ultima volta”. Trovo citate queste belle parole di Hofmannsthal nella sezione a lui dedicata del ponderoso e illuminante volume di Ferruccio Masini “Gli schiavi di Efesto. L’avventura degli scrittori tedeschi del Novecento”. E trovo questa espressione perfetta per sintetizzare, in modo però estremamente allusivo, l’impressione suscitata nel lettore da questi nove racconti giovanili di Hofmannsthal. Un autore che appare già colto e raffinato quando, poco più che adolescente, scrive il primo di questi racconti, “Giustizia” – ma precocissima è comunque anche la sua vocazione teatrale. Difficile definire questi testi, per i quali le usurate categorie di genere risultano poco significative; in queste pagine lo scrittore va componendo una fitta trama di allegorie, favole, paesaggi, presagi lirici, riflessioni e divinazioni, che costituiscono il primo passo dell’ininterrotta evoluzione della sua opera, sostanzialmente unitaria, dove novelle, drammi, commedie, romanzi e libretti musicali contengono echi e rimandi che li collegano l’uno all’altro.

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